rivista anarchica
anno 36 n. 316
aprile 2006


Emilio Canzi

La roccia sotto la testa
del Comitato Giovani Anpi “Comandante Muro” di Piacenza

 

A Peli di Coli, sessant'anni dopo, parlando di Canzi con i “suoi” partigiani, per cercare di capire le ragioni della persistenza di un vero e proprio mito.

 

Dal poggio che ospita la chiesetta di Peli la grande statua del “colonnello” che marcia con lo Sten in spalla domina la ripida conca rivolta verso la Val Trebbia e Bobbio. Una posizione ideale per essere difesa da un piccolo gruppo di ribelli contro gli eserciti regolari.
Per vincere la diffidenza degli abitanti basta nominare Canzi e chiedere di raccontare. Si scopre così che a Peli vivono ancora oggi molti di quelli che furono i ‘suoi’ partigiani, e i civili che nascosero armi e partigiani durante i rastrellamenti. Avvicinare un anziano è un modo sicuro per conoscere un testimone diretto degli anni della guerra partigiana.

La Chiesa di Peli dove furono nascoste le prime armi
del CLN piacentino (foto: Lucia Baldini)

A Peli la popolazione partecipò al completo alla lotta contro il fascismo; i montanari che senza averlo richiesto si trovarono tra i piedi uomini armati mandati dalla città a combattere una guerra disperata, si misero anima e corpo al servizio della Resistenza.
Il loro ricordo di Canzi è splendido e la figura che ne tracciano è prima di tutto quella di un uomo di statura morale non comune, che faceva della libertà il suo faro. Nel loro strano dialetto a metà tra piacentino e genovese, le donne e gli uomini di Peli cominciano a raccontare e non si fermano più.
I montanari non conoscevano Canzi e gli altri partigiani, né avevano memoria delle grandi lotte degli anni '20, della nascita del regime, della Spagna, dell'antifascismo, come invece succedeva nella bassa e in città.
Il fascismo per loro era poco più che l'adunata del sabato giù a Coli, in piazza, e il podestà locale “una brava persona”.
Le abitudini della montagna e le umili condizioni di vita non erano state sconvolte dalla dittatura.
La conoscenza della vera faccia del fascismo arriva poi, con la guerra che li manda a combattere in paesi lontani. Molti di loro tornano a Peli solo quando, immediatamente dopo l'8 settembre, già si era insediato il primo nucleo di resistenti inviato in montagna dal CLN piacentino.
Alla comparsa dei primi bandi della Repubblica di Salò i ragazzi di Coli e di Peli non rispondono. Esplode un fenomeno di generalizzata renitenza alla leva che porta i giovani della zona a nascondersi nelle cascine nei boschi o nelle grotte del torrente Curiasca.
Il fascismo si fa più invasivo e l'ostilità della popolazione aumenta.
Qualche forma di opposizione sociale al regime era comunque già presente nei confronti dei prelievi forzati di generi alimentari e ce la racconta bene Natale Grassi, classe 1927, il più giovane dei nostri testimoni: “Allora c'era l'annonaria e il grano in più lo dovevi consegnare.
Noi, quando andavamo a prendere i covoni, li picchiavamo un po', ma non troppo, perché se no se ne accorgevano.
E macinavamo di nascosto il grano in un paese qui vicino, Fossoli. Ci mettevamo di guardia, con una parola d'ordine, che se c'era qualche movimento strano si faceva sparire tutto.”

Natale Grassi (foto: Lucia Baldini)

I primi tempi, la clandestinità

È in questo ambiente che nel settembre 1943 arrivano Canzi e gli altri a nascondere le armi nella chiesa del parroco don Bruschi. La comparsa di questi primi resistenti è un ricordo vivo nella mente di Giovanni Agnelli, che abita proprio sopra la chiesetta di Peli: “Son tornato a cavallo di un mulo da Pontremoli, dove ero a soldato, attraverso i monti, verso la metà di settembre. Sono arrivato a casa alla sera, c'era già Canzi. Alla mattina viene e mi dice : ”Guarda, io avrei bisogno di te.” Da allora Giovanni inizia a collaborare con i partigiani e a trasportare armi e munizioni per la montagna, col suo mulo. Ma verso la metà di ottobre la situazione si fa pesante, le spie sono dappertutto e bisogna spostare le armi dalla chiesa in luoghi più sicuri. È il momento in cui vengono coinvolti i primi giovani del Paese nella lotta partigiana, ed è il momento in cui entra in gioco un personaggio che sarà la guida di Canzi fra queste montagne.
Alberto Grassi, “Berton”, classe 1917, vive i primi vent'anni della sua vita qui a Peli; nel 1938 il servizio militare e poi, subito, la guerra. Alberto si trova gettato nella mischia della II Guerra mondiale e per cinque lunghi anni non rivede la sua casa. Quando torna a Peli, dopo l'8 Settembre, ha ventisette anni e un'esperienza militare non comune. È normale quindi che don Bruschi gli chieda, prima che ad altri, aiuto per spostare le armi. E lui naturalmente accetta. Gli anni di guerra, che potrebbero sembrare una ragione per non rischiare più e farsi gli affari propri, sono il motivo che lo spinge a entrare anima e corpo nella Resistenza: “Sera rabiò!... perché i man mandò in guera sincu an.” La chiave è la violenza dello Stato fascista che strappa alla sua terra e all'affetto dei suoi cari un ragazzo di vent'anni per farne carne da macello. Così Alberto partecipa ai primi, segretissimi, preparativi della lotta di Liberazione. Testimonia Albino Grassi, uno dei pochi che partecipò all'occultamento delle armi: “Per carità! Erano cose segrete! Altro che parlar di partigiani. Lo sapevamo noi qua e basta.” A Coli infatti, il paese appena sotto, i primi partigiani si vedono solo in primavera.
Giovanni Agnelli, “Vanon”, ci trasmette anche la grande capacità di Canzi di costruire con i paesani un rapporto franco e rassicurante: “Tramite le spie hanno saputo che io avevo un mulo che mi ero portato da militare, e sono venuti i carabinieri a dirmi che dovevo presentarmi perché avevo sottratto un mulo all'esercito. Così ho spiegato a Canzi quello che mi succedeva e lui mi ha detto: ‘Stai tranquillo, che in questo paese non ci viene nessuno.’”
A Peli l'appoggio della popolazione alla Resistenza è totale ed incondizionato. Natale Grassi ricorda: “Eravamo poveri, ma un pezzo di pane e un pezzo di formaggio c'era. Le nostre mamme facevano le fornate di pane, e noi le andavano a distribuire a tutti, partigiani e non partigiani.”

Alberto Grassi (foto: Lucia Baldini)

La Stella Rossa e il primo rastrellamento

Dopo queste fasi iniziali, l'attività del primo nucleo di Peli si esaurisce per l'uscita di scena dei protagonisti: Canzi a gennaio viene nuovamente arrestato e così pure l'anarchico Lorenzo Marzani, “Isabella”, suo fidato collaboratore e poi ufficiale di collegamento del Comando Unico. Don Bruschi invece deve scappare in Svizzera.
Ricorda Albino Grassi: ”Le armi sono rimaste lì nascoste fino a marzo, quando sono venuti i primi della Stella Rossa”. Contro questa formazione, formata da studenti di Parma, esponenti del PCI piacentino e gente della Val Nure, e comandata da un ufficiale slavo, il Montenegrino, viene organizzata un ‘operazione di polizia ricordata come il Primo Rastrellamento. Siamo al 28 aprile 1944 e ancora Albino ci dà un'idea della spontaneità di queste bande: “I partigiani saranno stati una decina, non di più, e avevano solo poche armi. Arriva il rastrellamento e loro piazzano una mitraglia… ona mitraglia contra on esercit!” I cento uomini del capitano Zanoni non hanno pietà: uccidono l'anziano Cesare Mulazzi e lo trascinano su di una slitta, grondante sangue, fino a Coli. L'effetto è quello di terrorizzare la popolazione. Nell'operazione vengono anche catturati Albino Grassi e Primo Agnelli. Ricorda Albino: “Siamo scappati sulla montagna in quattro, dall'altro versante veniva un'altra squadra di fascisti, e ci siamo finiti in bocca… per farmi paura mi minacciano: ‘Vieni qui che ti fuciliamo', e i man do' eh… mi hanno picchiato.
Poi ci hanno portato a Piacenza e in cella abbiamo trovato Canzi…”. Di questo incontro in prigione ci parla anche Primo: ”Sono stato in cella con Canzi un mese a Piacenza. Lui ci faceva coraggio e ci diceva di non firmare niente, che ci mandavano in Germania. E di avere fiducia che ci sarebbe stato uno scambio, che poi ci fu davvero, ma noi purtroppo eravamo già stati trasferiti.”

Giovanni Agnelli (foto: Cino Bocchi)

Il ritorno del Colonnello

Nel giugno del 1944 Canzi viene finalmente rilasciato e torna in montagna. Tutti a Peli hanno un ricordo preciso del fatto che Canzi “riportò l'ordine” facendo finire i periodici arbitrari espropri ai danni della popolazione, perché “il Montenegrino faceva quello che voleva, ma quando è tornato Canzi… è cambiata la storia, l'ha messo in riga subito”. Il Colonnello a quel punto è il Comandante Unico, e Alberto la sua guida, la sua ombra. “Non dormivamo mai a casa, ci si muoveva solo la notte, di qua di là, per tutta la provincia.”
Difficile invece recuperare una testimonianza più propriamente politica sulla sua figura. Come ricorda Giovanni, Canzi “ci diceva che era stato al confino per anni e che adesso quelli là l'avrebbero pagata”. Durante i frequenti trasferimenti a Bettola, sede del Comando, Canzi ammoniva così un giovanissimo Natale Grassi: ”Guarda, io ti prometto che la libertà arriva presto, però voi giovani dovete sapervela mantenere”.
Questo e poco altro è la testimonianza “politica” che ha lasciato. Addirittura Alberto confessa candidamente: “Me nò mai capì ed che partì a l'era Canzi” e aggiunge che era “uomo di poche parole e molti fatti. Non parlava quasi mai di politica, diceva solo quello che c'era da fare. Spesso partiva da solo, senza dire niente, di notte.
E aveva sempre con se un cane. Un cane che ha trovato qui. Ma intelligente eh… sai quante volte ha sentito i tedeschi prima di noi! Ah… Canzi non faceva un passo senza il cane.” “Mi ha dato tanta roba quando sapeva che non avevamo niente per i bambini”, racconta Elvira Mulazzi, sorella di un partigiano, che all'epoca aiutava don Bruschi.
È con l'esempio dunque che il colonnello ha fatto propaganda tra i monti, e se ancora oggi qui tutti ricordano con affetto la Resistenza si deve anche all'umanità e al profondo senso di giustizia di quest'uomo.

Primo Agnelli (foto: Cino Bocchi)

Il Grande Rastrellamento

Nel novembre del 1944, dopo aver scompaginato le formazioni della Val Tidone e aver occupato la Val Trebbia, i diecimila soldati della divisione Turkestan (mongoli prigionieri di guerra) insieme ad ufficiali tedeschi e della RSI attaccano Coli per arrivare in Val Nure. Quando le difese partigiane cedono, si abbandonano a violenze e incendi.
Dice Natale: ”Quando è venuto il rastrellamento e hanno bruciato le case ad Averaldi, hanno preso due ragazzi di Sant'Angelo Lodigiano renitenti alla leva che si erano nascosti lì. E li hanno ammazzati di botte. Toccare il loro cranio era come toccare un sacchetto di riso… mi sono passati tra le braccia, perché li abbiamo seppelliti qui, insieme al partigiano Baciccia, morto nei combattimenti. Noi uomini siamo scappati tutti fino a che non se ne sono andati. È rimasto un vecchio, da solo, l'hanno massacrato. E hanno fatto anche delle violenze alle donne. A Costiere, qua vicino, c'erano una maestra e sua sorella. Volevano violentarle. Loro si sono difese, e le hanno sedute sulla stufa rovente.”
Elvira Fugazza ricorda come i tedeschi, informati da spie, le minacciassero di morte perché colpevoli di fare il pane per i partigiani: “ci hanno portato via tutto, pecore, galline, mucche, non è rimasto più niente, non avevamo più niente!”

Albino Grassi con la moglie Angiolina (foto: Cino Bocchi)

La malattia, la fine della guerra, la roccia sotto la testa

“Quando Canzi si ammalò di pleurite, durante il rastrellamento, era nascosto qui. Io, che ero ancora giovincello e senza un filo di barba, mi vestivo da donna e andavo a cavallo a Bobbio, a prendere il dottore per curarlo” racconta Natale, ma è nella stalla di Alberto che Canzi si rifugia. Anche dopo la guerra le due famiglie sono rimaste in contatto e spesso la moglie di Canzi si recava con i figli nella semplice ed accogliente casa di Alberto ad Averaldi, dove Emilio era stato curato e salvato.
Alla prematura morte “Canzi ha voluto farsi seppellire qui perché ha trovato della gente nella nostra parrocchia che gli ha voluto bene, tutti indistintamente”, come racconta Natale. Vanon si commuove a ripensare ai giorni della sua sepoltura, nell'autunno del 1945: ”Canzi l'ho sepolto io qui, nel camposanto di Peli. E come lui ha chiesto prima di morire, gli abbiamo messo una roccia di qua, di queste montagne, come cuscino, sotto la testa.”
Oggi Alberto ha ottantotto anni e lo stesso sorriso di allora, dice la moglie. “E ma me a ghéva ona barba ecsé”, ci tiene Alberto e sorride facendo segno di quanto lunga fosse la sua barba in quei giorni, ricordando il tempo in cui lui e Canzi si muovevano come ombre su queste montagne. Forse ancora non si rende conto di quanto sia stato importante il suo contributo alla lotta per la libertà. È il contributo della gente semplice di montagna che tanto ha dato senza nulla chiedere né ricevere.

Comitato Giovani Anpi “Comandante Muro”, Piacenza
giovani@partigiani-piacentini.net


“Una persona umanissima”

Così il segretario provinciale dell'Anpi Renato Cravedi ricorda Emilio Canzi.

Renato Cravedi nella sede dell'ANPI di Piacenza
(foto: Cino Bocchi)

Quando hai sentito parlare per la prima volta di Canzi? L'hai conosciuto durante la lotta partigiana?

Ho cominciato a sentir parlare di Canzi, quando sono andato in montagna nell'agosto del '44, a 17 anni. Ovviamente si parlava dei comandanti e ho saputo di questo Canzi che era il Comandante Unico di tutti i partigiani piacentini. Poi, visto che ero nella Stella Rossa, in Val Nure, dove c'era anche la sede del Comando Unico, ho avuto modo di conoscere Canzi. Io posso dire che era una persona umanissima, un grande combattente antifascista. E di lui ho capito questo: chiunque andasse a parlargli, lui lo ascoltava attentamente. Io allora ero un semplice partigiano e ho avuto modo poche volte di parlare con lui, ma l'impressione che mi ha dato è stata quella di un uomo molto importante, e con un carisma formidabile.

Come avete vissuto la destituzione di Canzi dal Comando, a pochi giorni dalla Liberazione?

Allora abbiamo saputo del cambio avvenuto alla guida del Comando Unico, ma devo dire la verità: non ci fece impressione più di tanto. Capitava spesso che i comandanti venissero sostituiti, per i motivi più diversi: era piuttosto normale in guerra. Io, per esempio, che mi trovavo in quel periodo in Val Luretta, molto distante dalla zona dei fatti, non sapevo nemmeno dell'arresto. Sapevo solo che era stato sostituito, con la giustificazione che non stava tanto bene e che ci voleva un Comandante più tecnico, più militare.

Oggi, a 60 anni di distanza, come segretario provinciale dell'ANPI, che giudizio dai di quella vicenda?

Subito dopo la guerra, la verità cominciò ad emergere. Gli intrighi politici che stavano dietro a quella destituzione vennero a galla e si capì che era stata fatta una cosa indegna. A così pochi giorni dalla Liberazione, un gruppo di partigiani guidati da un comandante di Brigata si presenta da Canzi e lo arresta, senza tanto discutere. E penso che sia stato anche fortunato a non finire ammazzato in quella vicenda, perchè a quei tempi… non è che si andasse tanto per il sottile. E tutto questo quando i Comandi sapevano benissimo che la guerra ormai era finita.
Ma la dimostrazione più grande che per i partigiani piacentini fosse Canzi il Comandante Unico, arriva subito dopo la Liberazione, quando i vari comandanti e i partigiani tutti lo eleggono primo presidente dell'ANPI di Piacenza.
Era un anarchico, tutti lo sapevano, e da certi ambienti non era tanto tollerata quella posizione. Ma venne messo al comando proprio perché era al di sopra di ogni parte politica.

Cosa ricordi della morte e dei funerali di Canzi?

La morte di Canzi suscitò un'emozione grandissima nei partigiani e in tutta la popolazione. Ricordo una folla immensa che seguì il feretro in città e poi su, verso Peli di Coli, con una lunga colonna di camion. Era incredibile quanta gente ci fosse in quel piccolo paesino di montagna. Ricordo bene il viaggio in camion e l'emozione di vedere l'enorme massa di partigiani e di gente della montagna tributare l'ultimo saluto al Comandante Unico della Resistenza piacentina.

A.P.


Il democristiano
il comunista e l’anarchico

Colloquio con Italo Londei, comandante della Settima Brigata “Alpini Aosta” della Divisione Piacenza, operante nella zona di Bobbio.

Italo Londei mostra la foto che lo ritrae mentre, alla testa
della Settima Brigata, sfila in piazza Cavalli a Piacenza
il 5 maggio 1945 (foto: Davide Rovani)

Quando ha conosciuto Canzi?

Ho conosciuto Canzi nel 1943 a Piacenza, a una riunione con l'avvocato Daveri e Paolo Belizzi. E ricordo che Canzi era preoccupato per l'organizzazione delle prime bande partigiane. Parlava della sua esperienza nella lotta di Spagna. Stupiva molto questa amicizia tra i tre, perché era un'amicizia profonda tra persone così diverse come credo politico. Daveri, democristiano, Belizzi, comunista e Canzi, anarchico, per me rimangono i massimi esponenti della Resistenza piacentina.

Come si svolse il trasporto delle prime armi da Piacenza a Peli attraverso la Val Trebbia?

Le armi venivano portate a Bobbio tramite la corriera con l'aiuto di un autista compiacente e depositate presso la trattoria di Agnelli Celso, che si trovava vicino a piazza Duomo. Lì facevano sosta nei giorni di mercato i paesani di Celso, che era di Coli. Le prendevano e poi le portavano a Peli attraverso sentieri nei campi e nei boschi, evitando la strada principale.

In quali altre occasioni incontrò il “colonnello”?

Canzi il 7 Luglio 1944 venne a Bobbio, appena dopo la liberazione, insieme a 3 partigiani. Ci fece i complimenti e disse: “Chissà come sarà contento Daveri, che avete liberato Bobbio!” (Radio Londra annunciò la presa di Bobbio “Prima città libera del nord Italia”, ndr).
Quando poi gli Alpini della Monterosa rioccuparono Bobbio ponendo fine all'esperienza della Repubblica, venne da me Canzi insieme a Prati, Fausto, “Bandiera” e Pippo Panni. Volevano attaccare Bobbio.
La presenza di Prati era dovuta al fatto che la Brigata Val d'Arda aveva dei mortai, mentre qui in Val Trebbia non ne avevamo. Io per non nuocere ai civili e alla città proposi invece di continuare con la tattica che da settimane stavo attuando, facendo saltare i ponti per isolare Bobbio e prelevando nella notte le postazioni di alpini per catturare uomini e armamenti che ingrandivano le file della Resistenza (La quasi totalità di questi alpini rimase volontariamente con Italo, infatti la sua Brigata si chiamò poi “Alpini Aosta”, ndr). Hanno convenuto con me e sono tornati alle loro sedi.
Sono stato a trovarlo anche durante la sua convalescenza, quando era nascosto a casa di Alberto Grassi, ad Averaldi di Peli, appena dopo il grande rastrellamento, nel periodo più buio per la Resistenza. Io ho potuto tenere insieme gli uomini, ma avevo il vantaggio di comandare una formazione composta quasi solamente da alpini addestrati.

A.D.