rivista anarchica
anno 37 n. 323
febbraio 2007


canzone d’autore

a cura di Alessio Lega

 

Lo spirito del Tenco (o la roba di Amilcare)

Anche quest’anno c’è stata la rassegna del Club Tenco di Sanremo. Anche quest’anno è stata un’occasione imperdibile, per tutti gli amanti appassionati della canzone d’autore, di assistere a tre giorni di concerti, mostre, tavole rotonde, conferenze stampa, deliri notturni. Anche quest’anno si andava lì per discutere, per proporre, per rivedere, per incontrarsi, per ubriacarsi.
La rassegna dell’anno passato fu meravigliosa: era il trentennale, tutti – o quasi – i mostri sacri in circolazione avevano risposto al richiamo.
Impossibile (ma ancor di più, inutile) replicarla quest’anno. Stavolta il Tenco ha provato a guardare oltre il guado in cui sembra giacere la musica italiana. Il cast era formato da moltissimi giovani, esordienti o quasi.
A dispetto della presenza di alcuni talenti consolidati e del premio alla carriera per Lauzi (trasformatosi in omaggio postumo, visto che nel mese di ottobre il cantautore era scomparso), ciò che ha reso più che meravigliosa indispensabile questa rassegna, è stata proprio la ricerca e il coraggio. Questa ricerca e questo coraggio mi hanno riacceso il cuore di un antico amore che voglio provare a raccontarvi.

Io sono qui sono venuto a suonare
sono venuto ad amare
e di nascosto a danzare...


Premessa 1: il luogo
Sanremo è uno strano posto, uno sputo di terra sospeso tra il mare e la Francia, storicamente un poverissimo paese di pescatori, arroccato in una pigna di case contorte, addossato a un lungomare dove i ricchi di mezza Europa (e oltre) nell’800 venivano a curarsi la tisi, perché lì c’era ben poco da mangiare, ma il clima è bello e fa caldo anche d’inverno. Sanremo era già una contraddizione in sé, prima che tutto accadesse.
Sanremo poi è diventata così tristemente (e telegenicamente) nota a chi s’interessa di canzoni: Sanremo è Sanremo. Sanremo è il posto dove Luigi Tenco perse una scommessa con se stesso, quella di poter fare della canzone un’arma contro l’indifferenza, contro il sorriso forzato, contro il patema di cartapesta.
Sanremo delle contraddizioni è però anche quella del riscatto: la triste Sanremo di Tenco è diventata la bella Sanremo del Tenco.

Premessa 2: chi?
Forse non fu proprio in contrapposizione, forse all’inizio fu più che altro per l’idea di presentare un completamento del festivalone della canzone. Fu come fu, insomma, che trenta e passa anni fa un partigiano socialista, coltivatore di fiori e di talenti, individualista appassionato (e anche un po’ rompicoglioni), vero amante e santo laico del calendario dei cantautori, diede vita a un progetto divenuto mitico il Club Tenco. Il santo laico si chiamava Amilcare Rambaldi. Attorno a lui si raccolse e crebbe una cricca di pazzi, attualmente diretta (artisticamente!) da Enrico De Angelis, e composta da Sergio Sacchi, Antonio Silva, Giorgio Vellani, Roberto Coggiola e poi Roberto Molteni, Daniela Pallanca, Alessandro Prevosto, Andrea Salesi e poi molti altri ancora che si sbattono enormemente, ma che è impossibile citare tutti. Tutti costoro fanno il Tenco (e lo sono), anche adesso che Amilcare non c’è più da dieci anni.
Sanremo, teatro Ariston, Premio Tenco, 9/11 novembre 2006.
Willy De Ville (foto Stefano Starace)

…dunque cosa?
Insomma cos’è veramente ’sta roba che non si sa bene nemmeno come chiamare (Tenco, Premio Tenco, Club Tenco,…) di che cosa è fatta?
Ne ho sentite tante.
Beh… è il più importante festival di canzone al mondo. Come altro si può definire una rassegna che ha ospitato (cito a caso) Atahualpa Yupanqui, Fabrizio de André, Guccini, Daniel Viglietti, Nick Cave, Chico Buarque, Dave Van Ronk, Okudzava, Trenet, Piero Ciampi, Giovanna Marini, Léo Ferré (eccetera, eccetera), a volte per la prima, per l’ultima, per l’unica volta nel nostro Paese? Per vastità, completezza, lungimiranza e splendore non c’è paragone possibile.
Ma questo non è che il lato visibile, la percezione esterna della vicenda. Alla fine si tratta pur sempre di gran bei concerti, a volte eccelsi, qualche volta persino deludenti, ma non è questo il punto.
Il punto è nello spirito che circonda e pervade tutto. Lo spirito del Tenco, la leggenda che s’è nutrita di passione e che ancora a sua volta nutre altre passioni. Uno spirito che non è mica tanto spirituale, forse è alcolico (si pensi che qui l’infermeria del teatro è adibita a mescita!). Lo spirito che esiste, è esistito, ha fatto storia, persiste, resiste e canta.
Lo si può vedere bello chiaro di pomeriggio (molto presto) e di sera (molto tardi).
La televisione, come quasi sempre, non ne può conservare alcuna memoria, perché a quelle ore le telecamere girano poco.
È roba d’amore, è roba di dedizione. Come disse Paolo Conte (e come dicono ancora quelli che fanno il Tenco) è Roba di Amilcare.
Io dico che è una roba di tutti quelli che lo amano, anche dell’ultimo arrivato, e questa è la sua forza.

La intuivo già da lontano questa forza
Il primo videoregistratore è entrato a casa mia a Lecce a metà degli anni ’80, e io aspettavo nella notte più fonda gli speciali sul Tenco per videoregistrarli (e poi, al mattino, erano guai con le interrogazioni e i compiti in classe), ma quanto è contato in quella mia fondissima provincia, lontana da tutto e da cui non vedevo l’ora di scappare, vedere per la prima volta (a volte per l’unica) in faccia artisti come Marco Ongaro, Paolo Pietrangeli, Tito Schipa Jr che presentava il suo Bob Dylan e (udite udite) una volta un intero concerto di Tom Waits. È un po’ come la prima volta che vedi Quarto potere e decidi che vuoi fare il cinema. È una roba che sveglia le vocazioni!
Rimasi tramortito quando, un po’ tremante, andai per la prima volta a vederlo dal vero il Tenco, con tutte le timidezze e le tremende certezze dei 20 anni, assieme al mio amico Daniele.
C’era Gianni Siviero, outsider della canzone impegnata degli anni ’70, che mi parlò della sua sfiducia, di una dolorosa e orgogliosa consapevolezza che allora mi suonò come il tradimento penetrato nella fortezza, ma che oggi è una sirena che spesso tenta anche me. Per fortuna c’era Pablo Milanes, il grande cubano, che, pur stanchissimo, non negò un’intervista a due evidenti cazzari sbarbati (noi) e che poi, invece di mandarci a cagare perché non sapevamo il castigliano e insistevamo nel cercare di parlarci, ci rispondeva… a gesti; umiltà del genio!
E c’era anche Amilcare, che ci parlò di quella volta che, trent’anni prima a Nizza, aveva scoperto di aver perso – per un giorno di ritardo – il concerto di Brel “era tutta la vita che lo inseguivo!” pareva ancora incazzato.
Esattamente dieci anni dopo ho visto il Tenco dal lato del palcoscenico, ritirando la mia unica targa (non ho la patente) e cantando. Nessuno lo sapeva ma, mentre mi abbracciavano e mi baciavano, io avevo le luci negli occhi e mi dicevo “eccomi, bella donna che non sei altro, ho cominciato tanto tempo fa a farti la corte e ora ci siamo!”.
Sanremo, teatro Ariston, Premio Tenco, 9/11 novembre 2006.
Vinicio Capossela (foto Stefano Starace)

Ma come?
C’è chi l’amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
Bocca di Rosa né l’uno né l’altro
lei lo faceva per passione


Chi fa il Tenco lo fa gratis (Amilcare, mi dicono, ci rimetteva del suo). Chi va a cantare al Tenco ci va gratis. Ciò che non riguarda il denaro nella nostra misera industria culturale è rivoluzionario.
È rivoluzionario che qui la priorità sia quella di divertirsi ancora più che di rispettare un passato così glorioso. È rivoluzionario che qui non ci sia un solo nome più grande di un altro nei cartelloni (e di nomi grandi qui ne passano!).

Un’istituzione?
Qualcuno di tanto in tanto rimprovera il Tenco di essere diventato un santuario, di essersi istituzionalizzato.
Isa fa la cantautrice e spesso si accompagna a me. Isa, cioè Isabella Maria Zoppi, fa anche un altro lavoro: è ricercatrice del CNR dove si occupa come studiosa anche di canzoni (ha appena pubblicato un libro su Paolo Conte). Il CNR è l’Istituzione della ricerca in Italia, insomma proprio il ministero, come diremmo noi (con un certo giusto disprezzo!): l’autorità.
Io scrivo articoli per “A” rivista anarchica… (beh, se state leggendo qui lo sapete).
Enrico De Angelis fa il responsabile artistico del Club Tenco.

Ebbene il De Angelis qualche mese fa ci sta accompagnando in macchina alla stazione di Verona Porta Nuova, io gli chiedo di essere accreditato in quanto giornalista di “A”, la Isa come ricercatrice del CNR… De Angelis mi fa: “vabbè Alessio, chiedi tu l’accredito per tutti e due”.
Se il Tenco è un’istituzione è quell’istituzione che preferisce accreditare due giornalisti anarchici piuttosto che un dipendente del CNR!
Avercene di istituzioni così…

Alessio Lega
alessio.lega@fastwebnet.it