rivista anarchica
anno 36 n. 316
aprile 2006



a cura di Marco Pandin

 

Abile riciclaggio

Ecco due cd che faccio fatica a raccontarvi. Diciamoci subito che in “Airback” c'è qualcosa di più di semplice “musica ben suonata”. C'è un amore sconfinato, un amore che so tradurre a fatica in parole: è un amore che viene ad abitare nella testa, nei pensieri, e non se ne va più via. Quell'amore – incomprensibile a chi non s'è mai innamorato di un musicista, e scrivo innamorato senza circondare la parola di virgolette – che ti fa consumare ore, pomeriggi, stagioni a riascoltare gli stessi solchi cercando di scoprire il segreto di un pentagramma che si piega improvvisamente di lato, di una melodia che scompare lasciando il posto a un paesaggio miracolosamente sempre nuovo e inaspettato. Quell'amore che ti fa “perdere tempo” isolandoti dal resto.
L'amore di cui parlo in questa occasione specifica è quello per quella certa musica che s'è accesa negli anni Settanta in Inghilterra, dalle parti di Canterbury: una musica assai contorta e sghemba, fusione atipica di jazz e sperimentazione e rock e psichedelia. Alcuni fanno risalire la colpa di tutto tra Parigi e Londra nei primi anni Sessanta, con lo sbarco in Europa del poeta visionario australiano Daevid Allen.
La storia la sapete, se leggete i giornali e masticate suoni assieme al cibo: col nascere e il diffondersi delle nuove tecnologie elettroniche, si scoprì che le canzoni potevano essere il pretesto per fare degli esperimenti. Fu Allen, con Hugh Hopper e Robert Wyatt, ad accendere la miccia che fece esplodere la musica: i Beatles e il resto improvvisamente divennero roba di ieri, per far posto a un nuovo modo di sentire. Niente fu più come prima.
La musica di “Airback” è un riciclaggio molto ma molto abile delle sonorità fusion inventate dai Soft Machine tra il quarto e il settimo album, quando la loro tempesta si era invero già calmata, ed è suonata con tale devozione e ispirazione da trasmettere gioia pura.
Gli anglo-olandesi NDIO (sta per Never Dance In Orange, a esprimere il disgusto per il colore delle bandiere delle navi dei commercianti di schiavi della Vereenigde Oostindische Compagnie) pur esplicitamente ispirati all'universo sonoro canterburyano, riescono a dare un respiro fresco ed ampio alla propria musica: si potrebbe dire che, aggiungendo alle proprie suggestioni tutto l'amore di cui sono capaci (è proprio quello di cui vi parlavo prima) siano riusciti addirittura nell'impresa di inventare un nuovo sapore sonoro.

Gli anglo-olandesi NDIO

Il gruppo ruota attorno alle figure di Frank van der Kooji, sassofonista piuttosto brillante e mai invadente, e Robert Jarvis, trombonista per descrivere il quale non posso usare che dei superlativi. Essi si conoscono da tempo avendo collaborato già dalla metà degli anni Ottanta con i vari progetti di Hugh Hopper, che ritroviamo qui a chiudere il cerchio come bassista d'eccezione.
Rischio di ripetermi, lo so, ma è secondo me una questione d'amore che rende questo album un qualchecosa di diverso dall'opera di musicisti-giovani-con-ospite-di-lusso: qui c'è aria fresca come in una primavera nuova e si fa fatica a dare una collocazione temporale ai suoni, tanto sono impastati di suggestioni e coloriture di ieri eppure così urgentemente e nervosamente tipici di oggi.
Il basso di Hugh Hopper rimane sempre un po' dietro (lasciandomi ancora con un po' di fame arretrata), come pure il sax di Van der Kooji (più presente Jarvis, ed è un bel godere), quasi a rimirare sfondi, a concentrarsi, a suggerire meditazioni.
Riassumendo: musica affascinante suonata benissimo, con un amore così grande da far innamorare. Uno di quei cd che si fa fatica a togliere dal lettore, insomma, uno di quelli che regalano un'ora che vorresti non finisse mai. [NDIO “Airback”, ed. Cuneiform 2005, www.cuneiformrecords.com]

Tom Cora

 


Chiave post-punk

Un altro cd in cui l'amore sovrasta la musica è quello degli Skeleton Crew, ristampa praticamente integrale dei due loro stupendi album usciti a metà degli anni Ottanta (mi sembra che manchi solo un minuto scarso da “Learn to talk” ma non posso verificare perché ho il giradischi in panne), più una manciata di bonus dal vivo e da sessions casalinghe su cassetta.
Skeleton Crew erano principalmente Tom Cora e Fred Frith, con Dave Newhouse e Zeena Parkins a depistare i suoni aggiungendo rumore e nervosismo rispettivamente nel primo e nell'ultimo periodo d'attività.
Come faccio a raccontarvi tutto in questo ritaglio di pagina? Tutto il clamore attorno alla collisione di due personalità così spiccate e forti, la frenesia del loro gioco sonoro e d'immagine che si consumava in concerto come una magia circense, la sfacciataggine e la faccia da schiaffi con cui Fred e Tom, sorridendo (ridendo) sempre, intrecciavano e frantumavano i rispettivi ruoli arrivando a suonare a metà il proprio strumento e condividerne in tempo reale un terzo...
Di Fred Frith già avete notizie dai primi anni Settanta, quando con gli Henry Cow girava per l'Europa e veniva anche spesso a suonare nelle piazze di qui. Per mille motivi tutti suoi, qualche tempo dopo lo scioglimento degli Henry Cow decise di trasferirsi a vivere e a suonare negli Stati Uniti, mentre Tom Cora prendeva la decisione opposta lasciando soli a casa Eugene Chadbourne, John Zorn e tutto il giro degli improvvisatori della New York avant per ritagliarsi un qualche suo spazio da questa parte dell'oceano, e riuscendoci pure in maniera estremamente brillante aggiungendo ad Ex, Nimal, Buga Up, Roof etc. il misto fuoco colore luce e scintille del suo violoncello.

Fred Frith

Skeleton Crew reinventava l'improvvisazione radicale virandola in un'aggressiva chiave post-punk così come i cantautori impegnati degli anni Sessanta e Settanta reinventavano il folk elettrificandolo e contaminandolo: ogni manciata di minuti della loro musica si trasformava in un proclama di denuncia, in uno sberleffo alla brutta faccia del presidente e a quella ancora più brutta del padrone, i testi che latrano di teste conficcate nella sabbia e confini da scavalcare/abbattere e impossibilità di volare.
Questa edizione su cd, curata personalmente da Frith con un entusiasmo ed un affetto che, lacrime tenute a freno, non lasciano spazio alla nostalgia, è dedicato a Cora, tragicamente e prematuramente scomparso nella primavera del 1988. Non ce la faccio a raccontare la loro amicizia, la complicità tentacolare che ha legato i loro sguardi e i loro gesti: faccio davvero tanta fatica a raccogliere le parole per tutto questo. Allora avevo consumato il vinile, affamato di quel vulcano di sorpresa e incapace di spegnere la fame. Ora non mi stanco di ascoltare, e mi sorprendono ancora dopo vent'anni quella gioia sfrenata e quella temperatura bollente che riscopro intatte dietro ogni angolo e in ogni piega di queste tracce in perpetua corsa. [Skeleton Crew “Learn to talk /The country of blinds” 2cd, ed. Fred /ReR 2005, www.fredfrith.com e www.rermegacorp.com].

Marco Pandin
stella_nera@tin.it

stella*nera, 2006
enhanced cd (15 tracce audio + 1 traccia video)

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