rivista anarchica
anno 38 n. 333
marzo 2008


ecosistemi

 

riflessioni


Ambiente e organizzazione sociale

Vi è una stretta relazione tra la qualità dell’ambiente e l’organizzazione sociale delle popolazioni?
Di sicuro sappiamo che i popoli che in maniera migliore hanno conservato la qualità dell’ambiente sono stati i cacciatori raccoglitori; i popoli con bassa densità abitativa (tipico della raccolta caccia); i popoli che esercitavano un controllo sulle nascite in relazione alle capacità produttive del territorio (vedi isole); i popoli che non accumulavano; i popoli che quindi producevano di meno di quanto fossero le potenzialità delle risorse ma producevano esclusivamente per il consumo quotidiano (massimo stagionale) e quindi ciò era possibile solo se il livello del prelievo era significativamente minore di quanto fosse la disponibilità. In sintesi l’accumulo si lasciava nell’ambiente naturale.
Questa condizione implicava che il bene comune (l’ambiente naturale) fosse il contenitore del benessere comune. Nelle società dove la ricchezza è interpretata solo come acquisizione e trasformazione privata del bene comune risulta meno facile mantenere la qualità dell’ambiente.
Di sicuro sappiamo che le società maggiormente gerarchicizzate con una presenza significativa di strutture non produttive, quali militari, religiosi, amministrativi, hanno avuto meno attenzione alla qualità dell’ambiente. In primo luogo perché interessati alla creazione di quella sovrapproduzione, unico meccanismo che consente di sopravvivere alle parti improduttive, in secondo luogo per essere essi stessi portatori di una cultura lontana dalla qualità dell’ambiente in quanto profondamente autoreferenziata.
Quando le religioni sono meno strutturate, quando l’essere guerriero è uno stato momentaneo dell’esistenza degli individui (giovinezza) allora le persone interessate parlano linguaggi e operano direttamente connessi al benessere della società; in caso contrario esse interpretano il benessere comune attraverso i criteri e le esigenze degli apparati a cui afferiscono.
La presenza di interessi specifici di categoria implica l’allontanamento dall’interesse comune, di cui la questione ambientale è parte sostanziale.
Anche l’aumento del numero degli individui in presenza della medesima quantità di risorse può essere fattore di alterazione dei rapporti con l’ambiente; questa condizione tende a creare preoccupazione sulla possibilità di una conduzione comune di gestione delle risorse e rendere maggiormente difficile l’uso dei sistemi naturali come accumulatore delle risorse necessarie (in quanto troppo utilizzate) favorendo così pratiche di accumulo individuale.
Società gerarchizzate, con grandi apparati improduttivi, composte di troppi individui in relazione alle risorse tendono ad aumentare la complessità delle modalità gestionali, rendendo quasi impossibile il diretto contatto tra individuo, comunità ed ambiente.
Maggiore è la complessità del sistema in disequilibrio ambientale e maggiore è il rischio di collasso dello stesso. Per mantenere i caratteri, ed i vantaggi, dell’organizzazione sociale il sistema tende ad aumentare esponenzialmente la propria complessità dimostrando un’incapacità ad individuare soluzioni semplici per situazioni complesse.
Infine la difficoltà a determinare quale siano i limiti della società, in termini di risorse disponibili, e quindi a definire modalità di vita direttamente relazionate con esse facilita la conflittualità con altre società nel continuo accaparramento delle risorse necessarie per mantenere la struttura, e l’accumulo.
Si può pervenire, seppur molto rapidamente, ad una conclusione, a tutti i lettori ben nota: le società meno gerarchiche, complesse ed accumulatrici, che si configurano sulla base del limite delle risorse locali, hanno maggiori possibilità di sussiste in un ambiente di qualità e di mantenere le priore capacità di rispondere alle variazioni delle condizioni ambientali. Una società evoluta ma semplice.


testimonianze


Prelievi, strumentazioni e capacità tecnica

Nella vita degli inuit (eschimesi) la caccia aveva un’importanza centrale. Per cacciare essi avevano predisposto una diversificata attrezzatura che facilitava al massimo il prelievo senza necessitare di un’impegno energetico (materiali, strumentazioni etc) superiore a quanto disponibile ed agli obiettivi proposto (prelievo ma non esaurimento delle risorse).
Disponevano di una imbarcazione per la caccia e pesca in ambiti marini prossime alla terraferma: il kayak. Costruito con un telaio ricoperto di pelle di foca, leggero e molto veloce era costruito su misura per il proprietario in modo che le dimensioni fossero collegate con la capacità muscolare del vogatore si il sedile facesse tutt’uno con gli indumenti e sigillasse l’interno dell’imbarcazione dagli schizzi di acqua ghiacciata.
Per le caccia alle foche attuate con il kayak si adoperava: un’asta di arpione con una impugnatura che rendeva possibile il lancio delle fiocine; una testa di arpione (15 cm circa) attaccabile all’asta con una giuntura; numerose sacche di pelle di foca utilizzate come pesi per ostacolare i movimenti degli animali colpiti; una lancia per finire gli animali arpionati. Per la caccia agli uccelli arco e frecce con una particolare risoluzione: alla punta centrale si aggiungevano più in basso nell’asta altre due punte laterali che aumentavano notevolmente la possibilità di colpire il bersaglio.
Vi era poi l’imbarcazione per la caccia alle balene in mare aperto costruita con medesimi materiali e tecnica dell’altra l’umiak era di dimensioni maggiori. La caccia alle balene avveniva in gruppo. Una volta che l’arpione aveva colpito la balena la giuntura mobile si apriva e l’asta poteva essere ritirata rimanendo la testa conficcata nel corpo della balena. Questo consentiva all’imbarcazione di sganciarsi e quindi di non essere trascinata in profondità dall’animale ferito. Alla testa dell’arpione era però legata una sacca gonfiata d’aria che, galleggiando, affaticava la balena. Ogni volta che l’animale emergeva per prendere aria veniva lanciato un altro arpione con un’altra sacca, fin quando l’animale non ce la faceva più e veniva finita con una lancia.
Oggi le baleniere consumano migliaia di volte l’energia impegnata dagli inuit rispondendo ai caratteri del modello produttivo imperante che stimola alla sovradimensionamento delle strumentazioni tecniche. Strumentazioni tutte basate su alcuni caratteri comuni anche se vi potrebbero essere soluzioni maggiormente mirate alla specificità del prelievo stesso.
L’energia impegnata è sempre molto superiore a quella necessaria in quanto è attraverso di essa che si garantisce la quantità del prelievo (e maggiore è la rarità della risorsa e maggiore è l’impegno energetico necessario) ponendo attenzione non alla risorsa ma ai profitti a breve termine che con il suo commercio si realizzano.
In questo non serve né intelligenza né capacità tecnica ma solo strumentazioni macrodimensionate.


osservazioni sulla contemporaneità


Arte tra contaminazione e identità

La contaminazione è l’esito dello scambio culturale e quindi elemento inalienabile dei caratteri dell’agire umano.
Questa condizione propria, in misura diversa, di ogni comunità ha assunto nel modello globale un livello di intensità tale da incidere significativamente sulla caratterizzazione delle culture locali.
Da un lato la cultura occidentale di mercato ha colonizzato il mondo imponendo modalità di vita, forzando i costumi, svuotando di significato forme di produzione e di relazione sociale locali. Contemporaneamente recupera dimensioni specifiche di produzione culturale locale miscelandole all’interno di un unico contenitore nel quale le società, le culture, l’autonomia produttiva locale sono annullate sostituite da accattivanti forme di creatività individuale.
Nella società contemporanea, infatti, viene assegnata una grande rilevanza alla creatività quando essa non sia connessa a comunità collocate fuori dagli interessi e dalla cultura imperante. Artisti-monadi che possono prendere ispirazione da tradizioni locali, creatività comuni, ignorandole o modificandone a discrezione la matrice culturale e sociale che le ha definite.

Arte esquimese: maschera in legno dello sciamano

Un esempio tipico di contemporanee contaminazioni di tipo musicale interessa il recupero di melodie e ritmi tradizionali che vengono reinterpretati fondendo le parti estrapolate da contesti geograficamente e culturalmente distanti in una miscellanea arrangiata al gusto del musicista
Se la presenza di creatività individuale è comunque un segno positivo, quando però essa per superficialità contribuisce a destrutturate le culture locali assume caratteri di negatività che una maggiore consapevolezza potrebbe evitare.
Nel momento in cui avviene la reinterpretazione delle musiche tradizionali di fatto si espropria una parte della cultura tradizionale e le comunità subiscono una mutilazione perdendo la capacità di riconoscersi in una specificità che viene apprezzata solo quando tradotta in un linguaggio profondamente diverso da quello da essi praticata.
L’esito è la riduzione della riconoscibilità della cultura locale e la perdita del riconoscimento della capacità creativa della comunità stessa. Una musica che non è praticata dai cantori, che non viene fatta “casa-casa”, che ha bisogno di palchi e di manifestazioni, che trasforma i tempi, i ritmi, le parole, le gestualità, che trasforma il senso del ballo e del canto non innova una cultura ma la stravolge seppur operando inconsapevolmente.
Il perseguimento di una produzione esclusivamente individuale, di una individualità che utilizzando le regole del commercio ha necessità di incrementare continuamente la propria riconoscibilità riduce l’identità della società e dei luoghi in cui l’individuo opera.
Nelle culture tradizionali l’artista come l’architetto operavano utilizzando un linguaggio noto alla comunità che quindi portava piacere ai fruitori che si riconoscevano negli edifici e negli ornamenti (tra l’altro spesso connessi in un unico e coerente sistema).
Artisti ed architetti svolgevano un lavoro artigianale che si sviluppava con un linguaggio limitato, innovato lentamente attraverso le loro opere. Essi si riferivano ad una comunità di cui erano parte e di cui erano lo strumento di rappresentazione.
L’arte contemporanea ha operato uno strappo con la comunità; ha preso la strada di un linguaggio autoreferenziato frequentemente volto a stupire più che a piacere. Ad esempio già all’inizio del secolo scorso molti artisti utilizzavano le proprie opere per evidenziare la capacità del gesto creativo: il cesso diventa opera d’arte se l’artista lo presenta come tale e le opere non esprimono gli stati d’animo ma la critica sociale e disciplinare, le teorie, i ragionamenti dell’artista.
L’arte contemporanea ha un grande mercato, il più esteso mai esistito. Organizzazioni composte da riviste, critici, galleristi, media valutano, promuovono, esaltano le opere ed i fruitori non sono le comunità ma una limitata parte della società: gli acquirenti.
Se si verificasse la diffusione degli artisti contemporanei ci si renderebbe conto che le opere creative più vendute sono sottoprodotti (bambini che piangono o paesaggi) o immagini connesse con i colori e le forme delle tradizioni locali. Queste espressioni stanno alle opere dell’“Artista” come un edificio monofamiliare sta ad un edificio di un grande architetto: rappresentano una profonda frattura nella cultura della popolazione, una frattura che volontariamente è stata aumentata nel corso del secolo scorso sia attraverso la ricerca dell’incomprensione propria dell’avanguardia, sia attraverso la ricerca della comprensione propria della demagogia populista.
Potrebbe essere importante riportare la produzione degli artisti e degli architetti nell’ambito della società in cui operano facendoli riagganciare il linguaggio comune, contribuendo a dargli un’identità senza per questo limitare la creatività individuale né praticare l’interpretazione che il potere dà alla creatività diffusa.
In questo la contaminazione dovrebbe ritornare ad essere il momento di confronto e scambio tra identità culturali definite e non il prelievo indiscriminato di valenze comuni da parte di singoli individui a loro esclusivo interesse.

Adriano Paolella