rivista anarchica
anno 34 n. 297
marzo 2004


 

Ricordando Cesare Fuochi

Il 14 dicembre 2003, all’età di 86 anni, dopo breve malattia è morto il compagno Cesare Fuochi, ferroviere, anarchico.
Con Cesare scompare uno degli ultimi esponenti di quella generazione di anarchici che ha fatto da unione tra il vecchio, storico movimento anarchico, particolarmente forte a Imola fino agli anni cinquanta, e quanti sono giunti all’anarchismo a partire dalla tumultuosa esperienza di lotte operaie e studentesche degli ultimi decenni del Novecento. Con Cesare scompare anche un amico, un compagno sempre al fianco delle nostre attività, un maestro tanto comprensivo quanto rigoroso nel trasmettere i principi dell’anarchismo malatestiano a cui sempre si è ispirato.
Nato nel settembre 1917 in un’umile famiglia proletaria, compiuti gli studi elementari si impiega come garzone presso la bottega di barbiere di Decimo Sarti, «l’anarchico imolese più bastonato dai fascisti» e per ben tre volte assiste alla distruzione del suo locale da parte delle camicie nere. L’ambiente in cui cresce è il tipico ambiente imolese fedele alle idee sovversive anche durante il fascismo. Il padre è anarchico, molti parenti, paterni e materni, fanno parte del movimento libertario o del Partito comunista e la sua casa sarà, per tutto il ventennio e fino alla Liberazione, un centro di ininterrotta attività clandestina. A soli 18 anni, con altri giovani antifascisti, è fra i promotori di una libreria circolante, celata in una casa privata, tramite la quale si diffondono nascostamente libri di contenuto sociale. Nel 1936, con altri giovani anarchici tra i quali Andrea Gaddoni, approfittando della ridotta sorveglianza serale, frequenta Primo Bassi, appena uscito dal carcere dopo aver scontato una lunga condanna per l’uccisione di un fascista. Le idee e gli ideali che ha appreso fin da bambino acquistano ora una maggiore consapevolezza teorica e si fanno pratica quotidiana di vita. Nelle ore notturne, durante la rivoluzione spagnola, ascolta, in una saletta del bar dell’anarchico Ireneo Sassi, Radio Barcellona, alla quale lavorano i comunisti Ezio Zanelli e Giovanna Zanarini, parenti della famiglia Fuochi. Allo scoppio della guerra è impiegato come infermiere in alcuni ospedali del Veneto e dopo l’otto settembre rientra a Imola, riprendendo i contatti con i compagni anarchici e gli antifascisti. Con il padre e il fratello Emilio, che sarà un valoroso partigiano comunista, partecipa a numerose riunioni clandestine che vedono la presenza di tutte le forze antifasciste imolesi e contribuisce, con Diolaiti, Bazzocchi e Zavattero, alla rinascita del movimento anarchico nella Romagna. Nei primissimi mesi del 1944 «sale in montagna» e si unisce alla IV brigata Garibaldi, accolto calorosamente da quanti già lo conoscono per la sua attività. Nominato vicecommissario politico della compagnia, partecipa a numerose e spericolate azioni di guerra, rischiando più volte di finire prigioniero dei tedeschi o di essere ucciso. In uno di questi combattimenti gli muore al fianco il giovane Cesare Masetti, figlio di Augusto. Nel frattempo la sua casa imolese diventa uno dei maggiori centri di propaganda e vi si stampa a ciclostile il giornale comunista «La Comune». Nel 1945, dopo varie peripezie (sarà anche arruolato, con gli altri partigiani della Trentaseiesima, nel gruppo di combattimento «Cremona» del nuovo esercito italiano) riesce a rientrare a Imola ma dopo poco viene arrestato dalle autorità dell’Italia liberata per diserzione, avendo abbandonato il «Cremona» subito dopo il 25 aprile. Scarcerato dopo una ventina di giorni grazie all’intervento di Gualandi, uno dei maggiori capi partigiani della Romagna, viene condannato a 18 mesi di reclusione. I giovani anarchici imolesi avevano comunque studiato un piano per liberarlo a qualunque costo, nel caso si fosse protratta la sua detenzione. Fra i fondatori del Gruppo Malatesta, nel 1945 aderisce al FAI nel corso del Congresso della sua costituzione, e da allora partecipa attivamente a tutte le attività del gruppo. Sono anni duri, durante i quali la propaganda stalinista cerca di spazzare anche il movimento anarchico, ma la vecchia solidarietà sovversiva creatasi negli anni della clandestinità e della resistenza, e la universale stima di cui godono gli anarchici imolesi, impediscono l’affermarsi delle calunnie o delle blandizie comuniste. Cesare Fuochi sarà fra i più lucidi nel denunciare l’involuzione sempre più autoritaria di un movimento che si richiamava, comunque, a ideali comuni di emancipazione e solidarietà.

Cesare Fuochi

Attivissimo nel movimento anarchico, anche grazie al suo mestiere di ferroviere che gli permette di viaggiare e mantenere i contatti con i compagni, partecipa a quasi tutti i congressi della FAI, e nel 1965, è anche grazie a compagni come lui, Spartaco Borghi, Cesare Gaddoni, Primo Bassi, se il gruppo imolese, quasi unico nella Romagna, mantiene l’adesione alla Federazione. Negli anni settanta, quando il movimento riprende slancio per l’apporto delle nuove leve, la sua figura, il suo esempio, la sua lucidità si rivelano preziosissimi nel dimostrare ai compagni più giovani la natura profondamente sociale, e umanistica, dell’anarchismo. E più volte la sua intelligente «protezione» ha impedito conseguenze spiacevoli a più di un compagno. A Imola la sua figura, pubblica e privata, ha sempre goduto di grandissima stima sia fra gli amici e i compagni, che fra gli avversari, sentitamente apprezzata per la fermezza nei principi libertari e per la disposizione al dialogo, alla discussione: rigido con se stesso e «spontaneamente» tollerante delle idee altrui.
Di umile famiglia, con pochissimi studi alle spalle, con una vita fatta spesso di sofferenze e privazioni, Cesare è stato un maestro, un vero educatore, sempre in grado di insegnare qualcosa anche ai più «eccellentissimi dottori», come lui chiamava affettuosamente i compagni «che avevano studiato». Cesare lascia un ricordo indelebile in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.

Massimo Ortalli

 

 

Ricordando Eugenio Maggi

Eugenio Maggi

Eugenio Maggi nasce a Genova, in Via Filippo Casoni, il 17 luglio 1919. È il quarto dei sei figli di Ettore e Giuseppina Cosmelli. Il padre Ettore, ex operaio specializzato dei cantieri navali di Riva Trigoso, dopo aver perso il lavoro nel 1926 per essersi rifiutato di iscriversi al partito fascista, apre un’officina nel quartiere di Coronata, che però viene ripetutamente assalita dai fascisti e bruciata, e lo stesso Ettore Maggi è spesso bastonato e arrestato.
La famiglia Maggi si trasferisce nel quartiere di Sestri Ponente nel 1929, dove Eugenio inizia a lavorare a quattordici anni in una torrefazione di caffè, per poi diventare operaio alla San Giorgio di Sestri Ponente.
Il giovane Eugenio, detto Tebba, cresce con sentimenti antifascisti (gli stessi che porteranno i fratelli Aldo e Rita a partecipare alla Resistenza, il primo nella Pinan-Cichero, e la seconda nella Brigata Buranello), e dopo aver conosciuto Antonio Dettori, antifascista anarchico, Eugenio frequenta la Federazione Comunista Libertaria, che svolge attività clandestina.
Dopo l’8 settembre 1943 a Sestri Ponente, da sempre percorsa da forti sentimenti antifascisti (tanto da guadagnare il titolo di Sestri la Rossa), si iniziano a recuperare le armi abbandonate dai militari sbandati, e l’11 settembre nasce il primo atto di resistenza. Un reparto di soldati tedeschi viene informato della presenza di armi in un magazzino di Via Andrea Costa, e si reca sul posto con un camion per prelevarle. La notizia si sparge e numerosi sestresi accorrono e circondano i tedeschi. Tra loro Eugenio Maggi, insieme ai suoi amici Vittorio Zecca e Giacomo Pittaluga.
Si scatena la prima battaglia genovese, tra i giovani sestresi e i soldati tedeschi, meglio armati ma inferiori di numero, che nella sparatoria uccidono una donna affacciata alla finestra. Il camion viene fatto saltare in aria, e i giovani sestresi si danno alla fuga. Eugenio Maggi riesce a sfuggire ai tedeschi nascondendosi all’interno del chiosco-edicola dell’attuale Viale Canepa.
In seguito Eugenio entra a far parte di una squadra d’azione della Brigata SAP «Malatesta», organizzata da Antonio Dettori e dalla FCL, mentre Vittorio Zecca entra nella Brigata Autonoma Langhe e Giacomo Pittaluga in una brigata della Divisione garibaldina Coduri, formazione operante nel Tigullio.
Nel luglio 1944 Eugenio Maggi viene arrestato in Piazza Baracca, insieme a Francesco Fusaro, Gino Fioresi e Gino Rossi. L’arresto è causato da una spia fascista infiltrata nella brigata Malatesta.
Trasferito alla questura di Genova, Eugenio è interrogato dal famoso (e famigerato) commissario Giusto Veneziani, capo della squadra politica della questura di Genova. Nel recente libro di Giampaolo Pansa, «Il sangue dei vinti», questo triste personaggio viene citato come esempio di vittima delle vendette subite dai fascisti dopo la Liberazione. Sicuramente Giusto Veneziani il ruolo di vittima lo conosceva bene, dato che lo aveva imposto a molta gente, prima della Liberazione.
Trasferito poi al carcere di San Vittore a Milano, nell’agosto 1944 Eugenio Maggi vede quindici suoi compagni di prigionia prelevati dalle celle per essere fucilati a Piazzale Loreto dai legionari della «Muti», altro valoroso esempio di ragazzi di Salò, come vengono chiamati di questi tempi coloro che una volta venivano descritti come aguzzini, torturatori e fucilatori. Ma si sa, i tempi cambiano e le mode evolvono.
Nel mese successivo Eugenio Maggi viene trasferito ancora: la destinazione è il campo di concentramento di Bolzano, dove viene consegnato alle SS tedesche. Il compito dei ragazzi di Salò è terminato. Complessivamente, furono circa 45.000 (un quinto ebrei, il resto soprattutto antifascisti, partigiani, lavoratori) gli italiani consegnati ai tedeschi per essere deportati nei lager nazisti. Oltre il 90% dei deportati non farà ritorno a casa, mentre Eugenio Maggi riuscirà a sopravvivere. Dopo il lager di Flossemburg, è destinato al campo di Dachau, tristemente famoso per essere il primo lager nazista (fu aperto nel marzo 1933, subito dopo la salita al potere di Hitler, per ospitare gli oppositori politici del nazismo), e per gli esperimenti scientifici che avvenivano sui prigionieri.
Eugenio Maggi sopravvive sino alla liberazione del lager da parte dell’esercito americano, avvenuta il 29 aprile 1945. La fame, i maltrattamenti, le malattie, il duro lavoro coatto, lo hanno ridotto a uno scheletro di poco più di trenta chili, ma è ancora vivo.
Ricoverato per circa un mese presso un ospedale della Croce Rossa Internazionale, rientra in Italia nel maggio 1945, e appena arrivato a Genova entra nei ranghi della brigata garibaldina «Alpron», come commissario di distaccamento. Nel dopoguerra lavora come operaio in varie fabbriche genovesi, e anche al di fuori della Liguria e dell’Italia. Vive per alcuni periodi in Francia, a Trieste, a Siracusa, a Cagliari (dove abita per oltre dieci anni), sempre partecipando alle lotte politiche e sindacali. Partecipa inoltre alla rivolta di Genova del 14 luglio 1948 e ai moti antifascisti genovesi del 30 giugno 1960.
Eugenio Maggi muore a Sestri Ponente il 5 dicembre 2003, a pochi metri dall’edicola dove si era rifugiato sessant’anni prima per sfuggire ai soldati tedeschi.

Ettore Maggi

Eugenio Maggi sul posto di lavoro