rivista anarchica
anno 36 n. 320
ottobre 2006


dibattito Medio Oriente

Andiamoci piano
di Antonio Cardella

 

Sbaglia il centrosinistra a lanciarsi con tanto entusiasmo nell’avventura libanese. Bisognerebbe invece dialogare con Hezbollah, Siria e Iran. Lo sostiene il nostro collaboratore Antonio Cardella.
Il dibattito è (ri)aperto.

 

Dunque ci siamo armati e siamo partiti. Che la fortuna ci assista. Io non so se, quando leggerete queste righe, la tregua avrà retto, se sarà stata fatta rispettare dal contingente internazionale, se, finalmente saranno chiare le regole d’ingaggio, se, soprattutto, i nostri governanti avranno la consapevolezza che quello libanese-israeliano è solo un episodio di un conflitto molto più vasto, che ha origini lontane e complesse e che, purtroppo, non può contare su una particolare lucidità di analisi della diplomazia internazionale.
Il cuore del problema – come da molte parti si sostiene, anche se nessuno ne trae le debite conseguenze – è la mancata formazione di un vero stato palestinese, autonomo, non inquinato da influenze straniere, che possa procedere, intanto, ad una vera pacificazione interna tra le varie anime della resistenza ad Israele e possa, poi, con quest’ultima, stabilire una convivenza basata sul riconoscimento consensuale di confini certi, sulla soluzione del problema dei profughi palestinesi e sulla cessazione di embarghi, espliciti o mascherati, attuati dal fronte degli interessi multinazionali che gravano sull’area.
È inutile farsi illusioni: giungere ad una pacificazione del Medioriente attuando la politica sconsiderata: io armo la mano di questa fazione perché mi aiuti – senza che mi debba sporcare le mani – ad annientare il mio nemico pro tempore, come è avvenuto con l’Iraq di Saddam in funzione antiiraniana, è una politica che non porta da nessuna parte, così come da nessuna parte porta la pretesa di tenere fuori paesi come la Siria e lo stesso Iran, nella ricerca di soluzioni stabili per la pacificazione dell’area.
Sembrano considerazioni ovvie, quelle che abbiamo appena fatte, ma per attuarle occorrerebbe che non ci fossero peli lunghi ed arruffati sullo stomaco di tutti i protagonisti dello scontro attuale.
Intanto la politica demenziale dell’amministrazione Bush com’era facile prevedere (e lo abbiamo scritto su questo stesso foglio all’inizio del conflitto iracheno) ha scatenato una serie di reazioni a catena, risvegliando conflitti interni che sembravano sopiti se non proprio risolti, all’interno del mondo islamico, e contribuendo alla crescita esponenziale delle attività terroristiche ed alla destabilizzazione dell’intera area. L’ottusità di una politica infantile ed incolta che riteneva di poter risolvere tutti i problemi mandando al macello migliaia di uomini, nella pretesa di poter tutelare manu militare interessi legittimi e illegittimi vantati nella zona, ha portato l’America ad un’ulteriore sconfitta sul terreno, aggravata dai clamorosi insuccessi dei governi fantocci, imposti all’Iraq occupato e in preda alla più cruenta delle guerre civili. Così come è avvenuto in Corea e in Vietnam, le mosche hanno occupato la carta moschicida e cantano le loro litanie sulla democrazia da esportazione mentre le loro zampe tentano invano di disincagliarsi dalla resistente colla che le vincolerà alla inevitabile dipartita.
Per la verità, da questa politica senza prospettive, nessun paese occidentale si è debitamente e tempestivamente chiamato fuori; nemmeno Francia e Germania, che pure hanno esplicitamente condannato l’intervento angloamericano in Iraq, hanno poi operato nelle sedi competenti (l’ONU in prima fila) perché il loro dissenso si concretizzasse in deplorazione internazionale che costituisse deterrente per l’inizio della guerra e la sua prosecuzione. Ma anche Francia e Germania hanno i loro scheletri negli armadi ed era sin dall’inizio non sufficientemente decifrabile il dilemma se i loro interessi (petroliferi) e gli investimenti per nuove concessioni già promessi da Saddam sarebbero stati sufficientemente tutelati dal prevalere dell’uno o dell’altro contendente.

Pregiudizio contro gli Hezbollah?

Ma torniamo alla crisi libanese. E ci torniamo per dire che ci sono almeno due ragioni che consiglierebbero ad un’Italia più riflessiva e meno interventista, di quella che il centrosinistra rappresenta, di rimanere fuori da questa pericolosa avventura.
La prima ragione è di carattere generale: è storicamente consolidata la constatazione che l’intervento militare, comunque giustificato, non abbia mai composto controversie che non siano state risolte dalla politica . E quando tardivamente la politica è intervenuta dopo il conflitto militare, è riuscita sempre e soltanto a cristallizzare i problemi piuttosto che a dipanarli. Non è affatto vero che la guerra è la prosecuzione della politica: è piuttosto la morte, il fallimento clamoroso della politica.
La seconda ragione, più legata agli eventi di cui ci occupiamo, è che una forza di interposizione costituita prevalentemente da truppe occidentali, è fortemente sospetta agli occhi del mondo arabo (che non coincide affatto con i governi in carica nei singoli paesi, il più delle volte addirittura invisi alle popolazioni). Ed è una diffidenza del tutto giustificata se si considera la scelta di campo a favore di Israele sempre compiuta dalle diplomazie europee, per non parlare di quella americana. Gli arabi, i popoli arabi, pensano – e non senza fondate ragioni – che se la forza di interposizione, al comando di un francese, di un tedesco o di un italiano, poco importa, sarà chiamata a sparare contro gli Hezbollah, lo farà a cuor leggero, mentre sarà molto più restia a farlo se a violare la tregua saranno gli israeliani. I quali, del resto, già la violano costantemente nell’indifferenza generale. Aerei ed elicotteri sorvolano lo spazio aereo libanese e proteggono colpi di mano di nuclei d’assalto che, secondo i dettati della tregua, dovrebbero starsene a casa loro.
Ma già l’ottica con la quale parte questa missione militare è viziata da un pregiudizio esplicito ed inammissibile: il pregiudizio che le formazioni militari degli Hezbollah, che così validamente si sono opposte all’invasione dell’esercito con la stella di Davide, siano poco più che bande di fuorilegge da isolare ed eliminare. Gli Hezbollah sono una forza politica che ha vinto elezioni dal mondo intero ritenute regolari, fortemente radicata sul territorio, specialmente nel sud del paese dove è palese l’assenza delle istituzioni centrali, ed è interprete delle più autentiche esigenze del popolo. Lo dimostra il fatto che ancora prima che la guerra cessasse, questa forza politica è stata la prima a darsi da fare, nei limiti delle sue possibilità e in assenza di aiuti esterni, a iniziare a ricostruire quello che la cieca violenza delle bombe israeliane avevano distrutto. Ma che l’ottica dell’intervento militare sia falsata da pregiudizi lo dimostra il fatto che, mentre i politici del mondo occidentale, sostenuti da una stampa schierata a senso unico, pontificano sulla necessità di disarmare gli Hezbollah, nessuno chiede a Israele di smantellare gli insediamenti di coloni ebraici nelle fattorie di Sheba o di ritirare le postazioni militari in prossimità del confine libanese o di richiamare le navi da combattimento che dalle acque territoriali di un paese libero, il Libano, appunto, hanno compiuto le stragi di civili che il mondo intero ha potuto vedere in diretta da coraggiose riprese televisive e continuano ad attuare un embargo che la tregua dovrebbe far cessare.
Come si vede, anche questa della forza di interposizione è una sporca faccenda e nessuno può prevedere a quale sorte andranno incontro gli incolpevoli soldati che saranno chiamati a farne parte, quali che siano le regole di ingaggio che ne caratterizzeranno gli interventi.
Per queste ragioni sarebbe stato opportuno che l’Italia si fosse chiamata fuori da un’avventura militare dagli esiti incerti ma che, sicuramente, farebbe annoverare il nostro paese tra i nemici del mondo arabo.
Certo è chiedere troppo ad una classe politica, la nostra, che non riesce a vedere nulla al di là del proprio naso e si lascia trascinare da un entusiasmo interventista, non si sa quanto autentico, nient’affatto giustificato dai grandi rischi dell’operazione.

Spada di Damocle

Infine una brevissima considerazione sulla miopia politica che ha portato l’Organizzazione delle Nazioni Unite e la diplomazia occidentale a non coinvolgere Siria ed Iran nei tentativi di spegnere l’incendio mediorientale, con il pretestuoso motivo che siano questi paesi ad ispirare e ad armare la mano degli Hezbollah, … come se dall’altra parte la politica aggressiva di Israele non fosse ispirata ed armata dall’America di Bush. L’errore è gravissimo perché parte dal presupposto del tutto privo di fondamento che Siria ed Iran siano isolate, che la diffidenza del mondo arabo nei loro confronti, in alcuni periodi reale e giustificata, sia tale da prevalere sulle ragioni di una solidarietà tra popoli affini e confinanti. La verità è del tutto diversa: il mondo arabo si sta ricompattando sulla linea soprattutto iraniana, e anche nazioni che sembravano più vicine alle posizioni occidentali, quali la Giordania, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi e, soprattutto l’Egitto, adesso, spaventate dall’aggressività di Israele e dei suoi alleati, hanno mutato le loro posizioni, anche per non indebolire ulteriormente il loro potere nei riguardi di fronti interni in fibrillazione. Il messaggio che sempre più insistentemente passa in Medioriente è quello dell’impossibilità di continuare a vivere costantemente sotto la spada di Damocle di un nemico bene armato e con intenti espansionistici, libero di agire ostilmente contro qualunque paese dell’area, a prescindere e spesso contro le norme del diritto internazionale. Sino a ipotizzare, non si capisce in base a quale norma di diritto internazionale, che la forza di interposizione debba anche presidiare il confine tra la Siria e il Libano, due paesi che non sono in conflitto e che sono perfettamente in grado di sorvegliare i loro rispettivi confini
Non percepire i segnali di una diffidenza crescente nei riguardi di quanti pretendono di mettere bocca e naso, oltre che mani, nei fatti di popoli che, sino a prova contraria, sono liberi ed autonomi, significa allinearsi acriticamente alle linee della politica estera americana, una politica perdente, tesa a destabilizzare e ad imporre la legge del più forte, mentre, sul fronte degli esiti concreti, riduce puntualmente questa potenza apparentemente invincibile ad afflosciarsi in un angolo per leccarsi le ferite di sconfitte cocenti.
Questo però non diminuisce il pericolo e non riduce le mire egemoniche di un capitalismo d’assalto che ha mezzi imponenti ed è indifferente alle perdite di vite umane. Il fronte contro il quale questo capitalismo intende affermare il proprio predominio è assai vasto ed è costituito da potenze emergenti, soprattutto asiatiche, le quali, purtroppo, non sono mosse da istanze che prefigurino nuovi modelli di sviluppo e strutture aggregative orizzontali, meno esposte alle logiche del profitto e dell’accumulazione, ma tendono a reiterare i modi, i ritmi e le dinamiche che hanno caratterizzato e condizionato la crescita dell’Occidente industrializzato.

Contro i fondamentalismi

Stretto nella morsa di questi appetiti contrapposti ma identici nelle finalità e nei modus operandi, il Medioriente ha un ruolo oggettivamente importante nel panorama geopolitico contemporaneo e conquistarne il predominio è essenziale per i due fronti contrapposti. In quest’ottica è facilmente spiegabile l’aggressività degli Stati Uniti e dei suoi più fedeli alleati europei, i quali vedono diminuire la loro influenza in un’area che hanno sin qui ritenuto di poter controllare, con le buone o con le cattive.
È a questo punto che trovo assolutamente miope la politica di Siria e Iran che, con qualche distinguo derivante da situazioni interne diverse, tentano di ricompattare il mondo arabo sul tema dell’antiamericanismo, piuttosto che esaltare il ruolo di un Medioriente che si costituisse polo autonomo e politicamente attivo in un panorama che, altrimenti, lo vedrebbe inevitabilmente impotente nei riguardi di mire egemoniche altrui.
Penso che i fondamentalismi, di qualunque matrice, siano un ottundimento significativo e pericoloso nella comprensione dei veri problemi che incombono nell’area mediorientale, ancora più pericoloso quando con l’ottica fondamentalista si pretenda di coniugare il pragmatismo politico: è assai più facile richiamare alla lotta un popolo in nome della fede; assai più difficile aiutarlo a comprendere le poste reali che sono in gioco, dal cui esito dipende il suo avvenire.

Antonio Cardella