rivista anarchica
anno 39 n. 342
marzo 2009


ricordando Rubén Prieto / 1

Rubén torna al Barrio Sur di Montevideo
di Fernando Ainsa

La figura dell’anarchico uruguayano nel ricordo di un suo (e nostro) amico e compagno.

Rinnovare l’uomo per poter rinnovare la società
Gustav Landauer

Rubén Prieto è tornato al Barrio Sur di Montevideo, dove, più di cinquant’anni fa, nacque Comunidad del Sur, progetto della sua vita, fecondo centro di diffusione di un ideale che ha contagiato molti e ha lasciato discepoli in tutto il mondo. Il suo corpo è stato vegliato venerdì 28 novembre in calle Durazno 1460, non lontano dal vecchio casermone di calle Salto 918, dove un gruppo di giovani libertari si era stabilito all’inizio dei convulsi anni sessanta per proporre una semplice (ma non sempre facile da realizzare) vita comunitaria. L’iniziativa era il punto culminante di un processo di maturazione di un gruppo che inizialmente si era riunito al bar Sportman per analizzare i testi teorici di Landauer, Buber, Fromm, Kropotkin e Gropins e discutere della situazione uruguayana del 1951, che ruotava attorno alla riforma costituzionale, alle immediate misure di sicurezza, agli scioperi operai e agli attacchi all’autonomia universitaria.
In quel momento decisero quello che anni dopo Rubén mi avrebbe confessato: “La teoria da sola non serve, perché non crea. Quello che bisogna fare è unirsi e mettere in pratica tutto quello che abbiamo affermato finora”. Così, nel 1954, nacque Comunidad del Sur con la generosa ambizione sia che altre comunità sorgessero seguendone l’esempio sia che, insieme, si federassero con le comunità esistenti (ARU, Bellas Artes, Comunidad del Arado, facoltà di Agronomia…). E quella stessa generosità iniziale ha guidato la sua vita, lunga e piena di esperienze, attraverso le vicissitudini provocate dalla repressione del 1973, l’esilio in Svezia, il ritorno in Uruguay e la diffusione del suo esempio in America Latina, Spagna, Italia e la stessa Svezia.
Rubén Prieto (al centro) con Eduardo Colombo e Carla Cacianti

Conobbi Rubén e il nucleo iniziale di Comunidad in occasione di un servizio che realizzai per la rivista “Reporter” (n. 43) nel febbraio del 1962. Lo intitolai Il mondo da calle Salto, per spiegare quel “laboratorio umano” che metteva “in pratica un’idea che sembrava definitivamente relegata nell’ambito delle speculazioni da bar: l’idea della vita in comunità, in tutta la sua purezza, al di là delle etichette politiche o religiose”. Una vita priva di ciò che muove il mondo – il profitto o il potere – che però diffonde un esempio di convivenza fraterna e di non violenza, un esempio di autogestione che soddisfa le necessità di base con un senso ugualitario che però non limita le individualità.
“Questa Comunidad vuole essere una società in miniatura, una specie di laboratorio dove si praticano modi ideali di rapporti umani e dove i conflitti si risolvono in assemblee deliberative, senza imposizioni né autoritarismi” affermava allora un giovane Rubén, circondato da Raquel, Sergio, Félix, Víctor, Anibal, Frank, Antonio, Lita e altri esponenti della Comunidad e, soprattutto, da molti bambini che garantivano il futuro del progetto sin dall’inizio.
Si trattava di un laboratorio, ma era un’esperienza aperta agli altri, a una “azione inserita nell’ambiente”, iniziata proprio in quel Barrio Sur, dove si era insediata: campagna contro i giocattoli di guerra, vendita di pane a buon mercato, feste di quartiere, senza dimenticare l’attualità internazionale di quei tempi: una lettera aperta di Kennedy e Chrušcëv riguardo gli esperimenti atomici della guerra fredda.
Da quel giorno (14 febbraio 1962) rimasi legato alla Comunidad del Sur, iniziando un’amicizia solidale e indistruttibile con Rubén e numerosi membri della Comunidad, amicizia che si concretizzò in numerosi progetti condivisi, che alla fine di ottobre – pochi giorni prima che si recasse alla Fiera del Libro di Caracas – abbiamo ripreso in mano a Montevideo con la stessa gioia e lo stesso entusiasmo che ci trasmetteva sempre quando si parlava di futuro. Quei progetti girarono attorno a quella che è stata ed è l’attività emblematica della Comunidad: la stamperia Comunidad del Sur e, dall’esilio in poi, la casa editrice Nordan Comunidad.
Rubén Prieto (a sinistra) con Eduardo Colombo (al centro)

Libri, libri, libri

Ci unirono libri in comune a Montevideo e poi a distanza e nelle occasioni in cui ci incontrammo a Stoccolma, in Uruguay, qualche mese fa a Zaragoza, dove Rubén arrivò con due nipoti, per uno scambio di esperienze comunitarie con varie comunità spagnole, tra le quali Aragón è una delle esperienze più significative. Libri pubblicati dalla casa editrice Alfa, dove lavoravo insieme a Benito Milla, un vecchio libertario spagnolo, poi in Svezia con il marchio Nordan e di nuovo in Uruguay a partire dal 1984. Sempre libri, i cui autori diffondevano, con una encomiabile coerenza, le idee che Rubén applicava nella pratica della sua vita: Castoriadis, Colombo, Luce Fabbri, Alfredo Errandonea, Manfred Max-Neef, Bookchin, Lefort, Daniel Guérin, René Lourau. Ho pubblicato nella collana “Piedra Libre” Necesidad de la utopía (1990) e Espacios de encuentro y mediación (2004). E tra i libri, alla Fiera del Libro di Caracas, lo sorprese la morte, sempre così fuori luogo.
Quando, qualche giorno fa, mi chiamò suo figlio Martín da Stoccolma per darmi la notizia della sua morte, rimasi costernato. Sentii di colpo che una fase della vita si chiudeva brutalmente e che molte gioie venivano spazzate via da quella implacabile “legge di vita”, come i contadini aragonesi definiscono la morte. Fu mia figlia Paulina a ridarmi speranza. Aveva pranzato a casa con Rubén e i suoi nipoti; parlavano tutti allegramente del futuro e lei era rimasta impressionata dal dialogo fluente tra il nonno e i nipoti, dalla parità e dalla complicità che c’era tra loro. Per questo, quando dissi a Paulina che Rubén era morto, mi rispose: “Papà, persone come Rubén non muoiono, perché hanno avuto una vita basata sulle loro convinzioni e perché attorno a loro ci sono altre persone capaci di portare avanti le loro idee”.
Oggi, mentre scrivo queste righe in sua memoria, sono sicuro che Paulina aveva ragione: Rubén non è morto, perché le sue idee e i suoi principi sono in buone mani, continuano a vivere negli altri, nei suoi figli, nei suoi nipoti, nei suoi compagni e nei suoi amici.

Fernando Aínsa
(traduzione dal castigliano di Luisa Cortese)