rivista anarchica
anno 34 n. 297
marzo 2004


“alimentazione”

Gastronomia patriottica
di Carlo Oliva

 

Piatti tricolori alle cene ufficiali con capi di stato stranieri. Berlusconi simile al Trimalchione petroniano.

Deve essere durissima la vita dei capi di stato stranieri in visita ufficiale nel nostro paese. Durissima, soprattutto, dal punto di vista alimentare. La cucina italiana, per concorde giudizio, è famosa nel mondo, ma a loro, alle cene ufficiali, toccano solo dei piatti particolari, quelli che possano sfoggiare i colori della nostra bandiera, una cosa, lo ammetterete, che deve limitare non poco la scelta degli chef. Pensate: una dieta di insalata caprese, pizza margherita e tagliolini verdi con panna e prosciutto, senza mai la soddisfazione di una bella cotoletta alla milanese, di un solido piatto di pasta con le sarde, di una parmigiana di melanzane o un risotto giallo. Costretti a limitare il loro appetito alle varie possibili combinazioni tra latticini, pomidoro e spinaci, è probabile che gli illustri ospiti non sognino altro che l’ora di rientrare in patria. Tanto più che, alla fine, come dessert c’è inesorabilmente il gelato. Un gelato tricolore, ovviamente: panna, fragola e pistacchio. Hai voglia sperare nelle cassate o nella stracciatella, nei tiramisù, nelle meringhe e nei babà: panna, fragola e pistacchio gli tocca e di panna, fragola e pistacchio, come con i coni delle bancarelle di una volta, si devono accontentare. Lo ha confidato Berlusconi in persona ai giornalisti che ha scortato in visita a Palazzo Chigi, in occasione della serata di gala con gli stilisti della moda italiana, mercoledì scorso. E ha assicurato che i poveracci, invece di protestare, magari per via diplomatica, sono tutti contenti, e anzi ne vogliono di più. Bush, in particolare, di gelato è ghiottissimo. «Silvio, remember» gli dice sempre «I want italian ice cream.» Anzi, da un po’ di tempo lo chiama, per comodità, «Silvio’s ice cream».

Faccia di bronzo

Sarà. Quella sera, va detto, il capo del governo ha messo a prova più volte la credulità dei suoi interlocutori. Sappiamo tutti che quanto a faccia di bronzo il tipo non è secondo a nessuno e che è capace di raccontare, come ha fatto appunto in quell’occasione, di essersi piegato al lifting solo per far contenta la moglie o che la figlia Barbara vorrebbe tanto entrare in una casa editrice, per cui si è già fatto uno stage in Mondadori «ai livelli più bassi» del marketing periodici. Ma questa storia del gelato di Bush, anzi, del Silvio’s ice cream, lascia davvero perplessi. Non tanto per motivi di gusto: è vero che la combinazione tra sorbetti di frutta e prodotti a base di latte è sconsigliata dagli epicurei più rigorosi, ma non è detto che George W. appartenga alla categoria, anzi, da lui ci si può aspettare di tutto. No, è un problema, più che altro, di tempi e occasioni. Quando mai può essersi sviluppata questa passione del presidente USA per la fragola, la crema e il pistacchio? Lui e il Berlusca avranno pranzato insieme in Italia, a dir tanto, tre o quattro volte e non sempre a Palazzo Chigi. Un po’ poco, a prima vista, per instaurare una consuetudine così stretta. È più probabile che la citazione sia dovuta alle note tendenze dell’uomo di Arcore, che non sa resistere alla tentazione di farsi bello ricordando le sue frequentazioni importanti. È una prassi un po’ ingenua, ma umana e se a uno fa piacere farsi chiamare per nome da Bush, beh, contento lui e speriamo solo che la letizia non gli dia alla testa.
Il vero mistero, in realtà, è un altro. Perché mai, a pensarci, i cibi serviti agli ospiti della Presidenza del Consiglio devono essere rigorosamente tricolori? Non per fare cosa gradita agli ospiti, certamente, perché è improbabile che dall’esibizione delle nostre insegne nazionali essi si sentano emozionati. Né per ricordare loro in che paese si trovino: con Bush, si sa, non si può mai dire, ma gli altri sarà difficile che l’abbiano dimenticato. E neanche, credo, per rispettare degli obblighi protocollari ignoti alla prassi diplomatica, o per pure e semplici necessità di cucina, visto che quell’impegno cromatico, al contrario, limita fastidiosamente la scelta degli ingredienti e pone inutili pastoie alla inventiva dei cuochi. Insomma, sembra, come minimo, sciocco autoimporsi delle limitazioni che, senza motivo apparente, non possono che complicare la vita di tutti e determinare un livello di accoglienza inferiore.
È vero che gli ospiti di quel tipo non vengono in Italia per banchettare. Stretti come sono tra gli impegni politici e quelli mediatici, tiranneggiati dagli uomini della security, pressati da tabelle di marcia spesso inumane e stroncati dai salti di fuso orario, probabilmente una volta a tavola non sentono neanche il sapore di quanto viene loro servito. Ma questo non è un buon motivo per trascurare l’aspetto alimentare dell’ospitalità. E poi, se ci si preoccupa di fargli trovare in camera tutte le sere dei mazzi di fiori freschi nei colori della loro bandiera (anche questa notizia è una rivelazione di Silvio), non si capisce davvero perché a tavola li si debba ossessionare, portata dopo portata, con la nostra. È una contraddizione, questa, della quale il presidente del consiglio non ha mostrato di rendersi conto.
In realtà, l’esibizione di portate tricolori è un lascito, un po’ alla lontana, di un antico costume conviviale del nostro paese, quello per cui altrettanta importanza che al gusto va riservata, nell’allestimento dei cibi, alla scenografia in sé, alla forma artistica e spettacolare con cui li si presenta. Pensate alle descrizioni dei grandi banchetti rinascimentali, con le loro fortezze di cacciagione, i pasticci a forma di castello, le statue di zucchero, i pesci coperti da lamine d’oro e i pavoni rivestiti delle proprie penne disposti come trofei. O pensate, in una dimensione meno aulica, alla cena di Trimalchione come ce la descrive il grande Petronio. Anche lì si capisce che, pur nella ricchezza del convito e nella profusione dei cibi, all’apparenza si è prestato forse maggior attenzione che alla sostanza.
Trimalchione, a dire il vero, è un personaggio che con Berlusconi ha parecchie cose in comune, oltre alla forma del nome. È un uomo che si è fatto da sé e non lo nasconde. Ama esibire le proprie ricchezze e non si fa scrupolo, forte del senso della propria importanza, di dire la sua su argomenti su quali farebbe molto meglio a tacere. Soprattutto, è convinto di non poter far altro che del bene al suo prossimo: il discorso che pronuncia presentandosi al banchetto (cap. 32), quando spiega di essere venuto controvoglia, solo per non negare ai convitati il piacere della sua presenza, prefigura di venti secoli la motivazione della «discesa in campo» del cavaliere. E alla sua tavola, infatti, i cibi sono truccati, truccatissimi: sotto la griglia di argento che regge le salsicce calde, chicchi di melograno imitano la brace incandescente; le uova crude sono, in realtà, di farina e contengono dei beccafichi stufati; il piatto principale degli antipasti è organizzato come la ruota dello Zodiaco, nel senso che su ogni segno sono disposti dei cibi in qualche modo corrispondenti (triglie sui Pesci, fichi d’Africa sul Leone, bistecche di manzo sul Toro e via andare), tutte vivande piuttosto ordinarie, a prima vista, ma quando quattro schiavi sollevano il vassoio a passo di danza, sotto si scopre ogni bendiddio, pollame ingrassato, ventresche di scrofa e nel mezzo una lepre con le ali in modo da raffigurare Pegaso. E siamo appena alla prima portata…

Presentazione barocca

Naturalmente il fatto che una bistecca sia collocata sul segno zodiacale del Toro o che a una lepre siano applicate due ali non ne migliora in alcun modo il sapore, anzi. Ma, dal punto di vista del padrone di casa, la presentazione barocca rappresenta un quid in più, uno sforzo che rivela, se non l’ingegno, almeno le disponibilità, e in ultima analisi la ricchezza, di chi manda il tutto in tavola. È una forma di esibizione e, al limite, di autoesaltazione piuttosto cafonesca e villana, e non per niente il grande personaggio di Petronio è la quintessenza del parvenu, del villano rifatto grazie a chissà quali loschi traffici. Ridicolo e quasi patetico nella costante esibizione di sé, è in realtà una figura più pericolosa di quanto non sembri, perché la sua beceraggine rimanda a una crisi di vasta portata nella civiltà come la conosce e concepisce l’autore.
Bene. Non consideratemi, vi prego, snob e antipatriottico, ma a me quei piatti tricolorati di cui tanto si compiace il presidente del consiglio in carica ricordano inesorabilmente lo Zodiaco alimentare e le lepri con le ali di Trimalchione. Sono anch’essi, in definitiva, una manifestazione di iattanza e cattivo gusto, di indifferenza alle esigenze della ospitalità, che vorrebbe che gli ospiti siano messi innanzi tutto a proprio agio, a vantaggio di una banale imposizione di sé, condotta, oltretutto, attraverso una simbologia, quella della bandiera, che dovrebbe servire a tutt’altre funzioni e a Berlusconi, checché lui ne pensi, comunque non appartiene. I suoi convitati, costretti dalle ferree leggi della diplomazia, trangugeranno tutto senza protestare, ma chissà quante volte, fra sé e sé, lo avranno mandato al diavolo, lui e quella sua mania dei tre colori. È la prima volta, in realtà, che mi accorgo di provare un filo di simpatia persino per Bush.

Carlo Oliva