rivista anarchica
anno 34 n. 298
aprile 2004


secuestrados

La guerra sporca ai bambini
di Rolo Diez e Carlos Amorín

 

È uscito, edito da Elèuthera, il libro di Carlos Amorín La guerra sporca contro i bambini. Pubblichiamo la presentazione, l’introduzione e uno stralcio ripresi dal testo.

Presentazione all’edizione italiana

Nel maggio 2003, Horacio Pietragalla Corti, di ventisette anni, è diventato il settantacinquesimo dei neonati rubati durante la guerra sporca in Argentina e poi recuperati dalle loro vere famiglie. Anche se un essere umano non può mai diventare un numero. E malgrado sia stato proprio quello il tentativo messo in atto dai militari con i suoi genitori, Horacio e Liliana, assassinati nel 1976.
Settantacinque bambini e adolescenti – ormai divenuti giovani uomini e donne – dei cinquecento stimati dalle Abuelas di Plaza de Mayo sono tornati ai loro veri nomi, alla loro storia autentica, alle loro origini e alla loro realtà.
Questo non è successo grazie agli zelanti interventi di qualche governo, né in seguito agli sforzi di qualche corpo di polizia o di altri organismi statali di qualsivoglia genere. Al contrario, l’atteggiamento costante dei governi «democratici» del Cono Sud è consistito nel lasciar fare e nel lasciar correre, nel lavarsene le mani tollerando i sequestri.
Horacio, Simón, i settantacinque bambini rubati, sono stati recuperati soltanto grazie all’instancabile impegno delle Abuelas di Plaza de Mayo e degli organismi per la difesa dei diritti umani.
In tutti questi casi, così come in altri legati a conflitti fra i settori popolari e coloro che detengono il potere sociale, i governanti – con le loro azioni o omissioni – si sono tenuti lontani dal popolo e vicini al denaro e al potere.
Il fatto che una simile aberrazione si presenti come normale, moderna e conforme ai tempi che corrono, si sposa perfettamente con il cinismo della destra «moderna», così diffuso ai nostri giorni. Che la complicità da parte dei governi sfoci nel fornire giustificazioni vergognose e spiegazioni che non spiegano mai niente la dice lunga sui rapporti esistenti fra governanti e governati, fra l’eternamente trafugata sovranità popolare e l’esistenza di influenti cerchie di privilegiati che, per ciò stesso, diventano intoccabili.
Per quanto concerne le vittime, persone che oggi hanno ventisette anni (gli stessi dell’ancora impunita dittatura militare), voglio qui ricordare qualcosa che ho scritto in un romanzo pubblicato recentemente in Italia che ha tutto a che vedere con la vicenda dei bambini rubati.

Strappato dalle braccia

Il collegamento era nato a proposito della «notizia» – erronea, in quel momento – del ritrovamento di Simón Riquelo nel 1991. Ho rivisto quel testo, che rimane la mia maniera migliore per affrontare il tema. Eccolo, dunque:

A tredici anni dal sequestro, Sara ha ritrovato Simón.

«Il mio nome è Sara Méndez. Mio figlio Simón mi fu strappato dalle braccia quando aveva appena venti giorni di vita...».
Aguirre lesse. Il bambino era stato sequestrato a Buenos Aires il 13 luglio 1976 da un commando di militari uruguayani, appoggiato dall’esercito argentino, agli ordini del maggiore dell’esercito uruguayano José «Nino» Gavazzo. Adesso era stato ritrovato, e sua madre faceva onore al genere umano con le sue affermazioni: «La coppia che ha Simón non ha partecipato alla repressione; non sono militari». [...]
Dopo tredici anni ricompare un altro dei bambini rapiti ai suoi familiari da agenti della repressione. A intervalli variabili ma sempre lunghi, e in occasioni diverse ma sempre rare, il fatto si ripete. Risolverlo non è mai semplice, perché al bambino in questione occorrerà una forza enorme, al momento irreperibile, per iniziare mutilato il resto della sua vita.
Non vi sono altre soluzioni: restituire il sequestrato alla cerchia della sua vera famiglia.
La soluzione però non è perfetta.
A volte, la maturità e la generosità degli adulti contribuiscono a mitigare le ferite del minore.
Altre volte, i bambini i cui genitori sono stati assassinati vengono contesi ferocemente dai nonni e da coloro che li hanno allevati e amati come fossero figli propri, ricoprendoli magari di doni e complimenti per scongiurare il senso di colpa nei loro confronti. E in quel festival della stampa scandalistica, in quel banchetto della tivù più abominevole, si offre al pubblico una telenovela dal vivo e in diretta, i cui protagonisti piangono guardando la telecamera e mostrano i denti per difendere i loro affetti.
Aguirre scrutò quegli occhi, la cui durezza era tutta quanta al servizio della missione che ispirava i passi e le ore di quella donna. Ricordò le stragi della furia nelle sue notti insonni, così inefficaci, così poco funzionali. Pensò a quei vecchi che dal loro accecamento avevano tratto saggezza. Teneri, ma duri come la pietra levigata e il metallo. Come facevano? Come potevano continuare per tredici anni a indagare su tracce che un Paese si ostinava a cancellare? Come potevano ricomparire dopo tredici anni con lo stesso sorriso e lo stesso sguardo, inalberando una foto ripresa da un giornale, scommettendo un uccellino ferito sul ritorno dell’estate? Simón, a tredici anni, è lo stesso Simón di quando aveva venti giorni? E cosa può fare Simón? Cosa può fare una persona che alla confusione e alle contraddizioni che i suoi tredici anni gli riversano sul corpo e sui pensieri, pulsioni, interessi, prese di posizione e smarrimenti di fronte alla vita, deve ancora aggiungere altro, e poi togliere, e cambiare di nuovo tutto quanto? Come riuscirà ad affrontare il fatto che lui non è lui, che non si chiama come si chiama, che la sua famiglia non è la sua famiglia, e che la storia che gli hanno raccontato non è la storia che gli appartiene? Chi gli spiegherà che il bianco è il nero, e il buono è il cattivo? In cosa crederà quel ragazzino sulla soglia dell’età adulta essendo stato ingannato – nel miglior stile di un tango di Discépolo – «fin dal giorno in cui era nato»?... Sfiduciato, forse irrecuperabile, decisamente sfiduciato, nel migliore dei casi gravemente ferito per la fiducia concessa, malato cronico della fede, messo in una condizione schizofrenica con cui dovrà fare i conti e a cui dovrà pagare tributi per il resto della vita... In cosa crederà quel ragazzo? In chi, senza che la sua fede, la sua matura decisione, il suo spontaneo ottimismo, la sua necessità di credere debbano sopportare i colpi della realtà e i morsi della fantasia? Come evitare che i meandri meno protetti del suo cervello distillino un antidoto contro qualsiasi tentativo di avere fiducia? Come scacciare da cantine e corridoi proibiti agli imperativi della coscienza i mostri che si trovano lì per combattere qualsiasi speranza, pronti ad attaccare, una notte, non appena lo avranno deciso? Che ne sarà dunque di Simón, e che ne sarà del nipote di Luisa Bellusci? E cosa può fare Aguirre, se non sottomettersi a una linea d’azione più chiara della sua? Cos’altro, se non prendere parte al secondo atto del dramma o della tragedia e lottare per trovare quel bambino di tredici anni, legato a lui come se fosse un figlio suo? Cos’altro, se non piegarsi alla ferma volontà della nonna e gettarsi su qualsiasi pista bislacca?
«Cosa vuole che faccia?» domandò.
«Voglio che lei indaghi su un poliziotto». [...]
*

Che ne sarà degli assassini?

Queste righe, beninteso, sono letteratura. E mirano a enfatizzare i problemi. Non impediscono che i nostri desideri e le nostre convinzioni si orientino in senso ottimista. L’amore è un balsamo meraviglioso. Le ferite cicatrizzano e, senza dimenticare, per sempre con la loro tremenda verità, Horacio Pietragalla, Simón Riquelo e ciascuno dei neonati rubati e poi recuperati hanno avuto l’occasione più importante della loro vita.
E i responsabili della repressione? Che ne è dei criminali? Che ne sarà dei ladri e degli assassini?
Nella Divina Commedia Dante Alighieri ha riservato il settimo cerchio infernale ai violenti, a tutti coloro che danneggiarono gli altri ricorrendo alla forza. E in quel recinto il poeta ha immerso in un fiume di sangue bollente e nauseabondo alcuni condannati da lui così descritti: «...Ei son tiranni, / Che dier nel sangue e nell’aver di piglio. / Quivi si piangono li spietati danni».
I credenti, forse, possono rifugiarsi nell’idea di una superiore giustizia finale. Altri, e io con loro, ritengono che l’idea di giustizia elaborata dall’umanità nel suo lungo cammino esige che si proteggano le società e si castighino i colpevoli.
Per la prima volta, dopo il 1976, l’Argentina ha un presidente che sembra deciso a non coprire i crimini dei militari. Contro di lui si stanno già sollevando tutte le forze di destra. Potenti, indubbiamente, così com’è forte il sostegno popolare all’iniziativa di Kirchner. L’esito del conflitto è un’incognita. Il suo risultato dipenderà da tutti gli argentini.
La storia che vi accingete a leggere tratta problematiche come queste.

Città del Messico, novembre 2003

Rolo Diez

* Brano tratto da: Il passo della tigre, trad. di E. Mogavero, Marco Tropea editore, Milano 2003 (il passo si trova alle pp. 62-64, ma presenta delle varianti ed è stato tradotto ex novo). Il protagonista del romanzo, Aguirre, ex militante di sinistra che si era infiltrato nella polizia e ha finito per restarvi, sia pure fra mille contraddizioni, si confronta con un’Abuela di Plaza de Mayo impegnata nella ricerca del nipote. La donna gli mostra un foglio di giornale che parla del ritrovamento – poi rivelatosi illusorio (vedi cap. VII) – di Simón.


Introduzione

Buenos Aires, 1976. Esibite o nascoste, le armi mettevano in allarme le strade. La paura e la polvere da sparo impregnavano l’aria, i muri e le facce. La violenza, in realtà, non era una novità in Argentina, durava almeno da quarant’anni. Adesso però era diverso, si trattava di vero terrore. La sinistra AAA (Alianza Anticomunista Argentina), organizzazione che riuniva poliziotti, peronisti di destra e fondamentalisti di estrema destra, fondata dall’allora ministro della Previdenza sociale José López Rega – noto anche come «el Brujo», lo stregone, per la sua devozione alla pratica di culti esoterici – e dal nazista Aníbal Gordon, aveva già inaugurato nel 1974 il metodo del sequestro degli oppositori, cui seguivano l’assassinio o la scomparsa. López Rega era stato un oscuro caporale di polizia a riposo prima di guadagnarsi la fiducia di Juan Domingo Perón durante l’esilio e, soprattutto, quella di sua moglie, María Estela Martínez Perón, «Isabelita» per il popolo. Nel maggio 1974, alla presidenza della Repubblica, Perón lo promosse da caporale a commissario generale, facendogli saltare quindici gradi. Nel luglio 1974, dopo la morte del «Generale», «Isabelita» assunse la presidenza, e insieme a lei i settori fascisti del peronismo.

AAA omicidi e sparizioni

Nel settembre di quello stesso anno si contavano già centotrenta assassinati dalla «Triple A» e numerosi intellettuali, docenti e artisti avevano preso la via dell’esilio dopo aver ricevuto minacce di morte. Il governo di «Isabelita» chiuse giornali, si intromise nelle università e coprì il massacro degli oppositori, mentre veniva sommerso da accuse di corruzione. Intanto i movimenti guerriglieri – fondamentalmente, l’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP), trotzkista, e i Montoneros (peronisti di sinistra) – intensificavano le attività e gli attentati.
López Rega cadde in disgrazia nel luglio 1975, in seguito a lotte interne al peronismo, e si ritirò negli Stati Uniti, ma non per questo l’AAA smise di operare. I militari continuarono a conquistarsi progressivamente spazi finché si fecero carico della lotta contro la guerriglia in tutto il Paese. Il governo era in bilico. Agli inizi di marzo del 1976 il quotidiano del mattino di Buenos Aires, «La Prensa» informò che, secondo un calcolo delle «forze di sicurezza», negli ultimi tre anni erano morte «per motivi politici» 1.358 persone, fra cui 1.122 civili.
I militari argentini, abituati a un ruolo da protagonisti nella vita politica del Paese, destituirono il governo peronista il 24 marzo 1976 e una giunta di comandanti militari designò presidente della Repubblica il generale Jorge Rafael Videla. A partire da quel momento le bande paramilitari furono integrate in un vero e proprio piano di sterminio orchestrato dalle forze armate stesse. I gruppi operativi congiunti ebbero a disposizione non solo l’infrastruttura militare, ma anche le risorse e la copertura dello Stato. I commando sequestravano gli oppositori di giorno e di notte, nelle loro case, sui posti di lavoro o per strada, e godevano di assoluta impunità.
I militari uruguayani, al potere già dal 1973, erano riusciti a stabilire qualche contatto con le prime bande paramilitari argentine. Grazie a ciò, nel 1975 riuscirono ad ammazzare diversi oppositori loro connazionali che vivevano in esilio a Buenos Aires. Ma questa era l’occasione per operare su grande scala. E non la sprecarono. Il 7 maggio, quarantacinque giorni dopo il colpo di Stato, l’allora cancelliere uruguayano Juan Carlos Blanco si recò a Buenos Aires, dove incontrò il suo omologo argentino e le alte gerarchie militari, forse per concordare qualche dettaglio politico e diplomatico prima di scatenare la muta.
L’accordo fu siglato: i commando uruguayani furono autorizzati ad agire liberamente in territorio argentino godendo dell’appoggio logistico delle forze locali. I risultati non si fecero attendere: quindici giorni dopo quell’incontro furono sequestrati nei rispettivi domicili a Buenos Aires e successivamente assassinati il senatore Zelmar Michelini, ex ministro e figura di primo piano del tradizionale Partido Colorado, che aveva abbandonato nel 1971 per fondare insieme ad altri esponenti politici il Frente Amplio, e il deputato Héctor Gutiérrez Ruiz, giovane e brillante parlamentare del Partido Nacional. I loro cadaveri furono ritrovati in un’auto accanto a quelli di altri due uruguayani: Rosario Barredo e William Whitelaw. Il candidato alla presidenza del Partido Nacional, Wilson Ferreira Aldunate, era il quinto nella lista nera di quella notte, ma riuscì a sfuggire miracolosamente e cercò rifugio in Europa. Come tanti altri uruguayani, anche loro dopo il colpo di Stato avevano optato per l’esilio, e di lì denunciavano costantemente il regime militare. Da quel momento in poi, centinaia di uruguayani esiliati a Buenos Aires avrebbero subìto persecuzioni, torture, esecuzioni o sarebbero scomparsi come risultato di un piano di sterminio degli oppositori divenuto noto come «la guerra sucia», la guerra sporca, che contemplava fra l’altro la cooperazione fra gli eserciti delle dittature della regione, un coordinamento delle forze repressive denominato «Operazione Condor».

“Bottino di guerra”

La guerra sporca regionale – il cui scenario principale fu Buenos Aires – aveva vari obiettivi. Forse il più sinistro era quello concernente i bambini: anche contro di loro venne applicata una politica sistematica di sequestri e sparizioni, con la variante che spesso erano tenuti in vita e consegnati a famiglie di responsabili della repressione. I bambini erano considerati alla stregua di «bottino di guerra», e il loro sequestro acquisiva il significato di aggiungere all’eliminazione fisica una sorta di «scomparsa morale» del «nemico», poiché i suoi discendenti sarebbero stati educati in un sistema di idee e valori che non solo giustificava l’assassinio dei loro veri genitori, ma proclamava altresì la volontà di rifarlo nel caso lo si fosse ritenuto necessario. L’effetto più perverso di quella politica è che sicuramente molti dei bambini che non sono ancora stati ritrovati interpretano quella fase della storia recente secondo il punto di vista dei loro carnefici: inconsapevolmente, forse giudicheranno i veri genitori alla stregua di «terroristi», «assassini», «traditori della patria», utilizzando gli stessi concetti di discriminazione politica con i quali si è preteso giustificare un genocidio di cui essi sono, in realtà, vittime.
A quell’epoca scomparvero in Argentina (secondo un elenco parziale elaborato dalle Abuelas di Plaza de Mayo) settantadue bambini: quaranta sono stati ritrovati, sei sono risultati morti, ventisei non sono ancora stati individuati. Furono inoltre sequestrate centotrentuno donne incinte e vi sono prove che la maggioranza partorì. Di quei bambini nati in cattività finora ne sono stati identificati solo quattro.
La guerra sporca fu condotta anche contro i bambini.
Sara e Simón sono due delle sue vittime.

Carlos Amorín

Una muta di cani rabbiosi

Fu come l’esplosione di una bomba. Il campanello suonava senza sosta mentre i vetri della porta sulla strada andavano in mille pezzi. Non ebbero neanche il tempo per pensare. Intanto che Sara e Asilú giungevano davanti alla porta, una dozzina di uomini in borghese con armi da guerra entrarono in casa come una muta di cani rabbiosi. La porta a vetri con sbarre in ferro battuto dava accesso al garage, dov’era parcheggiata la jeep che Mauricio usava abitualmente per i suoi spostamenti. Era bastato rompere i vetri e girare la chiave infilata nella serratura interna. Le due donne furono immobilizzate contro la jeep mentre gli altri militari circondavano la casa. Urlavano ordini, buttavano giù le porte a calci. «Voi: controllate di sopra! Voi: qui, sulla scala! Forza! Passate tutto al setaccio!».
Tutto succedeva in maniera vertiginosa. Puntando contro di loro le armi, chiesero urlando i loro nomi. Sara non riusciva a ricordare il suo nuovo nome falso e continuava soltanto a esclamare: «Mamma! Mamma! Chi sono questi uomini?». Asilú le rispose che erano poliziotti e Sara, entrando nella parte pur senza riuscire a ricordare il nome che figurava sui propri documenti, tentava di fare la commedia: «No, mamma, non possono essere poliziotti!».
«Di sopra non c’è nessuno!» gridò qualcuno.
Per un attimo i militari rimasero un po’ sconcertati. Si aspettavano di trovare anche un uomo in casa, e invece c’erano solo due donne. La loro esitazione tuttavia durò assai poco. Un membro del commando aveva trovato nel doppio fondo di un cassetto la foto di Gerardo Gatti disteso su una branda del centro di detenzione di Orletti. Cominciarono subito a torturarle: Asilú veniva picchiata in una stanza del pianterreno, mentre Sara veniva massacrata di pugni e calci sul letto nella sua stanza. A ogni colpo vedeva ballonzolare la culla di suo figlio e cercava di afferrarla perché non cadesse sul pavimento. Volevano sapere dov’erano nascoste le armi, dove si trovava Mauricio e quando sarebbe tornato. Una ventina di minuti dopo le botte e gli insulti cessarono.
Altri quattro uomini entrarono nella camera da letto. Quello che sembrava il capo dell’operazione diede un’occhiata alla stanza soffermandosi un attimo sulla culla. Prese la federa di un cuscino, ci fece un nodo a un’estremità, andò fino all’armadio a muro e cominciò a riempirla con tutte le cose di valore che gli cadevano sotto gli occhi. Guardò Sara e le domandò: «Sai chi sono, vero?». Lei negò scuotendo la testa. «Non mi conosci? Sono il maggiore José Gavazzo, dell’esercito uruguayano, mentre lui» disse indicando un uomo al suo fianco «è un ufficiale dell’esercito argentino».
Molti anni dopo Sara avrebbe riconosciuto nell’«ufficiale dell’esercito argentino» il nazista Aníbal Gordon, capo dell’Alianza Anticomunista Argentina (AAA).
«Ha detto qualcosa?» domandò Gavazzo.
«Dice che non ci sono armi» rispose un tipo che si distingueva dagli altri per la particolare crudeltà nel picchiare. Era alto, magro, con i capelli neri imbrillantinati. Tutto nel suo aspetto era ripugnante. D’improvviso tirò fuori la catena di una bicicletta e cominciò a farla roteare per aria.
«La lasci a me, maggiore, la faccio cantare in due minuti» pregava.
I membri del commando abbandonarono per il momento le due donne e con la stessa violenza che avevano esercitato contro di loro si misero a perquisire minuziosamente tutt’intorno. Spaccarono i mobili, sventrarono i materassi con i coltelli, fecero saltare gli infissi delle porte, sfondarono gli armadi a muro. Nulla sfuggì alla perquisizione. «Signora, prenda il bambino» disse Gordon, che fino a pochi minuti prima l’aveva picchiata brutalmente. Voleva perquisire la culla. Sul letto c’era un bambolotto che Mauricio aveva comprato per Simón. Uno degli uomini lo prese per i capelli e con una mossa rapida e brusca gli tagliò la testa con un coltello per controllare l’interno. Non ci trovò niente.
Sara era seduta sul pavimento, rannicchiata in un angolo della camera da letto. Le sanguinavano la bocca e il naso, ma non se ne rese conto finché non vide le macchie sugli indumenti di Simón. Non sentiva dolore. Sapeva che poteva sperare di vivere ancora solo pochi giorni e che l’avrebbero torturata selvaggiamente. Il suo nome sarebbe stato uno in più nella lista dei desaparecidos. Pensò alla sua famiglia, a Mauricio, e si aggrappò al corpicino del figlio. Lui doveva sopravvivere. Simón doveva vivere. Se lo stringeva al petto. Ormai non sarebbe più stata il suo cappotto. Ormai non avrebbe più potuto proteggerlo, allattarlo, crescerlo. Ma voleva credere che quella non sarebbe stata la sua fine.
Sentì qualcuno dire qualcosa a proposito del «trasferimento». Strinse Simón più forte e chiuse gli occhi. Gavazzo entrò nella stanza.
«Meglio se lo lasci, dove vai non puoi portarlo con te. Lui starà bene, non preoccuparti. Questa guerra non è contro i bambini».

Carlos Amorín

 

Rolo Diez giornalista e scrittore argentino, esule dal 1977, ha vissuto in Francia, Italia, Spagna e infine a Città del Messico, dove risiede tuttora.

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Carlos Amorín (Montevideo, 1954) è giornalista e scrittore. Esule dal 1971 al 1985 (dapprima in Cile, poi in Svezia, infine in Francia), è ora caporedattore del settimanale uruguayano «Brecha» e ha scritto altri tre libri su tematiche ambientali e sui diritti umani.

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Carlos Amorín
LA GUERRA SPORCA CONTRO I BAMBINI
storia di Sara e Simón
176 pp.
euro 14,00