rivista anarchica
anno 34 n. 296
febbraio 2004


appartenenza

Contro le identità
di Stefano Boni

 

Le identità sono il risultato di circuiti sociali che tendono ad omogeneizzare il comportamento di chi vi appartiene per segnare una distinzione rispetto all’altro.

Abbiamo bisogno di identità forti? Dobbiamo necessariamente appartenere a gruppi e conformarci alla condotta collettiva? Le identità sono modi di disegnare circuiti di appartenenza mediante un processo di riduzione del plurimo al simile, di generazione di un’omogeneità di sentimenti, di pratiche e di valori. Proprio nel distinguere e nel caratterizzare ciò che fa parte dell’identità di un gruppo si giocano dinamiche di potere: il potere di selezionare i valori condivisi e di diffondere le pratiche considerate accettabili per chi appartiene al gruppo. Il potere di omogeneizzare una pluralità e di generare una contrapposizione verso l’ «altro». Negli ultimi decenni l’antropologia culturale ha mostrato che le identità che ci vengono presentate come naturali e inevitabili sono costruite e arbitrarie. Essendo culturalmente costruite, le identità potrebbero essere decostruite, svuotate e riconfigurate. Si possono quindi rifiutare dinamiche di appartenenza che mistificano la lettura della realtà e inconsapevolmente richiedono subordinazione? Si può ma spesso non si fa. Anche in circuiti antagonisti, anche in circuiti libertari. È relativamente più semplice cogliere il potere, al di fuori di noi, nelle istituzioni – nel carcere, nelle fabbriche, negli ospedali, nelle caserme, nelle cliniche, nello stato –, è più problematico prendere coscienza di come noi stessi riproduciamo il potere nel vissuto quotidiano. Non ci sono ricette per abbattere queste forme di potere discorsivo e sfuggevole se non la consapevolezza individuale delle dinamiche sociali quotidianamente riprodotte e all’apparenza normali e innocue.

Ordinare e raggruppare

La classificazione degli esseri umani prevede l’utilizzo di categorie per mettere ordine e raggruppare le singolarità in modo da offrire schemi cognitivi che permettono di «leggere» il sociale. Le classi concettuali assumono una dimensione lessicale: «ragazza», «fascio», «marocchino», «barbone», «madre di famiglia», «rasta», «disobbediente» sono termini che identificano ambiti di appartenenza e di condotta. Gli individui entrano a far parte di gruppi con cui dovrebbero condividere dei tratti e un modello di comportamento. Le identità sono il risultato di circuiti sociali che tendono ad omogeneizzare il comportamento di chi vi appartiene per segnare una distinzione rispetto all’altro.
Le categorie che utilizziamo per distinguere i gruppi non sono totalmente arbitrarie. Alcune si riferiscono a fattori come il sesso, l’età, la provenienza, l’occupazione, l’adesione più o meno formalizzata ad associazioni. L’appartenenza alle categorie genera condotte differenziate. La società si attende che una certa categoria adotti dei comportamenti specifici e, in effetti, quelli che sono identificati come i membri di quella categoria – per esempio «gli anziani» – adottano modi di fare che noi riconosciamo come appropriati, adatti, congruenti con la categoria in questione. Le individualità vengono incanalate in modalità di condotta standardizzate che caratterizzano il loro gruppo di appartenenza. La collettività si attende quindi un certa condotta e effettivamente c’è una messa in opera della condotta attesa da parte dei membri di un determinato gruppo. Il nostro vissuto e ciò che osserviamo conferma la giustezza delle categorie che abbiamo elaborato: la maggior parte degli «anziani» si comporta da «anziano» perché i membri dei gruppi adottano – inconsapevolmente – condotte conformi a ciò che ci si attende da loro. L’adesione all’ordine sociale è una forza di conservazione che induce all’ubbidienza – senza costrizioni fisiche – attraverso continui riferimenti simbolici che entrano a far parte delle nostre disposizioni mentali e corporee. Si aderisce alle categorie e si impara a categorizzare gli altri senza rendersene conto.
Quello che è arbitrario è la rappresentazione che questi gruppi si danno e che noi riconosciamo loro. Questa congruenza tra comportamento atteso – come si dovrebbe comportare un membro di un gruppo – e comportamento reale – come si comporta un singolo che appartiene al gruppo – ci può far credere che le categorie che noi abbiamo generato per comprendere e ordinare il mondo siano dotate di un’essenza. Ci sarebbe quindi un modo di fare, per esempio «maschile» – la manualità, il gusto per il calcio, l’occupazione privilegiata di spazi pubblici, l’indisposizione alle cure parentali, etc. –, che sarebbe insito nell’essere uomo e non dovuto a come siamo stati abituati a concepire – e a riprodurre nella pratica – la mascolinità. La conformità di condotta all’interno di un certo gruppo sarebbe dovuta ad un’essenza intangibile comune – un carattere, uno spirito, una natura condivisa – e non a un’operazione sociale di apprendimento, ossia imparare a comportarsi come gli altri si attendono da noi.
I gruppi tendono a presentarsi come soggetti consolidati, con caratteristiche antiche e immutabili, che hanno radici nella loro «natura». Questo è un tratto accentuato nella essenzializzazione delle caratteristiche di genere e di età ma anche nella appartenenza a nazioni: lo spirito «italiano» avrebbe le sue radici – nella retorica fascista ma anche dello stato repubblicano – nella Roma antica così come quello «padano» avrebbe – improbabili – origini celtiche. L’appartenenza ha bisogno di rappresentarsi come qualcosa di antico: gli scambi materiali e immateriali che hanno caratterizzato l’intera storia dell’umanità così come le trasformazioni di composizione genetica nei residenti in una certa area – il mischio genetico della popolazione della penisola è ovvio – sono negate. Si occulta la documentazione che mostra che i gruppi sono frutto di continue ibridazioni. Si nega l’evidenza della permeabilità delle società e della mutevolezza delle configurazioni identitarie e dei tratti che vengono presentati come caratteristici di un certo gruppo. Alla categoria di «anziano», così come a quella di «donna» o di «romano» sono state attribuite caratteristiche assai diverse nello spazio e nel tempo.

Continuo processo di ibridazione

L’identità non è immaginabile come isolata. Si caratterizza per contrapposizione ad altre. Mentre si presentano identità distinte, omogenee al proprio interno e irriducibilmente diverse dalle identità contigue, i tratti di ciascuna identità sono frutto di un continuo processo di ibridazione dove l’alterità entra a far parte dell’identità. Eppure ogni identità si presenta come pura, difende i propri confini reali e simbolici e ripudia quei tratti di alterità che sono entrati a far parte del sé. La tendenza a valorizzare il «noi» e a devalorizzare l’altro è un passo che si accompagna alla produzione di identità. Il razzismo, il nazionalismo, il campanilismo, il maschilismo nascono da una visione dell’alterità che si limita a confermare stereotipi negativi.
Il pensiero libertario ha colto e si è posto in modo critico rispetto alla costruzione di alcune identità rigide. L’appartenenza nazionale è stata vista – come è – un processo di costruzione di un senso di appartenenza finalizzato a minimizzare le sovversioni interne e ad esaltare l’origine e la nascita comune. La critica a identità rigide andrebbe estesa a tutte le identità di gruppo – quelle comunali, regionali, etniche, razziali, politiche, di genere. In quest’ottica, per esempio, non c’è una essenza maschile, come non c’è un’essenza femminile: uomini e donne generano – seguendo modelli di identità prevalenti – modi di agire distinti che pensano facciano parte della loro natura ma – se confrontati con i diversi modi di intendere il maschile e il femminile nelle diverse culture – si comprende che sono solo configurazioni arbitrarie. Rendersi conto dell’arbitrarietà delle proprie appartenenze identitarie – la nostra condotta è costruita e potrebbe essere costruita in modi radicalmente diversi – è il primo passo per svincolarsene. Si tratta di tornare a considerare gli individui in quanto tali, singolarità irriducibili ad appartenenze vincolanti, non leggibili secondo gli stereotipi che caratterizzano il gruppo. Si tratta, come singoli, di rifiutare modalità di vestirsi, di rapportarsi agli altri, di discorrere, di pensare stereotipate. Si tratta di liberare noi stessi dalle attese sociali degli altri e gli altri dalle nostre aspettative. Si tratta di sabotare, nel vissuto, lo stereotipo di quello che dovremo essere.
Andare contro l’identità non deve necessariamente – e forse non può – sfociare in un rifiuto completo di categorie sociali. Forse non si può immaginare un mondo dove si possa far a meno delle classificazioni delle persone secondo criteri di appartenenza. Quello che è possibile è rendersi conto che tutte le identità sono costruite, mutevoli e ibridate. Essere coscienti dell’arbitrarietà delle nostre classificazioni permette di apprezzare i singoli nelle loro differenze, di cogliere la persona oltre le etichette che la società gli assegna. La lettura delle appartenenze altrui diventa così debole – non necessariamente un singolo rispecchia i tratti del gruppo in cui lo abbiamo classificato – e fluttuante – la sua identità e quella del suo gruppo sono soggette a continui cambiamenti. La lettura delle appartenenze nostre permette di acquisire coscienza di dinamiche di potere che subiamo inconsciamente e che dettano il nostro agire. Si può imparare a sovvertire le aspettative degli altri rispetto ai comportamenti che si attendono da noi.
I circuiti di appartenenza non si dovrebbero fondare su meccanismi simbolici che richiedono un’obbedienza ma sulla condivisione cosciente di valori, ideali e vissuti. Praticare la disobbedienza a questi vincoli sociali – importanti quanto inconsci –, leggere gli altri e vivere se stessi al di fuori di schemi prefissati diventa una pratica libertaria. Una pratica che non può mirare ad una esclusività di una categoria di «libertari», che non può fondarsi sulla contrapposizione rispetto ad altre posizioni ma che trova il suo senso in una condivisione ideale e in una pratica coerente priva di connotazioni precise.
Liberarsi da un potere prodotto socialmente ma che ci pervade un po’ tutti, liberare gli altri da un potere che riproduciamo un po’ tutti.

Stefano Boni