rivista anarchica
anno 38 n. 334
aprile 2008



a cura di Marco Pandin

 

Detriti

Arrivo in treno che è già buio da ore. Freddo, il respiro che si condensa, luci lontane, stelle. Le strade di qui sono obbligatoriamente in salita, poco o per nulla illuminate, con svolte che si arrampicano in verticale, curve e interruzioni improvvise ...che è poi quello che succede alla vita. Spaziorizoma è lontano da tutti i giri, da tutte le strade, da tutti i centri. C‘è il tetto che cade, ma dentro è pulito, caldo, accogliente. Un posto che si può chiamare piccolo solo se lo si misura in metriquadri, più verosimilmente è una zona di resistenza dove si lotta contro la trappola dell’oggi uguale a ieri e del domani uguale ad oggi. Stasera suonano i Detriti, o meglio quel che ne resta: Tomaj ed Ettore rimasti a sognare testardi in una cantina riscaldata male, Egle che se n’era andato a Bologna e poi in giro per il mondo. Mauro non suona più, Belfa è stato costretto a smettere. Insieme avevano dato voce all’ossessione degli orizzonti troppo stretti, al nulla della provincia annodato come un cappio attorno al collo, una diga di morte in copertina del loro unico disco. Parlano/gemono/urlano di treni mai arrivati, di attese eterne, di strette di mano a nascondere tradimenti, di pacche sulle spalle e polvere ipocrita. Egle trasforma una chitarra acustica apparentemente inoffensiva in una mitragliatrice che sputa malinconia, pallottole dure che attraversano il cuore e la notte. Imbraccia poi una Fender elettrica, ed è una doccia di scintille. La gente (pubblico misto tra i 15 e i 50 anni) gli si fa attorno in silenzio, come un abbraccio forte.
A un certo punto si sente gridare all’ingresso: c’è un vecchio sporco che vive in un’auto senza targa, addosso stracci e occhiali neri, urla qualcosa, sbava. Ecco, si avvicina ad Egle e gli sfiora la chitarra con la mano: un ghigno satanico, un lampo di luce al neon. Belfa lo prende per una spalla, gli dice qualcosa, se lo porta via. Noi restiamo, perché qui c’è da fare.

Egle Sommacal

 

Legno

Strano che in Italia escano adesso dei dischi fatti così, una chitarra acustica e via, senza puntare eccessivamente sulla tecnica (che pure c’è, sottovoce) e sul virtuosismo, scegliendo la strada del cuore. Strano che il chitarrista di un gruppo pop/rock di successo (Massimo Volume) decida di fermarsi un momento e magari cambiare strada, e guardarsi attorno, guardarsi dentro. Strano che si presti cura a particolari come il riverbero dei suoni e il colore acquerello di certe accordature, alla freschezza dell’aria e alla sensazione legnosa e calda della copertina sotto le dita, all’attrazione della luce crepuscolare e del volume basso.


Egle Sommacal si ferma e si guarda attorno, riscoprendo lentezze e rallentamenti ed ombre tutt’attorno a una chitarra acustica. Sei corde accarezzate in punta di dita, malinconia mista a una consapevolezza lucida. Dalle sue riflessioni non viene fuori un disco new age tardivo da ascoltare per trovare tranquillità a basso prezzo: questa è una trappola magnetica che risveglia spettri, lontananze, inquietudini, presenze.
Era da tanto tanto tempo (forse da “Windows over the stream” di Maurizio Angeletti) che un disco italiano di sola chitarra acustica non mostrava la strada che, nella nebbia, porta verso il buio. Una stella lontana, un capolavoro cupo d’una bellezza struggente.
Il cd è pubblicato da Unhip (www.unhiprecords.com), indie bolognese, e si trova nei soliti piccoli negozi dove ci si sbatte per tener vivo qualcosa, per trasmettere amore. Ce n’è anche qualche copia disponibile a sostegno del nostro giornale.


Who knew Charlie Shoe?

Ho cinquant’anni, in massima parte trascorsi ad ascoltare musica. Ad ascoltarla, a immaginarla, a cercare di decifrarla, a volte anche di inventarla ed eseguirla. Anni passati con schegge di musica ficcate in testa che non se ne volevano più andar via, scivolate di soppiatto dentro ai sogni, a sorpresa a seguirmi per strada, a sottolineare incontri e a marchiare lontananze come una vernice indelebile. Ho ascoltato di tutto, o almeno così credevo finché non ho incontrato oggi “Who knew Charlie Shoe” di Richard Leo Johnson e Gregg Brendian: dire qui e adesso che mi sono stupito, sbalordito, stupefatto non è che riuscire a dare un’idea vaga e terrestre del mio spaesamento.
Vabbé, il Richard Leo già lo conoscevo, avevo anche segnalato qui dentro il suo lavoro precedente ispirato al chitarrista immaginario (ma sarà vero?) Vernon McAlister, ma mai avrei immaginato di ritrovarmi a bocca aperta e con quell’espressione tonta per la strada verso la stazione, poco fa. Avevo infilato questo cd nel walkman senza sapere cosa ci fosse dentro, appena uscito dal lavoro, gli auricolari schiacciati dentro le orecchie e il volume al massimo, e bang! eccomi là all’improvviso come uno che si è perso, ma proprio perso vi dico, indeciso su che strada prendere, di qua o di là, cosa faccio adesso, cosa succede adesso. Mi si è aperta una porta in testa, io l’ho attraversata, mi sono perso per mezz’ora e ho pure perso il treno ma mi sono ascoltato un cd incredibile, fatto con chitarre strausate comprate a poco su eBay e barattoli e rottami, e con tanto tanto tanto tanto amore.

Se tra il milione e passa di contatti su You Tube per Andy McKee ci siete anche voi, sappiate che queste sono tutt’altre zone di caccia: certo, quel tipo dentro il video è bravo e simpatico (ma Michael Hedges quelle cose circensi le faceva venticinque anni fa, e pure camminando all’indietro saltellando in equilibrio su una corda tesa e facendo volteggiare cerchi, palline colorate e bastoni accesi…) ma questa è ancora un’altra storia. Il Richard Leo Johnson chitarrista e il Gregg Brendian percussionista vogliono nientedimeno che la vostra testa, entrano per le orecchie e fanno il nido dentro, se li lasciate fare non li sfratteranno né la polizia né le medicine né l’elettroshock.
Il cd è edito dall’indie americana Cuneiform (www.cuneiformrecords.com), distribuita in Italia da IRD (www.ird.it), e da oggi resta inchiodato fisso nel mio walkman. E se uno di questi giorni perdo la strada e scompaio, non venite a cercarmi.

Marco Pandin
stella_nera@tin.it