rivista anarchica
anno 37 n. 323
febbraio 2007


Dvd Zingari

Persone e diritti negati nel ghetto
di Giovanna Boursier

 

Il pregiudizio che avvolge i rom trova la sua espressione anche architettonica nelle politiche abitative elaborate da comuni e regioni d’Italia.

Nel caso dei rom ancora oggi è possibile pensare insieme parole come campo, discriminazione e emarginazione. Basta andare in giro per le grandi periferie urbane italiane, gli spazi ai limiti delle metropoli dove le comunità cittadine accumulano i propri rifiuti, e osservare come vivono quasi 200 mila persone, uomini, donne e bambini, costretti ad abitare nei cosiddetti campi-nomadi. Perché, nonostante rom e sinti siano milioni nel mondo e costituiscano la minoranza più importante dell’Unione Europea, nell’immaginario collettivo continuano a corrispondere a chi un luogo non ce l’ha.
Dire quanti sono i campi in Italia è impossibile, perché oltre a quelli autorizzati ne esistono altri che nascono spontaneamente sui greti dei fiumi, accanto alle discariche, sotto i viadotti autostradali, rifugi improvvisati per chi, quasi sempre, fugge da guerra e povertà estrema. E mentre l’emergenza aggiunge persone dove già è impossibile vivere, nei campi nomadi quasi nessuno mette piede. Invece bisogna entrarci. Per sentire la puzza, vedere dove giocano i ragazzini e abitano le persone, in mezzo al fango e tra i topi, nelle roulotte fatiscenti e nelle baracche traballanti spesso senza acqua e corrente elettrica. Per sentire il gelo in cui la mattina si svegliano e raccolgono i bambini per mandarli a scuola, un atto, va detto, di confronto culturale vero ma unidirezionale che i rom – la cui cultura è sempre stata orale – negli ultimi decenni hanno accettato senza ottenere molto in cambio. Conosciuti come i “figli del vento” e ancorati a stereotipi di libertà e fierezza i rom vivono oggi una realtà drammatica, oggetto di un vero e proprio genocidio culturale prima ancora che fisico.
Costruiti sull’emergenza-flussi degli anni Sessanta e Settanta, al tempo delle grandi migrazioni dalla Jugoslavia, oggi i campi continuano a esistere perché, come ha scritto giustamente Nando Sigona, “i rom li disegniamo noi”. Li chiamiamo “zingari”, e li raccontiamo non come sono ma come devono essere per necessità di ordine sociopolitico. Li descriviamo come nomadi quando nomadi non lo sono più da decenni anche perché le definizioni ufficiali sono uno strumento fondamentale per tracciare confini dentro cui ciascuno deve giocare un ruolo.
Oggi infatti il nomadismo permette di stigmatizzare in categorie immutevoli persone che vivono tra noi da secoli e tenerle in queste specie di baraccopoli ghetto dove, insieme ai diritti umani, si cancellano le possibilità. Parlare di “nomadi” vuol dire non considerare mai i rom parte integrante della società, rimarcare la distanza tra noi e loro e segnalare che non sono cittadini. La teoria del nomadismo diventa quindi utile a costruire campi funzionali al sistema politico e alla sua azione. Attraverso queste identità inesistenti, queste invenzioni, il sistema politico gestisce l’altro, lo “straniero”.

Chiamare nomade chi nomade non è, vuol dire costringerlo in un certo tipo di esistenza, segregata come estranea, e nella quale risulta diffide riconoscere aspirazioni e modelli culturali autentici che così, intanto, si vanno frantumando. La teoria del nomadismo finisce quindi per essere insieme causa ed effetto di un processo di misconoscimento della complessità culturale e perciò determina soluzioni sbagliate. Tanto che alla fine il pregiudizio che avvolge i rom trova la sua espressione anche architettonica nelle politiche abitative elaborate da comuni e regioni d’Italia. Alla fine l’essere rom coincide con il vivere nei campi, dove le istituzioni continuano a spingerli da decenni.
In generale i campi servono a dare un posto a chi non ce l’ha, ma anche a piazzare, a fermare. Fanno parte dell’architettura del mondo attuale ma ne scriveva già Anna Harendt: luoghi dove mettere chi risulta “in più” rispetto alla struttura politica degli stati nazione che il mondo si è dato. Basta negare la cittadinanza, usandola come arma di ricatto: nel momento in cui non viene praticata scadono anche i diritti umani.
E così si possono buttare uomini, donne e bambini in mezzo alla strada, nei campi, comunità che negano i diritti dove i documenti in regola sono solo di una minoranza e le minacce di espulsione costanti. Comunità ricattate, quindi, legittimate a esistere solo nei ghetti.

Giovanna Boursier

ripreso da “
Alias”, supplemento settimanale de “Il Manifesto”, dell’11/11/2006