rivista anarchica
anno 37 n. 325
aprile 2007


attenzione sociale


a cura di Felice Accame

 

L’artista, lo psicologo
e la misura del loro salario

 

L’artista medioevale, raccontano Rudolf e Margot Wittkower in Nati sotto Saturno (Einaudi, Torino 1968), era un salariato. Lavoratore manuale, se la cavava come poteva al fondo della scala sociale. La sua protezione, come il suo controllo ed il rapporto con la committenza, veniva garantita dalla corporazione. Il prezzo della sua opera era calcolato in base ai materiali impiegati, alla dimensione, perfino al numero delle figure rappresentate e, soprattutto, al tempo occorso per la realizzazione.
Già nel Quattrocento, molti artisti fiorentini cominciarono a ribellarsi alle regole della corporazione cui, con altri lavoratori manuali, appartenevano. Brunelleschi, per esempio, si rifiutò di pagare le tasse alla corporazione e per questo finì in galera. Ma per pochi giorni. Da un lato, perché aveva amici potenti, ma dall’altro anche perché l’artista stava ormai ascendendo la scala sociale e si stavano delineando le condizioni in cui l’artista avrebbe potuto liberarsi della corporazione stessa. Cosa che puntualmente avvenne, orientandolo verso stili di vita nuovi: non più alzarsi al mattino presto per andare a firmare il cartellino in bottega, ma vita da pre-bohémien – stravizi, notti bianche, e tempo libero per l’“ozio creativo”. Il prezzo della sua opera si disincagliò ben presto dal tempo occorso per la sua realizzazione e andò parametrandosi su quella “artisticità” che tanto filo da torcere ha dato a tutti coloro che, da quei giorni in avanti, hanno tentato di definire – un’artisticità che Leonardo, con pochissima avvedutezza tecnologica, individuava nell’“inimitabilità”.
In Claustrofilia (Adelphi, Milano 1983), Elvio Fachinelli fa notare quanto sia “impressionante” il prolungamento della durata del trattamento psicoanalitico. Già ai tempi di Freud, il rapporto tendeva a crescere nel tempo, mentre diminuiva la frequenza delle sedute settimanali – da sei fino a una – e diminuiva la loro durata – da un’ora fino ad una quarantina di minuti. Più passavano gli anni e più l’analisi acquisiva i caratteri dell’interminabilità. Notava Fachinelli che, paradossalmente, il fenomeno era quello di un “apparato scientifico” che, guadagnando in “perfezione e complessità”, necessitasse di “un tempo sempre maggiore”. E di denaro, perché Freud ha sempre sostenuto che senza pagamento niente analisi. Come se il denaro che passa dalla tasca del paziente a quella dell’analista fosse la prima garanzia della bontà dell’analisi – che, sia detto per inciso, negli anni Venti, viaggiava già sui venti dollari l’ora. Sulla questione della durata, la storia del movimento psicoanalitico dovette registrare perfino scissioni, come a Los Angeles nel 1950.
Accettando condizioni un po’ imbarazzanti per chi le poneva, nel febbraio scorso, ho accettato di tenere una breve relazione ad un convegno di psicologi. Mi avevano chiesto di parlare per primo e di non partecipare al dibattito conclusivo. Non solo: avrei anche dovuto inviare preventivamente la mia relazione in forma scritta e, ovviamente, non avrei percepito una lira. Bene, messe così le cose ho accettato al volo. Da libero, da non corporativizzato, mi ha sempre divertito vedere uno psicologo in difficoltà, ma vederlo in una sorta di difficoltà preventiva mi divertiva ancor di più.
Di psicologia si comincia a parlare negli ultimi anni del Cinquecento, ma ci vogliono almeno tre secoli per farne una scienza e una professione. Tre secoli in cui si pongono delle condizioni per il controllo dello stato sul cittadino che portano a legittimare la colonizzazione della memoria altrui e l’incistamento delle categorie della scienza psicologica nell’autorappresentazione della gente.
Checché ne possano dire gli psicologi, le loro origini sono queste e non è difficile ancora oggi scorgerne le tracce in ciò che essi dicono e fanno – nel rapporto con il cliente-paziente, nelle aziende selezionando il personale, nelle istituzioni, nei tribunali. Una certa buona dose di paura gli si confà: perdere il potere ottenuto, doverlo negoziare con altri che aspirano a dividersi con loro la torta della patologizzazione della società, dover constatare che i propri apparati metodologici vacillano o che, mentre loro si sforzavano di guardare altrove, erano già miseramente crollati.
Se le origini della parola “misura” rimangono troppo lontane da noi per recuperarne il senso – presumibilmente, tuttavia, sia “misura” che “metro” hanno avuto a che fare con la divisione dei terreni –, tuttavia, dalla cultura romana fino alla nostra il suo significato è sempre stato quello di porre un rapporto tra due grandezze cui si sia attribuito un valore numerico. Intitolandosi “Misurare l’immateriale”, dunque, il convegno cui ho moderatamente partecipato, proponeva un giochino concettuale intelligente soltanto all’apparenza. In realtà, l’ennesima riproposizione di una metafora irriducibile a qualsiasi operazione effettivamente realizzabile – e l’ennesima manifestazione involontaria di una paura storica degli psicologi: quella di rappresentare, a fronte di scienze che sulla raffinatezza delle misure han posto le basi per il loro successo, un parente povero e fin un po’ tonto che mai è riuscito ad affrancarsi dal mago, dal confessore e dal questurino, tutte categorie di persone che, per ottenere i loro risultati, non hanno bisogno di tanto sapere.
Prima o poi – forse qualche segnale c’è già –, gli psicologi scopriranno che possono fare a meno dell’orologio e delle frequenti sedute con il cliente. Si faranno pagare per l’irripetibilità della loro procedura e di quei processi interazionali in cui riescono a coinvolgere il cliente. L’analisi si trasformerà in terapia come la materia bruta (si dice sempre così quando si vuol far salire un prezzo) si trasforma in opera d’arte.
Così, al contempo, gli psicologi si libereranno delle loro corporazioni e dalle nuove condizioni trarranno nuovi vantaggi. Tempo libero a iosa, più denaro, più prestigio, forse meno paura. A differenza degli incauti che capiteranno nei loro negozi – che pagheranno prezzi maggiori essendone ciò non ostante più contenti. Ripercorrendo le tappe dell’evoluzione dell’arte: meno lavoro, più aura, o, anzi, niente lavoro, tutta aura.

Felice Accame

Note
Gli psicoanalisti si sono arrovellati su drammatici problemi come quelli della durata dell’analisi e come altri. Per esempio: è obbligatorio l’uso del divano? Oppure: è d’uopo stringere la mano al paziente all’inizio e alla fine della seduta ? Cfr. P. Roazen, Freud al lavoro, Massari editore, Bolsena 1998, pp. 62-63 e pp. 93-94. A Roazen debbo anche la conoscenza di una curiosa analogia, proposta da Freud stesso, tra artista e psicoanalista. In una lettera in cui se la prende con un tale, perché troppo castigato nel riferire un’analisi, dice che questa “richiede una totale mancanza di scrupoli, la disponibilità a ingannare e a tradire, o a comportarsi come quell’artista che compri i colori con il denaro che la moglie mette da parte per le spese di casa” (pag. 21). Come volevasi dimostrare.