rivista anarchica
anno 38 n. 339
novembre 2008


ecologia

 

riflessioni


Architettura e comunismo

Nel 1968 fu pubblicato in Italia un libro, edito in URSS nel 1966, “Idee per una città comunista” da Il Saggiatore, Milano, “scritto da un gruppo di architetti urbanisti e sociologi come prima conclusione di una ricerca iniziata alla Facoltà di Architettura di Mosca sulla fine degli anni 50”.
Il libro sostenuto da una cultura molto diffusa che vedeva nell’urbanistica sovietica un modello con la capacità di gestire le trasformazioni del territorio, di interpretare gli standard sociali, di concretizzare insediamenti popolari di qualità, si collocava tra le numerose pubblicazioni che riflettevano su urbanistica ed architettura non prodotte dalle logiche del capitalismo e sui caratteri che avrebbero dovuto assumere le città “comuniste”.
Nel testo si possono leggere frasi quali: “Lo sviluppo della produzione socialista richiede e richiederà in futuro la creazione di nuovi e sempre più poderosi complessi territoriali-industriali e, pertanto, di grandi raggruppamenti di popolazione in determinati punti geografici”; “Il livello formativo dell’abitato di tipo comunista mira ad ottenere unità relativamente stabili quanto a capacità di assorbimento umano e spazio occupato. Il calcolo di tali unità si basa sull’effettivo numerico della popolazione di età abile all’istruzione, sul numero degli istruttori e altresì sullo spazio necessari per un andamento normale dei processi didattici”; “Per determinare il legame entro cui si realizzano nel tempo e nello spazio le strutture sociali, sono necessarie un’impostazione materialista e chiare premesse iniziali…. Queste premesse sono le seguenti: essere umani viventi, con un’organizzazione biologica definita; le loro necessità di cibo, di vestiario, di abitazione, ecc.; il contesto (naturale e sociale) in cui nascono; e, infine, la loro attività vitale, che si manifesta in modo immediato sotto due aspetti: quello naturale – crescita e riproduzione – e quello sociale – collaborazione di molti individui quale specifico sistema d’azione comune per assicurare la propria sopravvivenza”.
Sulla base di questi e molti altri criteri ed obiettivi il libro procedeva ad indicare l’organizzazione territoriale, le zonizzazioni, i caratteri dei complessi industriali, le modalità di trasformare la campagna in città, l’organizzazione dell’educazione, le tipologie abitative e quelle degli edifici residenziali “si può fin d’ora prevedere che il tipo di abitazione più ricorrente nei prossimi anni sarà costituito da edifici di 15-17 piani”, “i tipi di cellule abitabili e loro reciproca disposizione nello spazio”, gli “schemi funzionali di alloggio futuro. Al posto di un sistema di stanze isolate, un unico grande spazio”, la struttura dell’abitato, l’organizzazione del tempo libero.
L’esito perseguito è così descritto: “L’insediamento urbano per nuclei è una nuova tappa nello sviluppo della cultura urbanistica. Il suo scopo è quello di trasformare tutto il pianeta in un ambiente sociologico unitario”; “Il tempo altererà in modo irriconoscibile il profilo delle nuove città. Forse l’impiego di laminati sintetici trasparenti condurrà alla creazione di fantastiche città sotto le cupole. Probabilmente l’ulteriore sviluppo delle strutture portanti in metallo e cemento armato farà si che la città del futuro si presenterà come un unico gigantesco edificio”.
Nel caso di questo libro, come nella gran parte delle elaborazioni che affrontavano il problema degli elementi identitari dell’architettura e urbanistica comunista, le indicazioni erano chiare e dettagliate ed il risultato strutturalmente e formalmente definito.
Nella pubblicazione sono riconoscibili linguaggio e temi proprii di un periodo ma la sua riesumazione è motivata dal permanere ancora, in ampie fasce di operatori, dei limiti culturali e degli errori propri di quei ragionamenti. Tale permanenza, spesso inconsapevole, raramente rimanda a quella struttura di pensiero organica ed omogenea che ne era l’origine; rimangono tracce di alcuni contenuti non identificabili in un progetto complessivo.
Il limite maggiore che permane è l’impostazione dogmatica, “scientifica”, specialistica che esclude la morbidezza ed il disordine propri dell’adattamento e della gestione degli spazi e degli insediamenti da parte delle diverse culture e dei diversi individui.
La città “comunista” è senza abitanti. Negli scenari definiti dal libro gli abitanti non svolgono un ruolo attivo; essi sono esecutori di un mandato preciso, utilizzatori secondo standard prefissati di spazi predefiniti “scientificamente”. L’osservazione delle modalità di aggregazione e insediamento mostra al contrario come ogni spazio, ancorché costruito per fini speculativi, su schemi distributivi predefiniti e per funzioni specifiche può essere vissuto in maniera diversa da quella da cui e per cui è stato progettato. Ne sono esempio le occupazioni di edifici di varia natura trasformati in abitazioni (già nell’immediato dopoguerra vi furono casi significativi in Inghilterra riportati da Colin Ward La città dei ricchi e la città dei poveri), le occupazioni per fini sociali e culturali, dove le medesime strutture, usate per depositi, scuole, forti, senza neppure cambiare assetto divenivano luoghi di pratica di modelli relazionali e produttivi diversi; ma anche nelle esperienze delle comuni degli anni sessanta-settanta, nel cui caso un appartamento “borghese” veniva di fatto reinterpretato alla luce di criteri opposti a quelli che ne avevano strutturato l’esistenza. Quindi la definizione di uno spazio deve prevedere la possibilità di essere gestito, interpretato, trasformato dagli abitanti. Gli individui e le comunità adattano lo spazio dato e possono gestirlo in maniera autonoma con proprie modalità indipendentemente dagli obiettivi dell’originaria conformazione degli spazi. Lo spazio quindi è anche quello che nello spazio avviene.
La città “comunista” è sempre di nuova costruzione. Dalle teorizzazioni del razionalismo al grande dibattito sulla forma degli insediamenti, sulla sua salubrità e sulla sua efficienza, fino alle realizzazioni del “socialismo reale” si tentava di realizzare un modello insediativo che fosse la concreta realizzazione del mondo nuovo. Gli edifici erano pensati dai tecnici sulla base di modi di vita teorici e, davano “dignità”, tessevano le relazioni sociali, consentivano la presenza del verde, ponevano i servizi nei luoghi adatti, ma imponevano gli spazi e le modalità della loro utilizzazione. Uno schema rigido che non si adattava all’esistente e quindi se ne doveva liberare, ignorandolo o abbattendolo.
La città “comunista” è sempre “moderna”. Dovendo dare di sé un’immagine nuova, industriale ed industrializzata, la città è proiettata verso il futuro e si immagina costituita di nuovi materiali, di edifici alti, e da segni che mostrino una frattura con la città precedente.

I caratteri delle città “comunista” evidenziati, e che permangono nel costruire contemporaneo, sono molti lontani da un insediamento che miri al benessere delle persone ed alla qualità ambientale. Se infatti si volessero perseguire benessere e qualità gli insediamenti in cui gli uomini permangono in un luogo e stratificano le loro trasformazioni, in cui il nuovo si sostituisce al vecchio senza eliminarlo ma sostituendosi con lentezza tale da apparire che tutto sia rimasto uguale (e questo nel nostro paese è un abitudine millenaria), in cui gli abitanti trasformano direttamente ed adattano lo spazio alle necessità comuni ed individuali, in cui gli edifici sono reinterpretati nelle loro funzioni e spazi, in cui l’edificare non sia demagogico, non volto alla promozione di soggetti e di immagini, finalizzato al benessere dei singoli abitanti, attento alla considerazione dei luoghi e delle persone, fuori dai flussi di mercato, di dimensioni ridotte, con bassa potenzialità di trasformazione, con materiali e componenti di basso contenuto energetico ed elevata qualità ambientale, che utilizzi soluzioni innovative non industrializzate, si fondi sulla capacità tecnica della popolazione locale, recuperi l’esistente, non consumi suoli, che utilizzi l’azione diretta degli abitanti per costruire e gestire. Del resto l’insediamento e l’architettura che mirino al benessere delle persone ed alla qualità ambientale non possono che essere fondati su criteri libertari.

Sostenibilità e produttività
La sostenibilità passa attraverso la riduzione. La riduzione dei consumi, dei prelievi di risorse, delle emissioni. Per ottenere questa riduzione è necessario contemporaneamente ridurre il numero della popolazione planetaria e ridurre la produttività degli individui.

testimonianze


L’eluttabilità della dannazione biblica (le isole Chatham)

“Tu lavorerai con il sudore della tua fronte…”
Sulla base di testimonianze archeologiche è possibile ritenere che circa 3000 anni avvenne la colonizzazione della Polinesia. Essa fu attuata da un solo popolo con una cultura unitaria che portò con se strumenti e animali (maiali, polli e cani) utili alla produzione agricola.
A distanza di poco tempo dalla colonizzazione si riscontrarono nelle isole diversi e contemporanei modelli insediativi, produttivi, sociali. J. Diamond nel suo “Armi, acciaio, malattie” spiega questa diversità dall’influenza che sulle popolazioni hanno avuto le conduzioni ambientali dei diversi luoghi in cui si insediarono: temperatura, dimensioni delle isole, livello di isolamento, risorse locali.
Nelle Isole Chatham, anche a causa delle condizioni atmosferiche e ambientali, furono abbandonate le pratiche agricole e la sussistenza si otteneva attraverso la raccolta dei prodotti naturali e la caccia, mantenendo una densità molto bassa (5 ab/kmq), con una struttura sociale composta di piccoli gruppi autonomi, ed una società del tutto egualitaria, ove la proprietà della terra era collettiva ed ogni decisione era presa di comune accordo.
Non essendovi accumulo non era possibile mantenere individui che non lavorassero (sacerdoti, militari) né tantomeno lavorare di più di quanto necessario all’ottenimento della qualità sufficiente di vita quotidiana; le strumentazioni tecniche, non particolarmente complesse, erano costruite direttamente da ciascuno, le abitazioni erano capanne semplici.
Una società in equilibrio con le risorse ed al suo interno.
Le strutture sociali tendono ad irrigidirsi ed a divenire autoritarie in relazione alla pratica dell’accumulo di risorse. Società ambientalmente leggere e tendenzialmente egualitarie si riscontrano in numero maggiore tra quelle di cacciatori-raccoglitori piuttosto che tra quelle di agricoltori e industriali. L’accumulo fa sì che si tenda a difendere il privilegio all’accumulo e quindi, sia in situazioni di floridità sia di ristrettezza, l’accumulo è la condizione base per lo scatenarsi delle conflittualità.
È evidente che la società planetaria contemporanea, fondata su accumulo e privatizzazione di risorse, non si adatta alle condizioni dell’ambiente locale ed impone il medesimo modello insediativo, produttivo, sociale in qualunque luogo.
Oggi in relazione all’elevato livello di compromissione ambientale del pianeta e di sofferenza dell’umanità sarebbe bene alleggerire la pressione sulle risorse e sugli uomini consentendo (si sottolinea consentendo) agli individui ed alle comunità di scegliere un assetto maggiormente vicino al loro carattere e al loro piacere, e quindi alle condizioni ambientali locali che contribuiscono a formarli.
Alleggerire la pressione ed uscire dell’incubo della maledizione biblica agricolo-pastorale, maschilista, autoritaria riconquistando la serenità dell’innocenza (senza peccato e senza obiettivo).
È una acquisizione culturale che non necessariamente porterà gli individui a fare i cacciatori-raccoglitori ed a vivere nelle capanne ma consentirà una maggiore consapevolezza di relazione nei confronti dell’ambiente ed una possibilità di scelta del modello di vita di ciascun individuo e di ciascuna comunità.

La minima fatica
B. Davison in “La civiltà africana” illustra come all’interno di molte comunità africane “c’erano cibo e amicizia, riparo dai razziatori” e l’identificazione personale in una società “giusta e naturale”. Un gruppo più o meno consistente di individui si relazionava ad un ambiente specifico ed alle difficoltà che esso presentava regolandosi in maniera tale da garantire a ciascun membro la massima qualità della vita ottenibile in quelle condizioni per il maggior tempo possibile.
Questa condizione era desiderata, ricercata e mantenuta. La società cercava una stabilità al suo interno e con l’ambiente ed una volta raggiunta la manteneva come valore fondante delle relazioni interne ed esterne. Unico elemento concepito come fattore di modificazione erano le condizioni naturali il cui variare (nubifragi, malattie, siccità etc) comportava la definizione di nuove relazioni e la ricerca di nuovi equilibri.
La ricerca dell’equilibrio non si sviluppava nel tempo ma era hic et nunc in quanto non vi era la possibilità di demandare ad altre generazione il raggiungimento di quanto era indispensabile per la propria esistenza (si è in presenza di comunità che utilizzavano solo risorse locali e limitate). Ciò implica una attenzione al presente che la nostra contemporaneità non possiede ed una attenzione a forme di equlibrio basate su azioni piccole e su di una specificità e delicatezza che riuscirono per centinaia di anni incomprensibili agli occidentali.
Tutto ciò è però fondato sul criterio che l’equilibrio va cercato al livello di “minima fatica”. Questa condizione è fondamentale per al conservazione degli ecosistemi. Meno si lavora, meno si trasforma, e minore è il “peso ambientale” della comunità.
La ricerca degli equilibri planetari va attuato al livello di fatica minimia che è anche fattore fondamentale per una società egualitaria. Non a caso trova concorde l’analisi di Kropotkin che aveva individuato più di cento anni fa l’importanza del minor spreco possibile di energia per produrre il necessario al benessere di tutti.

 

osservazioni sulla contemporaneità


La serra amazzonica

“Montpellier accompagna i visitatori in un viaggio nel cuore dell’Amazzonia, alla scoperta di un mondo ricco e stupefacente, ma anche uno degli ecosistemi più minacciati del mondo.
Un mondo da esplorare. Immaginate: atmosfera calda e umida, vegetazione lussureggiante, fischi di uccelli, scorrere dell’acqua… siete in Amazzonia e risalite il fiume a piedi, dalla foce alla sorgente, attraversando le mangrovie e la foresta densa… effetto “dépaysement”! Caimani, anaconde, scimmie urlatrici, tucani, piranha…. in tutto sono più di 500 animali appartenenti a 61 specie differenti e vi aspettano in un ambiente naturale con circa 3.500 vegetali di 300 diverse specie.
La serra amazzonica oltre ad essere un ottimo strumento ludico (un’ora nella foresta amazzonica tra un temporale tropicale ed i piranhas è un’esperienza che non si fa tutti i giorni) è anche un formidabile strumento pedagogico. Un modo per educare e sensibilizzare il pubblico sulle specie in via d’estinzione e sui problemi ambientali.”
Siamo sicuri che sarebbe stato meglio sottrarre alla speculazione un pezzo di Amazzonia, quella vera, ed educare le persone non mandandole a visitarla.

Le città del “sol dell’avvenir”
La sinistra, intendendo con questo termini i partiti e le organizzazione che dal dopoguerra ad oggi si sono autodefinite tali, ha avuto una cieca fede nel futuro. Il futuro per essa è il luogo della modernità, dove in passato sarebbe avvenuto, il riscatto umano, ed oggi si concretizza in quella società efficiente equilibrata in cui le parti svolgono una funzione organica nell’ambito della stessa senza prevaricazione e per un interesse comune. Il futuro si raggiunge senza necessità di coerenza nei comportamenti individuali e collettivi che cambiano con il cambiamento strutturale della società.
La sinistra è stata in passato sostenitrice della modernità verso cui il presente andava: quella dell’industrializzazione, del consumo, del benessere materiale, dell’incremento della produzione, dello sviluppo economico. Il tempo ha mostrato che questi, che potevano essere strumenti per il raggiungimento del benessere comune, sono stati in realtà strumenti principali per l’arricchimento di alcuni, la concentrazione del potere, l’aumento della povertà e della miseria nel pianeta.
Sull’altare di questa fede sono state perse le identità locali, le capacità tecniche individuali, i sistemi produttivi non industrializzati, gli scambi non regolamentati del mercato, l’autocostruzione, le relazioni sociali informali, l’azione diretta.
Per paura di conservare le forme repressive della cultura locale, con le sue ingenuità ma anche le sue asfittiche pesantezze, si è annullato un patrimonio culturale ed umano affogandolo nelle forme repressive della cultura globale. Ma questa oggi appare libera e non regimentata, malgrado le strette regole che la definiscono.
Il tempo ha mostrato che gli effetti ambientali di questo modello sono insostenibili, dannosi per la salute umana, nocivi per gli equilibri del pianeta.
Nonostante ciò, pur considerando le soluzioni produttive e di relazioni praticate da numerosissime comunità al di fuori di questo modello, la sinistra continua a ritenere che queste non possano costituire una pratica diffusa e continua a vedere nella modernità, ora divenuta contemporaneità, l’unica strada perseguibile. Questo dogmatico fare la pone in una condizione scabrosa.
Le principali città europee hanno attuato programmi di abbattimento e ricostruzione speculativa di edifici e di parti di città con governi locali di sinistra o con il loro appoggio. A Roma è stato definito un Piano regolatore da settanta milioni di metri cubi di nuovo edificato da una amministrazione a cui aderivano tutti i partiti della ex “sinistra radicale”; a Milano si realizzano grandi progetti urbani con gigantesche quantità di nuovo, quanto non necessario, costruito con la silenziosa approvazione della sinistra; tutte le città, paesi, borghi hanno enormi previsioni edilizie e si è costruito in questi ultimi quindici anni come mai prima.
I danni ambientali sono enormi: consumo di suolo, perdita di aree agricole, congiungimento di superfici urbanizzate con aumento della temperature, congestioni della mobilità, destrutturazione del paesaggio. Si è persa la misura della relazione con il territorio e il rapporto con la campagna agricola, la possibilità di vivere gli insediamenti a piedi, di abitare in prossimità di aree verdi non urbane.

In un paese con popolazione a crescita zero si è voluto rispondere più alla domanda del mercato che al bene comune. Così sono aumentati i già più che sufficienti metri quadri pro-capite, i capannoni, le seconde e terze case, i centri commerciali, gli ipermercati, e il numero degli immobili per investimento, senza recuperare i manufatti abbandonati, le spropositate volumetrie sottoutilizzate, senza intervenire per lenire gli effetti dirompenti di un commercio selvaggio e monopolistico.
Gran parte di questa trasformazioni sono state fatte per aumentare la produttività, la quantità di merci e si sono ammantate di una autodefinita ed interessata immagine del futuro: grattacieli, ipermercati, scale mobili, acciaio, alluminio, lucido, riflettente, illuminato ovvero le grandi dimensioni della contemporaneità. Abbagliata da un futuro realizzabile dalla modernizzazione delle città la sinistra ha evitato di evidenziare che dietro ciascuna di queste operazioni si nasconde, neanche troppo occultamente, una speculazione. La sinistra si è fatta portatrice ovunque di una cultura della trasformazione contro “l’immobilismo della conservazione” e ha trasformato i centri storici, ridefinito le città, posto, casualmente localizzati, grattacieli firmati. Ignorando contesto, società, interessi ed effetti, imponendo alla comunità oneri aggiuntivi a quelli già pesanti di vivere in edifici senza qualità.
Nessun ripensamento. Nessuna memoria delle battaglie fatte nel dopoguerra per la qualità degli insediamenti, senza nessun sospetto che le comunità possano da sole costruirsi la loro città e non essere oggetto degli interessi altrui, propongono e sostengono questa immagine della contemporaneità.
Ma la contemporaneità sostenuta non è il futuro del riscatto attraverso lo sviluppo ma è solo mercato e il combinarsi dell’interesse economico con il sostegno culturale della sinistra è stato disastroso per la comunità.
Ma è stato disastroso anche per la sinistra, che pure in questo campo dovrebbe ritrovare la ragione della sua esistenza.

Adriano Paolella