rivista anarchica
anno 36 n. 322
dicembre 2006 - gennaio 2007


anarchismo

L’equilibrio anarchico
di Francesco Codello

 

Tra le questioni storicamente dibattute all’interno del movimento, vi sono quelle della libertà e dell’uguaglianza e della relazione che intercorre tra di loro.

 

Quando nel 1819 Benjamin Constant pronunciava la sua conferenza, destinata a divenire la più nota, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, segnava un passaggio importante nella storia del pensiero occidentale. La chiara distinzione che egli evidenziava, tra la libertà come partecipazione sociale e la libertà come dimensione individuale, ripropone una volta ancora la prospettiva duale che segna tutta la storia delle ideologie contemporanee. La dualità mi appare come una caratteristica tipica della cultura occidentale, espressione delle istanze giudaico-cristiane, della filosofia idealistica e anche di quella materialistica, per citare solo alcune tra le correnti di pensiero che più hanno segnato il cammino intellettuale dell’uomo moderno in Occidente.
Questa diversificazione, quasi sempre radicale e inconciliabile, ha stimolato in diversi ambiti intellettuali europei, la ricerca di soluzioni che portassero, da un lato a sintesi e superamento delle antinomie, dall’altro a schierarsi decisamente da una parte o dall’altra. Ambedue queste prospettive, se si analizzano a fondo, rispondono ad una comune logica concettuale e culturale. Ambedue rivelano il bisogno di trovare un’unità attorno alla quale chiudere il cerchio delle contraddizioni e delle diversità. Ambedue dunque, mi si perdoni la schematizzazione, peraltro necessaria in questo contesto, negano la molteplicità della realtà e sbarrano la porta alla ricchezza della complessità. Socialismo e liberalismo, per entrare in ambito politico e ideologico, sono due risposte assolutamente insufficienti e insoddisfacenti per un progetto di reale e profonda emancipazione umana. Universalismo e relativismo, per esplorare invece un ambito filosofico-identitario, costituiscono una rigidità concettuale che non giova al confronto e al metissage.
Continuando su questa linea interpretativa potremmo portare all’attenzione un’infinità di altri esempi che dimostrano come queste operazioni culturali di fatto sopprimano e soffochino l’ansia di libertà e di diversità che appartiene a tanti esseri umani.
Da questo punto di vista, la stessa cosa non è avvenuta nella tradizione culturale orientale, anzi questa coabitazione di opposti costituisce il dato reale e fondante dell’essere, non vi è nessuna volontà di risoluzione in qualche cosa d’altro o nessun desiderio di dare priorità o predominanza ad uno degli aspetti (l’esempio che mi viene in mente è quello del Tao).

Uno dei tanti sguardi anarchici

E l’anarchismo? Che cosa ha da dire su tutto questo?
Ovviamente ciò che dirò non è l’anarchismo ma solo un anarchismo, uno sguardo anarchico, uno dei tanti.
Il pensatore anarchico che mi soccorre in questo momento rispetto a queste questioni è Proudhon, il primo e forse il più incisivo pensatore anarchico riguardo a tutto questo. Il filosofo e sociologo di Besançon infatti intuisce che la realtà è piena di complessità e che questa caratteristica, lungi dall’essere un ostacolo, un limite, è la vera ricchezza e che pertanto il conflitto è un aspetto positivo e ineliminabile. Con Proudhon l’equilibrio assume un significato diverso da quello attribuitogli dal pensiero religioso, idealista, materialista-marxista. Non è più sintesi o superamento di opposti, non è neanche prevalenza di una delle parti, ma continua e superabile relazione, dentro alla quale può evidenziarsi ora l’una ora l’altra delle parti, secondo una dialogica relazione che si auto-corregge spontaneamente.
Torniamo allora ad una delle tante questioni storicamente dibattute anche all’interno dell’anarchismo, vale a dire la questione della libertà e quella dell’uguaglianza e della relazione che intercorre tra loro. L’anarchismo è caratterizzato da istanze socialiste in quanto sottolinea la necessità dell’eguaglianza sociale, pervaso da influenze liberali per quanto esalta la libertà individuale. Quando si sbilancia a favore di una delle due dimensioni dell’emancipazione umana perde la sua originalità e il suo equilibrio. L’anarchismo dunque deve essere, come giustamente sosteneva Ricardo Mella (il poco valorizzato anarchico spagnolo), senza aggettivi. Mi pare questa una prima importante considerazione in un momento storico di vistose confusioni anche tra gli anarchici. La libertà individuale e l’uguaglianza sociale non possono costituire di per sé, singolarmente prese, l’essenza del pensiero anarchico. L’equilibrio di cui vorrei parlare sta proprio nella capacità, che dovrebbe caratterizzare ogni individuo libertario, di schierarsi di volta in volta da una parte o dall’altra, qualora, e solo allora, uno dei due elementi costitutivi stia per essere minacciato dall’altro.
In sostanza l’equilibrio di cui sostengo la necessità è un equilibrio instabile, attivo, mutevole, che trova la sua ragion d’essere in quanto indirizza l’azione attiva dell’anarchico a salvaguardare una delle parti minacciata dall’altra. Allora, di volta in volta, sarà l’agitazione del valore e della prassi della libertà, sarà la lotta e la riflessione sull’inviolabilità dell’uguaglianza, che dovranno divenire il leit motiv del pensiero e dell’azione libertari. Quando uno dei due elementi costitutivi del pensiero anarchico prendono il sopravvento, l’intera azione e le complesse riflessioni teoriche, perdono la loro più autentica e radicale natura. Libertà e uguaglianza, per stare su questo aspetto del problema, da sole, o nell’atto di prevalere, possono inficiare e corrompere le radici dell’intero pensiero anarchico. Oltretutto, nell’atto di far prevalere ora l’una ora l’altra, queste caratteristiche, che rappresentano la complessità autentica della relazione umana, divengono nuovi elementi di solidificazione del dominio impedendo il dispiegarsi dell’individualità e della diversità.
Lo stesso ragionamento potremmo fare quando siamo chiamati a scegliere tra universalismo e relativismo. Non c’è pensiero o cultura che non contempli al proprio interno elementi relativistici ed elementi universalistici. Quando uno dei due poli prende il sopravvento, ambedue divengono pensieri illiberali e talvolta persino totalitari.


Nessuna logica dualistica

L’anarchismo non può dunque, secondo questa prospettiva, pensare di ricondurre ad un’unità sintetica la complessità del reale e, tantomeno, interpretare la realtà alla luce di una logica dualistica. Non solo la realtà è variegata, l’essere umano è complesso, la cultura è ibrida e meticcia, ma anche i tentativi di risolvere questa diversità si sono rivelati fallaci opzioni, strategie totalizzanti, soluzioni troppo spesso drammatiche.
L’equilibrio anarchico consiste proprio in questa instabile, provvisoria, mutevole ricerca di correzione di uno squilibrio ideologico volutamente perorato e sostenuto. Bisogna uscire da questa logica perversa, senza pretendere di sovrapporre una gabbia ideologica alla complessità e alla diversità della realtà, schierandosi di volta in volta, per poi rischierarsi nuovamente, magari dalla parte opposta, in modo diretto e con la consapevolezza di avere un cammino lungo e faticoso da compiere.
I pericoli che si annidano in ognuna delle parti sono molteplici e sempre in agguato, occorre saperli svelare e denunciare, ma sempre senza avere la convinzione di aver terminato l’opera. Da questo punto di vista quindi vi è la convinzione, da parte mia, che debba essere sempre tenuta viva una dimensione esistenziale profonda oltre che saper cogliere i segnali che provengono dalla realtà senza il filtro accecante di ideologie rigidamente chiuse e cieche, nonché sorde e incolori.
Compito difficile? Sicuramente, ma scelta inevitabile. Ecco perché una dose di salutare modestia, di autentico ascolto, spesso non guasterebbe. Lasciamo i tromboni in cantina. Suoniamo melodie più ricche e articolate.

Francesco Codello