rivista anarchica
anno 30 n.263
maggio 2000


fegato
per esempio

a cura di Carlo E. Menga

Ancora una scritta anonima, questa volta su un pannello di marmo della parete esterna dell'edificio della stazione ferroviaria di Villa S. Giovanni (RC), vergata con pennarello blu a punta grossa, in stampatello, ad altezza d'uomo, leggibile a non più di due metri di distanza, e contenente due evidenti errori di ortografia che prego il proto di non correggermi, pena l'eliminazione del senso da quasi tutto il resto del mio discorso: "LITALIA E DI NOI ITALIANI". Le possibili ipotesi sull'identità dell'autore sono due: o l'italiano nazionalista, razzista e ignorante, oppure lo straniero rancoroso e burlone. Sherlock Holmes ne avrebbe soppesata una terza, quella dell'italiano colto che decidesse di fingere di essere uno straniero spiritoso; ma conosco i miei conterranei, e da queste parti l'unico che potrebbe corrispondere a queste caratteristiche - scusate l'immodestia - sono io, e vi assicuro che non è mia abitudine imbrattare i muri, dunque quest'ultima ipotesi è scartata immediatamente. Rimangono le prime due. Dovete sapere che quel pannello di marmo si trova di fronte al punto del piazzale dov'è la fermata del pullman che va dalla Sicilia alla Polonia, e viceversa, il che potrebbe corroborare entrambe le due ipotesi residue. Nel caso dell'autore italiano, sarebbe il luogo di fruibilità del messaggio; nel caso dell'autore straniero, quello più a portata di mano. Ma c'è un punto che fa pendere la bilancia della decisione dalla parte della prima ipotesi. E, stranamente, l'indizio non risiede in nessuno dei due errori di ortografia (effetti che rendono equivalenti come cause entrambe le ipotesi). È anche vero che non è la lingua usata a fare necessariamente la nazionalità dello scrittore: se avessi visto scritto "HEIL HAIDER" non avrei avuto alcun dubbio sull'italianità della penna, soprattutto dopo aver osservato e ascoltato durante la trasmissione televisiva di Michele Santoro alcuni rappresentanti del separatismo giuliano. La mia competenza linguistica nativa di parlante italiano mi suggerisce istintivamente che uno straniero avrebbe scritto 'DEI', 'DELLI', o anche 'DEGLI' 'ITALIANI', ma soltanto un italiano avrebbe potuto pensare a scrivere 'DI NOI ITALIANI'. E ciò non solo per motivi di fluida correttezza sintattica e morfologica nell'uso e nelle corrispondenze di preposizioni, pronomi personali e sostantivi e aggettivi, ma anche per motivi di psicologia semantica. Come vedremo, l'uso di quel pronome 'noi' è razzista, e solo il sincero odio razzista di chi si sente maternamente protetto dal suolo che calpesta avrebbe potuto manifestarsi liberamente nel giustapporre con cadenza quasi arcaica, dannunziana, quel 'noi' a 'italiani'. Non sono sottigliezze da extracomunitario semiclandestino e sottopagato, Watson. Dovete sapere che, diversamente dagli altri pronomi personali, il 'noi' può assumere due significati diversi: quello "inclusivo", in cui il 'noi' comprende il 'tu', e quello "esclusivo", che vi si contrappone. La nozione sociale di 'straniero' nasce proprio da questo uso esclusivo del 'noi', laddove quella di 'solidarietà' nasce dall'altro, inclusivo. Non ho bisogno di commentare approfonditamente quanto sia sottile il confine, alla luce di ciò, tra solidarietà e xenofobia, e come questo spieghi una bella fetta di contraddizioni della società moderna. Gli errori di ortografia servono solo a catalogare l'evoluzione civile e culturale dello xenofobo rispetto agli altri, e mi consentono personalmente di optare per la solidarietà, non foss'altro per la ragione minima che prenderei in seria considerazione l'idea di fare harakiri se m'accorgessi di essermi lasciato sfuggire un accento o un apostrofo.
D'altra parte non possiamo abusare della manovra dello struzzo e far finta che la natura umana sia diversa da quella che è. Non possiamo ignorare il nostro mondo e dobbiamo accettare che dentro di noi c'è un mostro da combattere. Non possiamo pensare di vivere dentro uno spot pubblicitario, svegliarci a mezzogiorno, fare colazione col mulino bianco, rifiutare la pasta se non è barilla, bere coca cola senza sollevarci da terra, trasformare il capufficio col chewing-gum magico, far l'amore col whisky e l'opel tigra, iscriverci ai colori uniti di benetton, e addormentarci con la camomilla.
I dinosauri hanno impiegato svariati milioni di anni per estinguersi; noi siamo apparsi da poco meno di uno. Come avrebbe fatto la chirurgia a svilupparsi, senza i soldati dilaniati dalle ferite e i cadaveri dei nostri fratelli? Come avremmo fatto senza Alcmeone di Crotone che vivisezionava gli animali e praticava le autopsie? Prendete il fegato, per esempio. Non sapremmo nemmeno curarlo, se non avessimo scoperto di averlo aprendo addomi. Il nome stesso di quest'organo suggerisce spaventose torture di oche e maiali per renderlo cirrotico e quindi più saporito. "Iecur ficàtus" era il fegato di quegli animali ingrassati con i fichi. Che cosa vogliamo fare: fermare il mondo e scendere? Se il capitale fa diventare yuppies i rivoluzionari, noi vogliamo sterminare i razzisti? Al massimo, ingrassiamoli con i fichi.
Smettiamola di pensare di essere angeli, e cominciamo a lottare e a sperare di diventarlo.

Carlo E. Menga