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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 3 nr. 20
aprile 1973


Rivista Anarchica Online

Gli anarchici contro il fascismo
di A.A.V.V.

Nelle pagine che seguono sono ricordati alcuni episodi della resistenza opposta dagli anarchici al fascismo, con particolare riguardo alla lotta contro lo squadrismo delle camicie nere all'inizio degli anni '20 ed alla resistenza armata contro i nazifascisti (1943-45). Alcuni episodi, dicevamo: non pretendiamo infatti in queste poche pagine di fare la storia della resistenza anarchica al fascismo né di segnalarne tutte le fasi salienti. Tanto più che noi stessi della redazione ci troviamo costretti, per ragioni di spazio o per eccessiva frammentarietà, a non pubblicare tutte le testimonianze e le informazioni che ci sono giunte da compagni di molte regioni italiane.
Vogliamo sottolineare inoltre che è difficile inquadrare questi episodi in uno schema storico preciso, per il semplice motivo che tale storia non è mai stata scritta. Siamo certi comunque che scavando accuratamente nel passato, ricercando documenti e pubblicazioni dell'epoca raccogliendo altre preziose testimonianze di chi allora visse e combattè contro il fascismo, sarebbe possibile riportare alla luce altri episodi di lotta, altre figure di compagni. Il nostro scopo è semplicemente quello di contribuire a rompere quel "muro del silenzio" che circonda la partecipazione degli anarchici a quella lotta antifascista che la falsa retorica della Repubblica Conciliare vorrebbe attribuire solo alle forze rappresentate in Parlamento.

Nel '20 gli anarchici in Italia erano una forza rivoluzionaria con cui si dovevano fare i conti, una forza con cui dovevano fare i conti padroni, governo e fascisti. Essi avevano un quotidiano, Umanità Nova, che tirava cinquantamila copie e numerosi periodici. L'U.S.I., il sindacato rivoluzionario influenzato dagli anarchici (segretario ne era l'anarchico Armando Borghi), contava centinaia di migliaia di iscritti.
Dopo il fallimento dell'occupazione delle fabbriche, gli anarchici riconoscendo nel fascismo la "contro-rivoluzione preventiva" (come la definì bene Luigi Fabbri) con cui i padroni avrebbero cercato di impedire il ripetersi di una situazione pre-rivoluzionaria, gettarono tutte le loro energie nella mischia contro il giovane ma già robusto figlio bastardo del capitalismo. La volontà ed il coraggio degli anarchici non potevano però bastare di fronte allo squadrismo, potentemente dotato di mezzi e di armi e spalleggiato dagli organi repressivi dello stato. Tanto più che anarchici ed anarcosindacalisti erano presenti in modo determinante solo in alcune località ed in alcuni settori produttivi. Soltanto una analoga scelta di scontro frontale da parte del Partito Socialista e della Confederazione Generale del Lavoro avrebbe potuto fermare il fascismo.

il disfattismo riformista

Purtroppo la politica disfattista, capitolarda del Partito e del sindacato riformisti, che già aveva ostacolato lo sviluppo rivoluzionario e dunque contribuito al fallimento dell'occupazione delle fabbriche, seminò confusione ed incertezza nel movimento operaio in un momento che già era per molti aspetti di riflusso delle lotte. E questo proprio di fronte al moltiplicarsi ed aggravarsi delle violenze fasciste, soprattutto dopo il '21.
Ovunque in Italia le squadracce di Mussolini assaltavano le sedi politiche, le redazioni, i militanti più attivi, tutto quanto "puzzasse" di "sovversivo". Lo stato liberale fu diretto complice sia delle attività criminali sia dell'intera strategia politica del fascismo nella comune lotta contro la combattività dei lavoratori.
Pur essendo essi stessi vittime delle violenze squadriste, i socialisti si limitarono a denunciare le "illegalità" fasciste, senza dedicare tutte le loro energie alla lotta popolare rivoluzionaria contro il terrorismo padronale. Non solo, ma il PSI giunse al punto di stipulare con i fascisti un Patto di Pacificazione (agosto 1921) che contribuì a disarmare il movimento operaio sia psicologicamente sia materialmente, nel momento stesso in cui si intensificavano le violenze squadriste (che continuarono a crescere... in barba al patto!).
Quello che ci interessa sottolineare è che, mentre i vertici politici sindacali invitavano alla "calma" e alla non violenza, furono gli stessi lavoratori, organizzatisi autonomamente, a dare alcune storiche lezioni ai fascisti. Le insurrezioni di Sarzana (luglio '21) e di Parma (agosto '22) sono due esempi della validità della linea politica sostenuta dagli anarchici, allora, sulla stampa e nelle lotte: contro il disfattismo delle burocrazie riformiste, gli anarchici sostenevano infatti l'urgente necessità di battere con la lotta il movimento fascista, stimolando la combattività dei lavoratori. Coerentemente con questo programma gli anarchici si batterono sino in fondo senza quei tentennamenti e quella ricerca di compromessi che caratterizzarono l'attività dei socialisti. Significativa al riguardo la differente posizione assunta da socialisti e comunisti da una parte ed anarchici dall'altra, di fronte al movimento degli Arditi del Popolo.

gli arditi del popolo

Questo movimento, sorto nel 1920 per iniziativa di elementi eterogenei, si sviluppò rapidamente assumendo caratteristiche marcatamente antifasciste ed antiborghesi, e fu caratterizzato da un marcato decentramento autonomo delle organizzazioni locali. Gli Arditi del Popolo assunsero quindi colorazioni politiche talvolta differenti da un posto all'altro, ma sempre li accomunò la coscienza della necessità di organizzare il popolo per resistere violentemente alla violenza delle camicie nere. Gli anarchici aderirono entusiasticamente alle formazioni degli Arditi e spesso ne furono i promotori individualmente o collettivamente; per restare ai due episodi già accennati basti pensare che in maggioranza anarchici furono i difensori di Sarzana e che a Parma, fra le famose barricate erette per resistere agli assalti delle squadracce di Balbo e Farinacci, ve n'era una tenuta dagli anarchici.
Completamente diverso fu l'atteggiamento sia dei socialisti sia dei comunisti (questi ultimi costituitisi in partito nel gennaio 1921). Nonostante la vasta e spontanea adesione di molti loro militanti agli Arditi del Popolo, entrambe le burocrazie partitiche presero le distanze e cercarono di sabotare lo sviluppo di quel movimento. Gli organi centrali del neonato P.C. d' I. giunsero al punto di imporre ai propri iscritti di evitare qualsiasi contatto con gli Arditi, contro i quali fu imbastita anche una campagna di stampa a base di falsità e di calunnie. Intervistato pochi mesi fa alla televisione il comunista Umberto Teraccini ha cercato ancora di giustificare quella scelta politica. E ancora oggi noi, come già cinquant'anni fa i nostri compagni, vediamo proprio in quella scelta un esempio tipico della volontà comunista di subordinare la lotta antifascista alla coincidenza con le proprie mire di egemonia sul movimento operaio. È evidente che questa dura critica alla politica dei vertici dei partiti di sinistra di fronte alle violenze fasciste non coinvolge i militanti di base, che - anche se su posizioni da noi molto differenti - dettero il loro contributo di lotta e di sangue alla lotta contro il fascismo.
Il disfattismo social-riformista ed il settarismo comunista resero impossibile una opposizione armata generalizzata e perciò efficace al fascismo ed i singoli episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia vincente.

il confino e l'esilio

Gli anarchici che, in prima fila nella resistenza al fascismo, s'erano esposti generosamente senza calcoli personali o di partito, subirono più duramente degli altri antifascisti (in proporzione alle forze) le violenze squadriste prima e quelle legali poi. All'incendio delle sedi anarchiche e delle sezioni U.S.I., alle devastazioni di tipografie e redazioni, agli ammazzamenti, seguirono i sequestri, gli arresti, il confino.... Ai superstiti, perseguitati, disoccupati, provocati, spiati, non restava che la via dell'esilio. Si può dire che nel ventennio fascista ben pochi militanti anarchici (esclusi gli incarcerati ed i confinati) rimasero in Italia e quei pochi guardati a vista ed impossibilitati per lo più anche a svolgere attività clandestina.
Continuano singoli episodi di ribellione a testimoniare, nonostante tutto, l'indomabilità dello spirito libertario. Bastano alcuni esempi.
Il 21 ottobre 1928, l'anarchico Pasquale Bulzamini, a Viareggio, mentre rincasa, viene aggredito da un gruppo di fascisti e ferocemente bastonato. In un caffè, aveva poco prima deplorato la fucilazione dell'antifascista Della Maggiora. Muore tre giorni dopo, all'ospedale.
Il 7 ottobre 1930, il compagno Giovanni Covolcoli spara contro il Podestà e il segretario del suo paese - Villasanta (Milano) - che lo hanno a lungo perseguitato fino a farlo internare nel manicomio. Riconosciuto sano di mente e rilasciato in libertà, ha voluto vendicarsi contro i suoi tenaci persecutori.
Nell'aprile del 1931, a La Spezia, il giovane anarchico Doro Raspolini spara alcuni colpi di rivoltella contro l'industriale fascista De Biasi per vendicarsi contro uno dei maggiori responsabili dell'assassinio di suo padre, Dante, attivo anarchico, massacrato nel 1921 a Sarzana colpito da innumerevoli revolverate e da 21 colpi di pugnale e quindi - legato ancor prima che morisse ad un'automobile - era stato così trascinato per diversi chilometri). Doro Raspolini muore nelle carceri di Sarzana in conseguenza delle sofferenze e torture inflittegli dai fascisti.
Il 16 aprile 1931, i compagni Schicchi, Renda e Gramignano vengono condannati dal Tribunale Speciale, a Roma, rispettivamente ad anni 10, 8 e 6 di reclusione. Erano imputati di essere rientrati dall'estero per svolgere attività contro il fascismo.

la resistenza

Il '43 vede dunque gli anarchici della generazione pre-fascista sparsi tra esilio, confino e galere. Poche tracce sono rimaste dell'influenza anarchica ed anarco-sindacalista. I pochi militanti liberi dapprima e gli ex confinati poi riprendono con immutato vigore i loro posti di combattimento, chi nella lotta armata, chi nell'organizzazione della resistenza operaia, chi nella propaganda clandestina al nord e semi-clandestina al sud, nelle zone "liberate" (si fa per dire), dove gli alleati non concedono la libertà di stampa agli anarchici, preoccupati (giustamente dal loro punto di vista) che la lotta antitedesca ed antifascista potesse diventare rivoluzione sociale.
Per quanto riguarda la partecipazione degli anarchici alla lotta armata partigiana, essa avvenne per lo più all'interno di formazioni politicamente miste. Solo in quelle poche località in cui la presenza di anarchici e simpatizzanti era nonostante tutto sufficientemente numerosa, i compagni organizzarono formazioni proprie, inquadrate però anch'esse, spesso a seconda della situazione locale, nelle divisioni Garibaldi (controllate dai comunisti), Matteotti (socialisti) e Giustizia e Libertà (espressione dei "liberal-socialisti" del Partito d'Azione).
La mancata autonomia (che quasi sempre, dati i rapporti di forza, significò dipendenza) dalle formazioni partigiane partitiche fu dovuta non solo alla quasi generale esiguità numerica del superstite movimento anarchico, ma anche al fatto che gli alleati si rifiutavano (sempre giustamente, dal loro punto di vista) di rifornire di armi e munizioni le formazioni anarchiche.
In questo contesto il valore e spesso l'estremo sacrificio di tanti anarchici furono sfruttati da altre forze politiche e poterono così servire ben poco alla radicalizzazione rivoluzionaria del movimento partigiano. Scarsa risultò in definitiva l'influenza politica anarchica nella Resistenza, che venne incanalata dai partigiani ufficiali (dai liberali ai comunisti) verso quella squallida restaurazione "democratica borghese" che è ancor oggi sotto i nostri occhi.

Gli attentati a Mussolini

La lotta al fascismo, come abbiamo visto, si risolveva molte volte in azioni individuali, azioni pagate con la vita.
Ricordiamo qui brevemente i tre nostri eroici compagni: Gino Lucetti, Angelo Sbardellotto e Michele Schirru. Essi tentarono la via individuale per giustiziare quel maiale di Mussolini, ma sfortunatamente non ci riuscirono.
Il primo tentativo (1926) non riuscì proprio per sfortuna (la bomba di Lucetti finì oltre la macchina del boia); Lucetti fu processato con i complici (anch'esse anarchici) Stefano Vatteroni e Leonardo Sorio: Lucetti fu condannato a trent'anni, gli altri a sette e sedici anni. Gli altri due tentativi purtroppo non ebbero nemmeno esecuzione pratica per l'arresto preventivo sia di Schirru (1931) che di Sbardellotto (1932). Questi ultimi due dopo un processo sommario furono entrambi fucilati.
La sorte di Lucetti fu anch'essa tragica: liberato nel 1943, dopo la caduta del fascismo, morì sotto un bombardamento appena uscito dal carcere!
Particolarmente significativo il "Testamento" di Michele Schirru, in cui l'anarchico sardo racconta la sua maturazione politica e spiega le ragioni di ordine morale e politico che l'hanno convinto della necessità di eliminare il "duce".

 

I cavalieri erranti

La diaspora dell'esilio non ferma la lotta antifascista

Primissimo pensiero degli anarchici nell'esilio fu la stampa per continuare anche dall'estero gli attacchi al regime fascista.
Il I maggio del '23 esce a Parigi "La voce del profugo", ed il 3 giugno il quindicinale "Il profugo".
Cominciarono intanto le provocazioni criminali dei fascisti: il 3 settembre a Parigi il giovane anarchico Mario Castagna viene aggredito da una banda di fascisti e nella colluttazione contro i suoi aggressori ne uccide uno.
Pochi mesi dopo, il 20 febbraio 1924, il giovane anarchico Ernesto Bonomini uccide, in un ristorante di Parigi, con alcuni colpi di rivoltella, il gerarca fascista Nicola Bonservizi, segretario dei fasci all'estero, corrispondente del "Popolo d'Italia" e redattore del giornale fascista di Parigi "L'Italie Nouvelle". Il nostro compagno dichiarerà di aver voluto protestare contro i delitti impuniti dei fascisti e dei loro complici. Verrà condannato a otto anni di galera. Un altro giornale vedrà la luce il Primo Maggio, sempre a Parigi, a cura di compagni italiani: "L'Iconoclasta"; inoltre sempre in quell'anno alcuni anarchici danno vita ad un giornale clandestino intitolato "Compagno, ascolta!" dove vengono date indicazioni per una lotta energica e spietata, nell'eventualità di una insurrezione in Italia.
Dopo pochi giorni dal delitto Matteotti si costituisce a Parigi un comitato animato dagli anarchici e che darà vita in seguito ad un'altro giornale dal titolo "Campane a stormo", la cui redazione verrà affidata al compagno Alberto Meschi. Per il delitto Matteotti gli anarchici italiani in Francia danno inizio anche ad una campagna nazionale generale che culmina nella distribuzione di migliaia e migliaia di volantini in cui vengono denunciati i crimini dei fasci (luglio 1924).
Durante l'anno 1925 gli anarchici italiani continuano la loro attività antifascista, mentre prosegue la pubblicazione di giornali e riviste; basterà qui ricordare "La tempra" e "Il monito".
In questi anni le persecuzioni, le privazioni di ogni genere, le più vili angherie nei confronti degli anarchici continuano da parte di agenti fascisti in Francia.
Comunque essi non si piegarono. Proprio in quei giorni (11 ottobre 1927) Luigi Fabbri, insegnante, dopo essersi rifiutato di prestare giuramento al fascismo ed essere riuscito a rifugiarsi in Francia, pubblica a Parigi, con Berneri e Gobbi, il giornale "Lotta umana".
Continuano intanto le persecuzioni e gli arresti e le espulsioni. Nel marzo del 1928 a Parigi viene arrestato il compagno Pietro Bruzzi; altri due compagni Carlotti e Centrone (che morirà valorosamente in Spagna) vengono prima arrestati e dopo espulsi.
La risposta il più delle volte è opera di coraggiosi militanti che agiscono sempre in via individuale. Il 22 agosto a Saint-Raphael (Francia) il console, noto fascista, marchese Di Mauro viene fatto segno di un attentato. Pochi mesi dopo, l'8 novembre, il giovane anarchico Angelo Bartolomei, con un colpo di rivoltella, uccide il prete fascista don Cesare Cavaradossi. Questi, vice Console, gli aveva proposto, per evitare l'espulsione dalla Francia, di tradire i compagni e di diventare suo confidente. Il Bartolomei riesce a fuggire da Nancy e a rifugiarsi in Belgio, dove però verrà arrestato nel gennaio del 1929.
Anche in altri paesi gli anarchici italiani continuano a subire persecuzioni ed arresti per la loro attività antifascista. Nel luglio del 1928 in Belgio l'anarchico Gasperini ricorre allo sciopero della fame per ribellarsi all'estradizione chiesta dal governo italiano (aveva ferito assieme ad altri compagni, alcuni fascisti nel 1921). Il governo belga concederà invece l'estradizione del compagno Carlo Locati.
L'espulsione è una sorte che colpirà moltissimi compagni. Infatti pochi mesi dopo, il 13 agosto, a Liegi, il compagno Gigi Damiani viene prima arrestato e poi espulso (Tunisia). A questa ondata di persecuzioni che vede gli anarchici italiani colpiti sempre in prima fila, il movimento cerca di rispondere come può.
Ormai, però, diventa difficile anche la pura sopravvivenza, per le continue espulsioni che colpiscono chiunque faccia una energica attività antifascista: nel gennaio del '29 i compagni Gobbi, Berneri, Fabbri e Fedeli, in seguito alle forti pressioni del governo italiano, vengono arrestati a Parigi e condotti alla frontiera con il Belgio. È questo l'inizio della Odissea di Berneri e di tanti altri compagni. Arrestati in una parte ed espulsi, non resta che cambiar nome e attività, attraverso la Francia, il Belgio, il Lussemburgo, la Svizzera, sempre braccati e senza posa.
Nel settembre del 1929 a Saarbrucken (Germania) il giovane anarchico Enrico Manzoli (Morano), aggredito da un gruppo di fascisti appartenenti ai "caschi di acciaio", si difende e ne uccide uno. Altri anarchici, però, cadranno sotto i colpi dei fascisti: nel gennaio del 1930, a Nizza, è ucciso da un ex-carabiniere il compagno Vittorio Diana, a causa del suo intransigente atteggiamento in occasione delle manifestazioni fasciste per l'inaugurazione di un gagliardetto. Pochi mesi prima era morto in seguito ai patimenti e privazioni, presso Parigi il giovane anarchico Malaspina, braccato senza posa dalle polizie di vari paesi. Era stato imputato di aver lanciato una bomba contro la Casa del fascio di Juan-les-pins. Assolto per insufficienza di prove, era stato in prigione e più volte torturato.
Il 1929 vede gli anarchici ancora in prima fila nella lotta al fascismo, anche se tale lotta è affidata, data la scarsità pressoché totale di mezzi, alla sola volontà e al solo coraggio. Nel giugno del 1929 i compagni raccolti attorno alla redazione della rivista "Lotta Anarchica", fanno arrivare in Italia, clandestinamente, un giornale di piccolo formato e stampato su carta velina.
Si tenta anche di passare all'azione: nell'agosto dello stesso anno l'anarchico Paolo Schicchi (compie in quell'anno 65 anni!) si imbarca dalla Francia e poi Tunisia per la Sicilia, dove vuole suscitare con il proprio esempio, un movimento di ribellione contro il fascismo; ma al suo arrivo a Palermo viene immediatamente arrestato assieme al compagno Gramignano. Vennero condannati rispettivamente a 10 e a 6 anni di galera. Il compagno Renda, anch'egli partecipante all'impresa venne condannato a 8 anni.
Nel gennaio del 1921 a Parigi si tiene un convegno di anarchici per intensificare la lotta clandestina in Italia, lotta che porterà molti compagni ad essere arrestati e deportati al confino. Questo non impedì di continuare a spedire materiale in Italia portato da vari compagni. Gli anarchici comunque in quegli anni collaborarono anche con altre formazioni antifasciste, soprattutto con "Giustizia e Libertà", senza interrompere la serie di continue azioni individuali.
Anche in America gli anarchici svilupparono una forte attività antifascista. Già il 16 giugno del '23 il governo fascista premeva su quello americano per far chiudere il foglio anarchico "l'Adunata dei Refrattari". La risposta degli anarchici non si fece attendere: il 24 novembre scoppia una bomba al consolato italiano mandandolo completamente in rovina. Tutto l'anno 1924 segna una serie continua di manifestazioni antifasciste organizzate ed animate dagli anarchici. A Cuba, per esempio; gli anarchici organizzarono uno sciopero generale in occasione dell'arrivo di una nave italiana (27 settembre 1924).
Non si contano le provocazioni fasciste di quegli anni, sebbene il più delle volte i fascisti ricevano delle lezioni durissime, come nel caso di una provocazione fascista ad un comizio anarchico (16 agosto 1925) a New York. Certo gli anarchici, sebbene pochi e sempre perseguitati e soprattutto senza nessun appoggio esterno, furono in quegli anni una spina non indifferente per il governo americano. Non passava giorno che alle provocazioni fasciste, appoggiate e protette certe volte, dalle autorità americane, gli anarchici non rispondessero per le rime. Il '26 e '27 sono due anni infuocati per il movimento anarchico negli Stati Uniti. Infatti, in quegli anni, alla protesta contro il fascismo, si assomma la protesta contro la criminale persecuzione di Sacco e Vanzetti.
È praticamente impossibile enumerare qui tutte le manifestazioni, gli attentati, e gli scontri sia contro le autorità americane che contro i fascisti. Sono gli anni in cui gli anarchici venivano presi molte volte a pistolettate sulla pubblica via, sia da poliziotti americani che da agenti fascisti.
Anche negli anni seguenti, fino al '36, continuarono da parte degli anarchici manifestazioni e attività antifasciste che culminarono in arresti e deportazioni in Italia. Molti compagni, come Armando Borghi, vissero lunghi anni clandestinamente, a causa di tali persecuzioni. Altri, sfuggiti miracolosamente a tante peripezie, morirono poi valorosamente in Spagna, o fatti prigionieri, vennero poi deportati in Italia.

Coatti e baldi
di P. F.

Fieramente ribelli anche al confino

L'8 novembre 1926 fu pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" il decreto che istituiva il "Tribunale Speciale per la difesa dello Stato" e le "Commissioni provinciali per l'assegnazione al Confino di Polizia". Ma fin da prima di quel decreto molti anarchici furono relegati su quelle isole sperdute nel Mediterraneo che già erano state utilizzate alla fine del secolo scorso per tenervi raccolti (ed isolati dal mondo esterno) i sovversivi.
Al confino, gli anarchici costituirono sempre un gruppo compatto e battagliero, e seppero combattere la dittatura fascista anche in quelle dure condizioni. Basti pensare alle condanne al carcere subite da 152 confinati politici che nel 1933 organizzarono a Ponza le proteste contro i continui soprusi della direzione della Colonia; numerosi fra questi condannati gli anarchici (Failla, Grossuti, Bidoli, Dettori, ecc.). L'anno successivo l'anarchico Messinese, confinato ad Ustica, prese a schiaffi il direttore della Colonia che voleva obbligarlo a fare il saluto romano. La ribellione contro simili soprusi si estese progressivamente ad altre isole, in particolare a Ventotene ed a Tremiti, portando a nuove condanne contro compagni nostri.
Uniti da stretti vincoli di solidarietà, gli anarchici riuscirono a far giungere e circolare clandestinamente fra i compagni alcuni testi anarchici e sostennero nel contempo vivaci polemiche con gli altri confinati. Particolarmente tesi furono sempre i rapporti fra confinati comunisti ed anarchici poiché i primi, ligi alle direttive politiche provenienti dal Partito e da Mosca, fecero sempre di tutto per ostacolare l'attività politica dei libertari. Ad acutizzare questa polemica giunsero, a partire dal 1936, le notizie dal fronte spagnolo, che, seppur senza precisione, riferivano di scontri armati fra anarchici e stalinisti.
Ribelli ad ogni autorità, gli anarchici tennero costantemente un comportamento fiero e deciso, e furono sempre ritenuti i più pericolosi e sediziosi dalle autorità del confino; questa pessima (e meritata) fama presso le alte gerarchie fasciste fu causa di nuove persecuzioni e condanne e spesso dell'allungamento della pena di confino senza neppure una parvenza di processo. Accadde così che alcuni compagni, pur condannati inizialmente a pochi anni, dovettero restare sulle isole fino al 1943, quando, con la caduta del fascismo in luglio, esse furono "smobilitate".
Significativa al riguardo la liquidazione del confino di Ventotene, dov'era stato concentrato un numero elevato di anarchici. Quando giunse la notizia della caduta del fascismo i primi ad esser liberati furono i militanti di "Giustizia e Libertà", cattolici, repubblicani e testimoni di Geova; per cui in un primo tempo rimasero a Ventotene solo comunisti, socialisti ed anarchici. Quando però il maresciallo Badoglio chiamò al governo Roveda per i comunisti e Buozzi per i socialisti, questi pretesero ed ottennero la liberazione dei carcerati comunisti e socialisti, trascurando gli anarchici ed i nazionalisti sloveni. Si ruppe così quel vincolo di solidarietà che, al di là delle accese polemiche, aveva pur sempre legato le varie comunità politiche di confinati di fronte al comune nemico fascista. Nonostante alcuni militanti dei partiti di sinistra cercassero di rifiutarsi di partire per non lasciar soli gli anarchici, il grosso dei confinati se ne andò libero, noncurante di quelli che erano costretti a restare sull'isola. Gli anarchici, dopo una decina di giorni dalla partenza degli altri, furono trasportati, per nave e poi in treno, fino al campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo). Durante questo lungo viaggio di trasferimento molti compagni cercarono di fuggire, eludendo la stretta vigilanza di poliziotti e carabinieri, ma solo uno riuscì nel suo intento. Appena giunti nel campo gli anarchici ebbero a scontrarsi con le autorità e due compagni nostri furono immediatamente segregati in cella; questo diede l'avvio alle proteste ed alla continua agitazione degli anarchici (fra i quali ricordiamo Alfonso Failla) che giunsero a scontrarsi violentemente con le forze dell'ordine del campo. Successivamente, comunque, alcuni riuscirono a fuggire ed andarono a costituire le prime bande partigiane delle zone circostanti. Solo nel settembre le guardie se la squagliarono ed i compagni lasciarono il campo, appena prima che arrivassero i tedeschi.

Nella rivoluzione spagnola

La notizia che in Spagna era scoppiata la rivolta popolare contro il "putsch" di Franco fu come lo scoppio di una bomba, negli ambienti dell'emigrazione antifascista italiana a Parigi. Gli esuli, da anni costretti a lottare sulla difensiva, videro subito che in terra di Spagna si osava finalmente dire chiaramente no al fascismo, e si impugnavano le armi per impedirne il trionfo.
Mentre alcuni compagni partirono immediatamente per andare a combattere a Barcellona, molti altri si preparavano a partire e si riunivano frequentemente per decidere il da farsi. Ad un convegno appositamente indetto, di tutte le forze politiche antifasciste italiane a Parigi, sia Longo per i comunisti sia Buozzi per i socialisti dichiararono che i loro partiti erano disposti ad inviare aiuti sanitari e a dare un appoggio morale al popolo spagnolo, ma non erano d'accordo per un intervento armato. Il rappresentante dei repubblicani restò sulle generali, evitando qualsiasi impegno, per cui gli anarchici ed il "giellisti" (militanti del movimento "Giustizia e Libertà") furono gli unici a sostenere la necessità di un'immediata partenza per la Spagna. E così fecero.
Il 18 agosto 1936, infatti, meno di un mese dopo l'insurrezione popolare (19 luglio), partì per il fronte d'Aragona un primo scaglione di antifascisti italiani, arruolatisi volontariamente nella sezione italiana della colonna "Ascaso", organizzata e formata da militanti anarchici della F.A.I. e anarcosindacalisti della C.N.T. La maggior parte di questi primi volontari italiani erano anarchici (un centinaio).
Altri anarchici italiani, giunti in Spagna successivamente, si aggregarono alla colonna "Durruti" (C.N.T.-F.A.I.), alla colonna "Tierra y Libertad" (C.N.T.-F.A.I.), alla colonna "Ortiz" (C.N.T.-F.A.I.) e ad altre formazioni. Secondo una stima documentata dai registri di arruolamento della sezione italiana, depositati presso la C.N.T.-F.A.I., gli anarchici italiani combattenti in Spagna furono seicentocinquantatre.
Nei primissimi mesi dell'inizio della rivoluzione moltissimi compagni italiani furono trascinati da un entusiasmo rivoluzionario che li portò sempre in prima fila: è in questo periodo che morirono e rimasero feriti la maggior parte di essi. Molti compagni feriti ritornarono al fronte a combattere nuovamente. Questo, per esempio, è il caso del compagno Pio Turroni, che ferito una prima volta in ottobre ritornò dopo pochi mesi al fronte, dove rimase nuovamente ferito; rientrò quindi a Barcellona, dove fu commissario politico per gli italiani, nella caserma "Spartacus".
È impossibile qui ricordare anche solo i nomi di tutti, morti e superstiti. Tra i sopravvissuti ricordiamo in modo particolare, perché ancor oggi militanti attivi nel movimento anarchico, oltre a Turroni, Umberto Marzocchi ed Umberto Tommasini.
Gli anarchici italiani mantennero sempre una posizione coerente, soprattutto di fronte alla contro-rivoluzione comunista, come nelle giornate del maggio '37 a Barcellona. Non è un caso che gli stalinisti in quei giorni assassinassero gli anarchici italiani Camillo Berneri (che redigeva a Barcellona il periodico in lingua italiana "Guerra di classe") e Francesco Barbieri.
Anche di fronte al processo di militarizzazione la loro posizione intransigentemente rivoluzionaria fu espressa in modo pressoché unanime. Già il 10 ottobre prima, e il 13 novembre poi, stilarono rispettivamente due documenti in cui denunciavano il pericolo di involuzione controrivoluzionaria, se fosse passato, come poi passò, il processo di militarizzazione (documenti firmati, per la sezione italiana della colonna "Ascaso ", da Rabitti, Mioli, Buleghin, Petacchi, Puntoni, Serra, Segata). Anche se durante le tragiche giornate della controrivoluzione comunista essi si trovarono in disaccordo con la "dirigenza" della F.A.I. e della C.N.T. e nonostante avessero ormai compreso che le sorti della rivoluzione volgevano al peggio, essi continuarono a combattere e a morire.
Sono circa sessanta gli anarchici italiani morti in Spagna e centocinquanta i feriti, di cui molti morirono più tardi a causa delle privazioni sopportate nei campi di concentramento in Francia.

Sarzana

Una risposta esemplare alle squadre fasciste

La presenza di un forte e combattivo movimento operaio, ed in particolare di molti gruppi anarchici ed anarco-sindacalisti, fece sì che lo squadrismo fascista assumesse un carattere violentemente provocatorio ed omicida nell'intera provincia di La Spezia, così come nel Carrarino.
Il padronato ed i fascisti non potevano sopportare che continuasse la tradizione di ribellione dei lavoratori, che nella occupazione delle fabbriche avevano decisamente mostrato il proprio carattere rivoluzionario; per questo motivo, fin dagli inizi del 1921, poche settimane cioè dopo il tradimento dei riformisti e la grave sconfitta dell'occupazione delle fabbriche, i fascisti tentarono di spadroneggiare, minacciando e colpendo i militanti rivoluzionari.
Basti ricordare, per esempio, l'assalto fascista alla Camera del Lavoro di La Spezia (27 febbraio '21), l'uccisione del compagno Olivieri (28 febbraio), gli incidenti provocati ai suoi funerali (11 marzo), l'inaugurazione provocatoria del gagliardetto dei fasci spezzini (11 aprile) e la devastazione da parte dei fascisti delle due Camere del Lavoro, aderenti rispettivamente alla C.G.L. ed all'U.S.I. (12 maggio). Ma furono soprattutto le grandi spedizioni punitive a caratterizzare (qui come altrove) la violenza delle camicie nere, ed a provocare la decisa rabbiosa risposta popolare; era ormai abitudine per i fascisti "concentrarsi" in un centro abitato, assaltarvi le sedi antifasciste, uccidere gli oppositori più irriducibili, per poi ripartire certi dell'impunità da parte dello Stato "liberale". Il capo riconosciuto di queste squadracce nello spezzino era Renato Ricci, ex-legionario fiumano e futuro onorevole: fra le altre imprese, fu lui a guidare personalmente una spedizione punitiva contro i centri di Pontremoli e di Sarzana (12 giugno). La reazione popolare antifascista fu allora così decisa che gli squadristi furono costretti a ripiegare, e le autorità non poterono fare a meno di arrestare il Ricci e di rinchiuderlo nelle carceri di Sarzana.
Privati momentaneamente del loro ducetto locale, i fascisti decisero di cercare di liberarlo, e soprattutto di dare una storica lezione alla popolazione di Sarzana, scelta come simbolo della lotta dei "sovversivi" contro la reazione padronale e fascista. Sarzana, infatti, trovandosi a metà strada fra La Spezia e Carrara, era un centro particolarmente importante nelle lotte anarco-sindacaliste e nella propaganda anarchica, ed inoltre aveva tradizionalmente una giunta comunale "rossa", tutte cose queste che la rendevano giustamente odiata dall'avversario di classe. Gli squadristi, dunque, guidati da Amerigo Dumini (uno dei più noti criminali fascisti, futuro correo nell'assassinio del deputato socialista Matteotti), calarono da molte province della Toscana nelle zone circostanti Sarzana, preparandosi ad attaccarla in forze. Quando furono informati che nel paese di Arcola (La Spezia) un loro camerata, tal Procuranti, era stato ucciso, subito iniziarono la spedizione punitiva, compiendo violenze ancor prima di entrare in Sarzana: fra gli altri, fu ucciso un contadino a Santo Stefano Magra (La Spezia). Giunti a Sarzana, i fascisti si concentrarono alla stazione ferroviaria per inquadrarsi bene e per sferrare l'attacco; fu allora che accolsero sparando 7 carabinieri e 4 soldati, che, comandati dal capitano Jurgens, li volevano consigliare a desistere dai loro propositi "nel loro stesso interesse".
Dopo il breve scontro a fuoco con le forze dell'ordine, i fascisti si trovarono a dover affrontare l'assalto armato da parte degli Arditi del Popolo che, organizzati dall'anarchico Ugo Boccardi detto "Ramella", dettero per primi il benvenuto ai fascisti. Ma non furono i soli, poiché sopraggiunsero presto gli arsenalotti, cioè quei lavoratori che ogni mattina prendevano il treno da Sarzana a La Spezia per recarsi a lavorare là all'arsenale. Quel treno quotidiano, infatti, quella mattina non era partito, nell'attesa del previsto attacco squadrista; l'intera popolazione partecipò alla sollevazione contro le camicie nere, che subito ebbero dei morti e furono costrette a cercar scampo nelle campagne circostanti. Ma anche qui non trovarono sorte migliore, chè anzi i contadini (anch'essi perlopiù anarchici, e comunque decisamente antifascisti) collaborarono con gli Arditi del Popolo alla cattura degli aggressori, molti dei quali furono uccisi. Si parlò allora di circa venti fascisti uccisi, e così afferma anche la storiografia ufficiale, ma da testimonianze pervenuteci da compagni che erano attivamente presenti risulta che furono molti di più.
Ad ogni modo resta la realtà della grande vittoria popolare di Sarzana, che, con la collaborazione degli Arditi del Popolo prontamente giunti dai centri circostanti, segnò un duro colpo alla violenta protervia fascista. Basti pensare che la rabbia per la disfatta subita in Lunigiana portò i fascisti a vendicarsi contro i "sovversivi" anche lontano da quei posti, nel vano tentativo di dimenticare la lezione di Sarzana. La via indicata quel 21 luglio dal popolo sarzanese, e confermata dalle altre violente resistenze popolari allo squadrismo fascista (Parma, Civitavecchia, ecc.), era quella giusta per battere sul nascere la reazione padronale.
Pochi giorni dopo, però, firmando il Patto di Conciliazione con i fascisti su scala nazionale, i socialisti contribuiranno a disarmare il popolo, lasciandolo inerme vittima dello squadrismo fascista. La stessa responsabilità toccherà ai comunisti, da pochi mesi costituitisi in partito, che preferiranno ritirare i propri militanti dagli Arditi del Popolo pur di non collaborare con gli anarchici.

Imola

Violenze fasciste e forte resistenza popolare - Gli anarchici in prima fila

Il 1920 segna la riorganizzazione definitiva degli anarchici imolesi che danno vita a due folti gruppi: il gruppo giovanile anarchico e l'U.S.I.
In tutto i giovani che si impegnavano attivamente erano una ottantina: organizzavano dibattiti, conferenze, comizi e cercavano di realizzare una stretta unità con i giovani socialisti.
L'attività sindacale era diretta soprattutto verso quelle categorie come i muratori, gli infermieri, gli imbhianchini, i barbieri, i metallurgici ed i camerieri che non erano seguiti dalla c.d.l. (aderente alla CGL) impegnata com'era nell'agitazione agraria e quindi nell'organizzazione delle categorie agricole.
La preparazione rivoluzionaria degli anarchici cresceva ogni giorno, per cui non si trovarono sprovvisti di fronte al fascismo.
Infatti il 28 ottobre 1920 Dino Grandi, allora giovane avvocato di Nordano (comune vicino a Imola), poi uno dei più grandi gerarchi fascisti, subisce un attentato: gli vengono sparati contro quattro colpi di rivoltella che, (purtroppo) non lo colpiscono. Si attribuisce il fatto agli anarchici e i socialisti declinano le loro responsabilità. In effetti gli autori dell'attentato risultano essere veramente anarchici che, nel momento in cui il fascismo nascente si appoggia a giovani studenti infiammati di patriottismo e di spirito reazionario e di odio verso il socialismo, hanno intuito in Grandi un possibile futuro nemico.
Il 1920 si conclude con il tentativo, da parte dei fascisti di crearsi le premesse per poter penetrare in Imola, ma fino al giugno del 1921 i fascisti a Imola non hanno voce in capitolo.
Gli anarchici partecipano, con i giovani socialisti, che poi passeranno in massa al P.C. d'I., alla formazione delle "guardie rosse" a cui è affidato il compito di difendere Imola dalle squadracce provenienti da Bologna. I fascisti infatti avevano già "assoggettato" Castel S. Pietro e si servivano di questo comune come base per le incursioni nei paesi vicini e soprattutto per distruggere il mito di "Imola rossa" e della combattività degli imolesi, dovuta alla cinquantennale propaganda anarchica e socialista e al grande prestigio che aveva avuto Andrea Costa. I fascisti bolognesi fanno vari tentativi fin dal novembre, sempre sconsigliati però dalla autorità locale e dagli stessi capi socialisti perché l'eccezionale livello di mobilitazione del popolo avrebbe provocato una "carneficina". Ma il 14 dicembre una colonna di fascisti in camion tenta di venire a Imola. Il servizio di informazione scatta immediatamente e tutta la popolazione armata, chiamata dal campanone comunale che suona a stormo, scende in piazza. Le cinque squadre di "guardie rosse" si dispongono nei punti strategici della città e gli anarchici collocano due mitragliatrici all'ingresso di Imola, sulla Via Emilia, in modo da prendere i fascisti in un fuoco incrociato. Anche questa volta i fascisti non vengono, pare che Romeo Galli, socialista, telefonasse al Sindaco di Ozzano per pregarlo di dissuaderli. Ma i fascisti avevano intuito quale era il mezzo più efficace per entrare a Imola: lasciare che una snervante attesa fiaccasse la difesa degli imolesi.
Così, con l'appoggio dei popolari, fanno le loro prime apparizioni fino a lanciare un attacco in grande stile. Il 10 aprile, durante una processione organizzata dal Partito Popolare, arrivano i fascisti provenienti da Castel S. Pietro: l'esercito e i carabinieri occupano il centro per difendere dal popolo gli squadristi. Il 28 maggio i fascisti danno l'assalto al Circolo ritrovo socialista, naturalmente di sera. Un gruppo di essi, nascosto nell'ombra dei giardini pubblici, si prepara ad attaccare con pugnali, bombe a mano e rivoltelle. Mentre parte di essi entrano nel circolo, altri, fuori, sparano all'impazzata per impedire alla gente di accorrere.
Il bilancio dell'assalto è di sette feriti e la distruzione di parte delle suppellettili, registri ecc., poste nei locali in cui aveva sede anche la redazione del settimanale socialista "La lotta" e la sezione socialista.
La reazione comincia a prendere piede apertamente anche ad Imola, i capi socialisti fuggono a S. Marino e torneranno solo a settembre, a bufera momentaneamente passata.
Così la reazione armata fascista colpisce le avanguardie mentre la massa è disorientata e impaurita.
Il 26 giugno i fascisti con Dino Grandi, Gino Baroncini ecc. inaugurano il gagliardetto di combattimento sotto gli occhi soddisfatti della gretta borghesia locale.
I fascisti locali, figure squallide, in alcuni casi addirittura malati di mente, trovano appoggio negli agrari che li esaltano, li ubriacano con soldi e vino, e lo stretto collegamento col gruppo già forte del fascismo bolognese li fa sentire improvvisamente padroni della piazza quando in 100 contro 1, protetti dalla polizia, si scagliano contro le avanguardie rivoluzionarie. I primi ad essere colpiti sono gli anarchici, poi i socialisti ed infine la reazione si abbatte su tutto il proletariato.
Il 10 luglio vi sono i fatti della Birreria Passetti in cui, fallito il tentativo di alcuni fascisti di uccidere l'anarchico Primo Bassi (1892-1972), si costruisce una montatura per accusarlo della morte del rag. Gardi, estraneo ai fatti e rimasto ucciso nella sparatoria.
Racconta Primo Bassi: "Il 10 luglio 1921 una squadra di fascisti Imolesi iniziava le prime azioni di violenza indiscriminata. Alle ore 10 di sera, incontrato un muratore - tal Campori - lo colpirono con randellate al capo sino a che, sanguinante, potè rifugiarsi nella birreria Passetti, in quel momento affollata di clienti. Fu allora che notai un giovincello che, battendomi un giunco sulla spalla, mi invitava ad uscire. Accondiscesi, ma dopo pochi passi nell'ampio cortile fui circondato dalla squadra che pretese perquisirmi e quando, palpate le tasche, furono persuasi fossi inerme, iniziarono la bastonatura. Con una spinta mi aprii il passo verso l'uscita e, guadagnando l'uscita sotto le percosse, fui raggiunto da una randellata allo zigomo sinistro che per poco non mi abbattè al suolo. Voltandomi di scatto fu allora - solo allora - che l'istinto di conservazione prevalse in me. Il fascista Casella mi era quasi addosso con l'arma in pugno ed io - già estratta la pistola dalla cintura dei pantaloni - gli sparai contro colpendolo ad una gamba. Sparai ancora in aria un colpo e mentre attorno era tutto una sparatoria fuggii per via Aldovrandi per consegnarmi ai carabinieri sopraggiunti, ferito da una pallottola di rimbalzo. Accompagnato in caserma prima ed all'ospedale poi, fui tempestato di pugni sino a che un infermiere, il socialista Maiolani, non intervenne a redarguirli. Intanto all'interno della birreria un cittadino - voluto poi fascista - era stato colpito dal basso all'alto da un colpo di rivoltella, decedendo. I fascisti si impadronirono di quel morto ed iniziarono una violenta reazione contro uomini e cose".
La stessa sera numerose squadre di fascisti percorrono le vie della città, sparando all'impazzata con lo scopo di impaurire.
Poi assalgono la sede dell'Unione Sindacale, distruggendo sistematicamente tutto ciò che trovano: devastano gli uffici delle leghe, la redazione del giornale anarchico Sorgiamo, il circolo ritrovo, la ricca biblioteca. Tutto ciò che non si può dare alle fiamme nel piazzale sottostante è reso completamente inservibile. Il lunedì continua per le vie di Imola la caccia al sovversivo.
Viene arrestato il maestro anarchico Ciro Beltrami per aver sparato all'ex repubblicano Mansueto Cantoni, diventato segretario del fascio locale. Viene picchiato selvaggiamente coi calci di moschetto alla schiena, tanto da morire nel 1941 a Bruxelles in seguito alla tubercolosi, provocata dalle botte fasciste.
Anche il responsabile de "Il Momento", giornale della Federazione Prov. Comunista Bolognese e organo della c.d.l. di Imola, Romeo Romei viene aggredito e, ferito gravemente al petto con un colpo di rivoltella, lasciato per terra moribondo; Ugo Masrati, bracciante agricolo anarchico, mentre è tranquillamente addetto in un'aia come paglierino ai lavori di trebbiatura, viene assassinato dai fascisti.
Alla tipografia Galeati, pena l'incendio, si impedisce di stampare il periodico anarchico Sorgiamo. Si vieta alle edicole di vendere giornali "sovversivi", come Umanità Nova e Ordine Nuovo. Ma il movimento anarchico non è ancora definitivamente abbattuto, bisogna quindi ancora colpirlo, ancora assassinare.
La sera del 21 luglio '21, cinque fascisti si recano in un'osteria alle "Case Gallettino" con lo scopo ben preciso di colpire un altro anarchico che si era sempre distinto per il suo coraggio, Vincenzo Zanelli, detto Banega, muratore, anarchico. Arrestato per i moti del caro-vita del luglio 1919, era stato di nuovo arrestato nel 1921 senza una imputazione precisa e rilasciato dopo 20 giorni. Da allora non era più stato lasciato in pace dai fascisti. Raggiunto con altri due anarchici - Farina e Tarozzi - dai fascisti, viene colpito ma, mentre gli altri due anarchici disarmati fuggono, egli a terra si difende e uccide il suo aggressore, il fascista Nanni, di professione ladro. Ormai quasi tutti gli anarchici imolesi più in vista sono eliminati.
L'uccisione del giovane fascista Andrea Tabanelli serve da pretesto per manovre contro gli anarchici: caduta la prima accusa contro l'anarchico Diego Guadagnini, viene accusato il cugino Enrico Guadagnini e i fascisti fanno altre rappresaglie: compiono un altro assalto alla sede dell'U.S.I. e ammazzano a randellate in testa Raffaele Virgulti, mutilato di guerra anarchico.
Il movimento è così decimato: messi in condizioni di non nuocere i compagni migliori come Diego Guadagnini e Primo Bassi (condannato a 20 anni nonostante che la perizia balistica avesse dimostrato che il proiettile che uccise Gardi non apparteneva all'arma di Bassi), uccisi tanti dei migliori come Leo Branconcini, Vincenzo Zanelli, Raffaele Virgulti, carcerati o confinati tantissimi altri come Tarozzi, Baroncini, Farina, Errani, i fratelli Tinti, Tonini ecc. il movimento anarchico imolese darà il suo contributo alla lotta di liberazione in Italia nel 44-45 e, precedentemente, in Spagna nel 1936.

Biografie bolognesi
a cura del Centro "Malatesta"

Le vicende degli anarchici Imolesi dal '20 al '45 sembrano ricalcate su un unico modello: lotta contro il fascismo in Italia, esilio, rivoluzione spagnola, Francia, deportazione in Italia, confino e, dopo l'8 settembre, Resistenza partigiana.
Pur in un piccolo centro come Imola gli anarchici che, con variazioni, passarono attraverso questa "trafila" sono tanti che non possiamo riportarne le biografie intere. Basti quella d'uno di loro per esemplificarle tutte.
Vindice Rabitti, nato nel 1902, impiegato. "Ardito del Popolo", partecipò a vari conflitti contro gli squadristi. Subì processi, condanne (ad 1 anno e 3 mesi il 25-7-1922; ad 11 mesi nel luglio del 1923) e carcere. Fu ferito dai fascisti in seguito ad un attentato. Espatriò in Francia nel 1923. Rientrò in Italia nella primavera del 1924. Partecipò a nuovi scontri con i fascisti e riparò successivamente in Francia. Fu arrestato per presunto attentato alla Società delle Nazioni. Nel 1932 raggiunse l'Algeria ove continuò l'attività antifascista. Arruolatosi per la Spagna il 23-7-1936, fu tra gli organizzatori della colonna italiana "Ascaso" della quale divenne delegato politico. Combattè sui fronti di Monte Pelato, di Huesca, di Almudevar e, poi, nel Carrascal di Huesca nell'aprile 1937. Ritornò in Francia, nell'aprile 1938, ove continuò l'attività antifascista. Fu arrestato a Bardonecchia nel marzo 1940. Successivamente venne rinchiuso al confino di Ventotene per due anni. Partecipò alla lotta di liberazione nell'Imolese e in Romagna.
Simili, come s'è detto, le vicende di molti altri compagni imolesi: Carlo Alvisi, muratore; Gino Balestri, muratore; Giuseppe Tinti, muratore; Gelindo Zanasi, muratore; Gaetano Trigari, fabbro (arrestato per attività partigiana nel settembre del '43 venne deportato dapprima a Dachau e poi a Mathausen); Eutilio Vignoli, commesso; Natalino Matteucci, muratore; Umberto Panzacchi, pavimentatore (morto nel '41 a Parigi, a seguito di malattia contratta durante la guerra in Spagna); Armando Malaguti, barbiere; Ugo Guadagnini, muratore; Bruno Gualandi, edile (caduto sul fronte di Huesca nell'ottobre '36); Luigi Grimaldi, bracciante; Lorenzo Giusti, ferroviere; Francesco Gasperini, operaio; Mario Girotti, operaio (ferito e reso "inabile" nella battaglia di Monte Pelato); Attilio Balzamini, ferroviere (ferito a Monte Pelato e morto all'ospedale di Barcellona nel giugno del '38); Raffaele Catti, operaio (ferito a Huesca); Cesare Forni, artigiano; Ferruccio Tantini, muratore; Tosca Tantini (sorella di Ferruccio, partecipò ai combattimenti di Huesca e Almudevar).

Pisa

Come tutte le province circostanti, quella di Pisa fu particolarmente presa di mira dai fascisti, che ben ne conoscevano le tradizioni di lotte operaie e contadine. Gli anarchici erano numerosi sia in città sia in quasi tutti i centri piccoli e grandi del circondario; a Pisa si stampava "L'Avvenire Anarchico", che era conosciuto e diffuso in molte regioni italiane, ed inoltre vi era una attiva Camera del Lavoro sindacalista (cioè, aderente all'Unione Sindacale).
I fascisti locali, pur divisi da gravi contrasti interni, svolsero, qui come altrove, la medesima opera di provocazione e di eliminazione fisica dei "sovversivi", finanziati e guidati da alcuni noti capitalisti della zona.
Fra gli atti criminali delle squadracce pisane basti ricordare la scorreria compiuta nella zona di Cascina (Pisa) il 22 luglio 1921, all'indomani cioè della disfatta subita dai loro camerati a Sarzana: per solidarietà con Amerigo Dumini e gli altri squadristi messi in rotta dalla popolazione della Lunigiana, infatti, pretendevano che tutte le famiglie esponessero la bandiera a lutto.
Di ritorno dalla loro scorreria, le squadre fasciste si fermarono nella trattoria dell'anarchico Luigi Benvenuti, provocarono i presenti ed infine li aggredirono; nella furibonda lotta che ne seguì perirono sia i due capi degli squadristi, sia il compagno Benvenuti. Impressionati dalla reazione dei presenti i fascisti se ne andarono e tornarono la notte dello stesso giorno a bordo di un camion loro fornito - come al solito - dai carabinieri. Dopo aver fra gli altri assassinato il figlio di un antifascista, trafiggendolo con quattro pugnalate e scagliandolo poi in un torrente, si diressero verso la casa del Benvenuti, che devastarono ed incendiarono, costringendo i due giovanissimi figli (orfani) del compagno Benvenuti a gettarsi dalla finestra.
Grande eco ebbe anche l'assassinio dell'anarchico Comasco Comaschi, maestro d'arte e capo-officina ebanista della Scuola d'Arte di Cascina (Pisa), il cui pensiero politico risentiva parimenti dell'insegnamento umanitario di Leone Tolstoi e della propaganda anarchica di Pietro Gori. I fascisti non gli potevano perdonare la sua difesa degli allievi di un corso della Scuola d'Arte, che loro volevano aderissero forzatamente al loro partito. La morte, decretata dalle camicie nere locali, arrivò al Comaschi sotto forma di quattro pallottole che lo colpirono alle spalle nei pressi del Canale Emissario. Gli assassini furono identificati ed arrestati, ma vennero naturalmente assolti dalla magistratura con la formula significativa del "non luogo a procedere".
Ricordiamo infine l'assassinio dell'anarchico Ugo Rindi, tipografo e segretario della sezione pisana della Federazione Italiana del Libro: prelevato a casa sua la notte dell'8 aprile 1924 da alcuni fascisti travestiti da poliziotti, fu assassinato a pugnalate appena fuori casa, ed il suo corpo orrendamente mutilato.

Reggio Emilia

La presenza anarchica nella lotta antifascista a Reggio Emilia fu costituita essenzialmente dall'azione di alcuni singoli compagni; ciò è comprensibile se si considera l'assoluta prevalenza del socialismo riformista, che aveva in Camillo Prampolini un leader nazionale, oltre che locale.
Fin dal primo anteguerra gli anarchici, seppur poco numerosi, fecero sentire la loro voce antimilitarista, anche se solo durante il "biennio rosso" (1919-20) si costituì il primo gruppo specificamente libertario, il gruppo "Spartaco", cui aderirono intellettuali di diversa estrazione (fra cui Camillo Berneri e l'avvocato Nobili) e molti militanti operai (fra cui Torquato Gobbi, Fortunato Sartori ed alcuni dipendenti delle Officine Reggiane): la loro presenza sia con attività propagandistica sia in campo anarco-sindacalista fu molto efficace e attirò su di loro le pesanti attenzioni del nascente squadrismo fascista, che si reggeva soprattutto grazie ai finanziamenti dei grossi agrari della provincia reggiana.
Per rendere il clima instaurato dalle camicie nere in città, riportiamo dal quotidiano liberal-fascista Il giornale di Reggio del 25-3-21 la seguente cronaca cittadina: "L'incidente più grave di ieri (24 marzo, giorno successivo all'attentato del Diana a Milano) fu provocato da un noto anarchico locale, certo Torquato Gobbi, faccendiere assai attivo.... Questo Gobbi, dunque, ieri mentre già si era diffuso il raccapriccio per l'infame orrenda carneficina del Teatro Diana, a Milano, si aggirava ostentatamente intorno ai nuclei di fascisti che nel centro si venivano riunendo, commentando l'avvenimento. Ad un certo momento, interpellato da un fascista sulle ragioni del suo aggirarsi, rispose evasivamente e quindi, invitato ad andarsene, rispose, quasi con dileggio e per canzonatura, che non poteva allontanarsi rapidamente perché aveva male ai piedi. Il suo contegno aumentò l'irritazione del fascista, che aggiunse "E allora, se vuol star qui, gridi Viva l'Italia!". L'anarchico, che evidentemente era in vena di attaccar brighe, o in cerca di facile martirio, rispose allora gridando "Viva l'Anarchia!". Com'era da immaginarsi fu picchiato abbastanza energicamente... e ne avrà per alcuni giorni".
A Cavriago (Reggio E.) in occasione del I maggio 1921 ebbero luogo violenti scontri fra socialisti ed anarchici da una parte e fascisti dall'altra: il bilancio fu di due anarchici morti (Primo Francescotti e Andrea Barrilli) ed alcuni feriti. Anche in quell'occasione i fascisti erano calati dalle zone circostanti, e pare che a pretesto dell'aggressione fascista fosse addotto il motivo che un compagno portava un nastro rosso-nero all'occhiello.
Un altro importante episodio di persecuzione contro gli anarchici ebbe luogo nel febbraio del 1923, allorché venne inventato un "complotto sovversivo", procedendo quindi a numerosi arresti, sia fra i comunisti sia fra gli anarchici (tra i quali Gobbi e Nobili). Anche questo colpo contribuì a spingere molti compagni sulle vie dell'esilio.
Alcuni anarchici reggiani parteciparono alla rivoluzione spagnola combattendo sul fronte antifascista, e fra loro ricordiamo innanzitutto Camillo Berneri (vedi A 16 - "Un intellettuale anarchico"), e poi Mario Corghi, Lebo Piagnoli ed Emilio Zambonini.
Quest'ultimo, dopo l'8 settembre 1943, tornò nel reggiano, dove fu tra i promotori delle bande partigiane della zona appenninica di Villa Minozzo. Catturato insieme al gruppo di don Pasquino Borghi, Zambonini venne fucilato al poligono di tiro di Reggio il 29 gennaio 1944; prima di morire lanciò un grido: "Viva l'Anarchia!".

Brescia
di I. G.

A Brescia, città industriale con forte sezione U.S.I. (ricordiamo che gli operai della fabbrica di fiammiferi - ora non c'è più - erano iscritti quasi tutti all'U.S.I. ed avevano costantemente una funzione pilota per le maestranze degli altri stabilimenti) e folto gruppo di "Arditi del Popolo", il fascismo trovò pane per i suoi denti.
Se fu dura la lotta ancor più dura fu la vendetta fascista e numerosi anarchici subirono persecuzioni, galera, confino, esilio. Fra essi ricordiamo Ettore Benometti, Angelo Alberti, Mario Conti (assassinato dai fascisti), Leandro Sorio (che scontò 16 anni di galera per complicità nel fallito attentato a Mussolini di Lucetti), Ernesto Bonomini (che a Parigi uccise nel '24 il gerarca fascista Bonservizi).
Alla resistenza alcuni anarchici parteciparono nelle brigate G.L. e Garibaldi, altri individualmente. Ricordiamo Bortolo Ballarini di Bienno, la cui casetta di montagna a quota 2000, due volte bruciata dai nazifascisti, fu usata come base da una brigata mista G.L.-Garibaldi, ed Ettore Benometti, la cui bottega di calzolaio era centro di ritrovo clandestino bresciano e di collegamento e smistamento di partigiani, nonostante la stretta sorveglianza e le varie perquisizioni domiciliari cui era sottoposto.

Angelo Damonti

Nato a Brescia nel 1886, A. D. entrò giovanissimo nelle file del movimento anarchico milanese. Nel 1920 era a fianco di Errico Malatesta e della redazione del quotidiano Umanità Nova. Da allora fino al 1926 assunse insieme ai compagni Meniconi e Mantovani l'incarico del Comitato Pro Vittime Politiche; durante quel periodo fu continuamente in viaggio per l'Italia a contattare i compagni detenuti, a cercare i migliori avvocati, a raccogliere fondi, a litigare con direttori carcerari e con poliziotti per far pervenire gli aiuti ai compagni detenuti. Per questa sua infaticabile attività subì numerosissimi fermi ed arresti da parte della polizia e persecuzioni da parte dei fascisti. Costretto ad emigrare in Francia continuò l'attività politica con gli altri compagni italiani esiliati a Parigi, finché, espulso dalla Francia, riparò in Belgio (1934). Rientrato in Francia poco prima dell'inizio dell'ultima guerra, entrò nei ranghi dei "Franchi tiratori partigiani francesi" contro gli invasori nazisti; divenne uomo di fiducia del sindacato generale delle industrie elettriche (aderente alla C.G.T. clandestina), che effettuava lavori lungo la linea ferroviaria. Con questa copertura potè continuare la sua attività antifascista, nascondendo in un treno speciale, destinato alla manutenzione, tutti quei lavoratori che si rifiutavano di essere convogliati in Germania ed indirizzandoli invece verso le formazioni partigiane. Per i suoi meriti ed il suo valore fu nominato generale del Maquis francese.

La strage di Torino

Il 18 dicembre 1922 Torino fu teatro di tremende violenze fasciste, che ancor oggi sono ricordate come "la strage di Torino". Molti operai furono aggrediti nelle loro case, bastonati di fronte ai loro familiari, altri furono caricati sui camion e crivellati di colpi in riva al Po, nei prati della Barriera di Nizza, sulle strade della collina.
Fra gli undici "sovversivi" trucidati dalle camicie nere ricordiamo l'anarchico Pietro Ferrero, che era stato due anni prima uno dei promotori e degli organizzatori dell'occupazione delle fabbriche a Torino nella sua qualità di segretario della FIOM torinese. Colpito selvaggiamente dagli squadristi fascisti, Ferrero fu legato per i piedi ad un camion e trascinato a lungo per i viali di Torino; il suo corpo ormai irriconoscibile fu abbandonato in un viale non molto distante dalla Camera del Lavoro.
Miglior fortuna ebbe l'anarchico Probo Mari, attivista dell'U.S.I. torinese, portato in riva al Po dai fascisti che gli legarono le mani dietro alla schiena e lo gettarono nel fiume. Mari riuscì però a raggiungere la riva ed a farsi ricoverare in ospedale.

Castelbolognese

Fin dai primi mesi del 1921 la Romagna fu utilizzata dalle camicie nere come base di partenza per imprese squadriste nelle zone circostanti; ma per lungo tempo non potè essere una base sicura per i fascisti, che ebbero da fare i conti con la tradizione di lotta che caratterizzava le popolazioni romagnole fin dai tempi della Prima Internazionale. Repubblicani, socialisti ed anarchici costituivano tre grandi forze popolari che, seppur divise da polemiche estremamente vivaci, contribuivano a tener desto lo scontro sociale.
A Castelbolognese furono soprattutto i giovani anarchici del gruppo locale a rispondere alle provocazioni fasciste, portate sia da camerati provenienti da altre città (soprattutto Bologna) sia dai pochi fascistelli locali. Quando, per esempio, gli anarchici attaccarono sulla via Emilia due grandi bandiere rosso-nere con la scritta "Viva la Comune", subito i fascisti locali informarono quelli bolognesi che arrivarono nel pomeriggio vestiti con le solite camicie nere, teschio sul petto e pugnali ai fianchi. Ma non fu loro possibile strappare le bandiere perché il coraggio dei giovani compagni li costrinse ad una precipitosa fuga via da Castelbolognese; purtroppo, comunque, quel 18 marzo del '21 fu l'ultimo in cui fu possibile festeggiare l'anniversario della Comune.
Ma non fu certo l'ultimo episodio di lotta antifascista, chè anzi per conquistare Castelbolognese le camicie nere dovettero di fatto attendere che i compagni più attivi fossero messi nella condizione di non poter più svolgere alcuna forma di attività politica.
Nei mesi successivi si intensificarono le provocazioni fasciste, che venivano compiute di preferenza durante la notte; vennero bastonati molti notori nazifascisti, e la violenta furia delle camicie nere non risparmiò neppure un fattore agricolo fascista, che salutò i camerati picchiatori, ma fu ugualmente da loro pestato perché aveva dimenticato a casa tessera e distintivo, e si ritrovò con un braccio rotto.
Se furono soprattutto i giovani anarchici (Nello Garavini, Antonio Patuelli e tanti altri) a combattere attivamente contro i fascisti, non bisogna dimenticare il contributo dato dai compagni più anziani, alcuni dei quali ricordavano bene i tempi da loro vissuti della Prima Internazionale. Il più anziano degli anarchici di Castelbolognese era allora Raffaele Cavallazzi: subì più di cento arresti! Sempre in prima fila nelle lotte contro la polizia, veniva da questa perseguitato ed arrestato con qualsiasi pretesto, tanto che l'urlo del delegato di P.S. "Arrestate Cavallazzi!" era diventato proverbiale; dopo qualche giorno, comunque, doveva essere rilasciato e riprendeva così il suo posto di lotta continuando la diffusione della stampa anarchica. In occasione del 18 marzo, del I maggio e di altre ricorrenze di avvenimenti rivoluzionari esponeva alla finestra due bandiere a brandelli, rosso-nere: sosteneva che erano ancora più gloriose, perché gli strappi erano dovuti a ferite di guerra. Quando i fascisti gli ebbero tagliato per spregio un pezzo di barba, Cavallazzi ebbe cura di lasciare sempre "dissestata" la barba, in modo da poter ripetere mostrandola: "Tutti devono vedere e sapere come quei manigoldi dei fascisti maltrattano i vecchi". Per questo suo atteggiamento ribelle, ereditato dai genitori anch'essi anarchici (i familiari si chiamavano Ribelle, Arnaldo e Anarchina), Cavallazzi era odiato e scansato dai reazionari e dai bigotti del paese, ma nemmeno le persecuzioni poliziesche lo poterono piegare, tanto che ancor oggi lo ricordiamo come il simbolo della resistenza opposta dagli anarchici di Castelbolognese alle violenze fasciste.

Piombino
a cura della F. A. Piombinese

Anarchici ed anarcosindacalisti vendono cara la pelle

Nei primi mesi del 1921, quando già in tutta la Toscana si è scatenata l'offensiva fascista, Piombino non conosce ancora la violenza squadrista e ancora per più di un anno resisterà al cerchio nero che la stringe.
A differenza di altri luoghi, a Piombino il fascismo nasce all'ombra delle ciminiere con il denaro dei "dirigenti" dell'ILVA e della Magona, le due fabbriche siderurgiche più importanti della città, occupate nel '20 dagli operai armati. Questi due colossi industriali non forniscono solo i finanziamenti, ma anche i gregari per le azioni teppistiche trasformando in squadracce nere le guardie dei due stabilimenti, gente abituata da sempre all'odio antioperaio. Tuttavia questi primi fenomeni dell'ondata fascista non trovano lo spazio per ingrandirsi e attecchire perché circoscritti da una classe lavoratrice estremamente combattiva e rivoluzionaria, fortemente influenzata sia dagli anarchici, sia dagli anarco-sindacalisti della locale Camera del Lavoro federata all'U.S.I.
Per avere un'idea di questa influenza basta guardare i risultati delle elezioni politiche del '19, con 3483 schede bianche contro 1487 voti socialisti, su un totale di 6098 votanti ed alla composizione delle Commissioni Interne dell'ILVA e della Magona con 15 delegati anarco-sindacalisti dell'U.S.I. contro i cinque delegati socialisti e comunisti della FIOM.
È così che alla fatidica "marcia su Roma" dell'ottobre del '22, il fascismo Piombinese non arriva nemmeno a cento teppisti. Prima del '22 i fascisti locali non osano tenere i loro raduni nella città; anzi ogni volta che lo squadrismo pisano, senese o fiorentino compiva qualche "impresa" essi dovevano subire l'ira degli anarchici e degli Arditi del Popolo.
Il lento affermarsi del fascismo a Piombino in certa misura è da attribuirsi anche all'azione sprovveduta della CGL e del Partito Socialista che, assieme agli esponenti dei vari partiti, degli industriali e dei fasci di combattimento, forma un Comitato Cittadino per pacificare la città e risolvere la crisi dell'industria siderurgica che minacciava di chiudere, licenziando tutte le maestranze.
Questo riconoscimento ufficiale delle forze socialiste verso il nascente fascismo è l'equivalente locale della stessa politica che a livello nazionale porterà al Patto di Pacificazione fra fascisti e socialisti. Sarà proprio il Comitato Cittadino che, purgato dagli elementi socialisti, prenderà in mano l'amministrazione di Piombino dopo la conquista della città.
Ovviamente a questo Comitato Cittadino sia gli anarchici che la Camera del Lavoro federata all'U.S.I. rifiutano di partecipare, ribadendo che non è possibile (...) sia con i fasci di combattimento, ma che anzi è dovere rivoluzionario scendere nelle piazze e combattere per soffocare la violenza fascista.
Furono infatti proprio gli anarchici e gli anarco-sindacalisti i maggiori sostenitori e attivisti degli Arditi del Popolo. Per iniziativa del deputato socialista Giuseppe Mingrino si era costituito a Piombino il 144° battaglione degli Arditi del Popolo, cui aderivano gli anarchici e l'ala comunista del Partito Socialista, che dopo poco esce dal partito per formare il Partito Comunista. Presto però i comunisti usciranno da queste formazioni operaie di difesa ed anzi una circolare dell'esecutivo del P.C. diffida tutti i militanti dall'entrare negli Arditi o anche solo di avere contatti con loro. Dopo questa defezione, gli Arditi del Popolo a Piombino saranno costituiti quasi esclusivamente da elementi anarchici e anarco-sindacalisti e saranno loro a sostenere le lotte dure e spesso sanguinose che impediranno fino alla metà del '22 ai fascisti di entrare a Piombino.
L'attentato al socialista Mingrino, il 19 luglio 1921, fa scattare per la prima volta gli Arditi. Essi attaccano il "covo" dei fascisti piombinesi, ma lo trovano deserto, quindi casa per casa e nei luoghi di lavoro catturano i fascisti e costringono un loro capo, il direttore del Cantiere navale, a firmare un atto di sottomissione.
Le Guardie Regie corse in aiuto dei fascisti vengono sopraffatte e disarmate.
Solo dopo alcuni giorni la reazione degli Arditi termina e le forze dell'ordine riescono a riprendere il controllo della città.
Intanto il 2 agosto socialisti e fascisti firmano a Roma il Patto di Pacificazione. Gli Arditi affiggono a Piombino un manifesto: "Non vi può essere nessuna possibilità di pace, in questo momento, tra il proletariato piombinese e i suoi sfruttatori... gli Arditi del Popolo resteranno vigili ed armati contro gli sgherri neri".
Il 3 settembre l'anarchico Giuseppe Morelli sorpreso ad affiggere manifesti contro il Patto di Pacificazione reagisce con la pistola alle guardie regie ed ai fascisti, rimanendo ucciso nel conflitto.
Durante la notte, prevedendo la reazione degli anarchici, la Polizia irrompe nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro (durante i turni notturni) arrestando oltre 200 compagni. Privati gli Arditi e gli anarchici dei loro militanti politici e sindacali più attivi, i fascisti capirono che quello era il momento per sferrare il loro attacco. Prima incendiarono la sezione socialista, poi la Camera Confederale e la tipografia "la Fiamma", e quindi si diressero verso la Camera del Lavoro sindacale, ma si scontrarono con una pattuglia di giovani anarchici, fra cui: Landi, Lunghi, Venturini, Marchionneschi, Panzavolta, Franci, Messena e Lucarelli. Giungevano nel frattempo gruppi di operai e la polizia fu costretta ad arrestare i fascisti per salvarli dalla sana ira popolare.
Racconta Armando Borghi "Una conferenza la tenni a Piombino, presente il deputato comunista Misiano. I fascisti lo avevano scacciato dal Parlamento, minacciandolo di morte, e lui si era rifugiato sotto la protezione degli anarchici, nella cittadina toscana, tenuta ancora dai nostri alla fine del 1921".
I fascisti tentarono la conquista di Piombino il 25 aprile del '22, ma giunti alla periferia della città, trovarono gli anarchici e gli Arditi che rapidamente misero in fuga le camicie nere.
Frattanto, dopo la riapertura degli stabilimenti siderurgici, manovrando abilmente con le assunzioni discriminate per rendere più debole la compattezza operaia (Piombino anche allora era una città-fabbrica) le direzioni aziendali preparavano il colpo definitivo, essendosi anche assicurata la totale collaborazione del Comitato Cittadino.
Un'altra vittima fu il giovane anarchico Landi Landino (21 maggio 1922), che i fascisti tenevano presente come il principale artefice delle loro "ritirate".
Il 12 giugno (dopo un incidente appositamente creato dove rimaneva ucciso uno studente fascista e per i funerali del quale giunsero in città i fascisti di tutta la zona) gli squadristi e le guardie regie inviate da Pisa a "ristabilire l'ordine" si impadronivano della città.
Dapprima occupano il Comune e la Pretura, poi i fascisti assaltano e distruggono le sedi del Partito Socialista e della CGL per tutta la notte e tutto il giorno dopo, con centinaia di assalti, le squadracce tentano la conquista della Camera Sindacale dell'U.S.I. e della tipografia del giornale anarchico "Il martello", sempre respinti. Solo dopo un giorno e mezzo di combattimento, fascisti e guardie legge riescono a piegare anche gli anarchici.
Il fascismo era passato anche a Piombino ed i compagni più in vista trovarono scampo nell'espatrio; altri dovettero subire persecuzioni e angherie durante tutto il regime fascista.
Prendiamo ad esempio le vicende di due compagni: Egidio Fossi e Adriano Vanni.
Egidio Fossi, condannato nel '20 dalle Assise di Pisa a 12 anni e 6 mesi, 2 anni dei quali trascorsi in segregazione a Portolongone, gli altri in varie galere. Venne liberato per amnistia nel mese di ottobre 1925, fu poi perseguitato ripetutamente, ammonito e minacciato dai fascisti, finché espatriò clandestinamente in Francia. Anche all'estero non sfuggì alla persecuzione e cominciò così la vita randagia del fuoriuscito, braccato anche dalla polizia francese. Alla notizia che in Spagna il popolo era insorto contro il tentativo nazi-fascista, non mise tempo in mezzo e raggiunse nell'agosto 1936 la colonna italiana Francisco Ascaso, partecipando a tutte le azioni sul fronte Aragonese di Huesca, rimanendo a combattere in Spagna fino al marzo del 1939; fu poi internato nel campo di concentramento di Gurs e mandato nelle compagnie di lavoro. Nel 1940 fu fatto prigioniero dai tedeschi, venne quindi tradotto in Italia e assegnato al confino di Ventotene per 5 anni. Fu liberato nel settembre 1943; potè rientrare a Piombino nel 1945, dove riprese il suo posto nelle file anarchiche e come operaio all'Italsider.
Adriano Vanni, condannato insieme a Egidio Fossi e scarcerato nello stesso periodo fu subito bastonato a sangue dai fascisti; dovette riparare all'estero, ma anche qui ebbe vita difficile. Rientrato in Italia dopo qualche anno, cominciarono di nuovo le persecuzioni del regime e le bastonature dei delinquenti in camicia nera. Partecipò attivamente alla sommossa della popolazione contro i nazi-fascisti del 10 settembre 1943. La lotta partigiana lo vide fra i più validi animatori della resistenza e assieme ad altri libertari operò in formazioni che agivano nelle zone all'interno della Maremma; fece parte anche del nucleo periferico del CLN. A liberazione avvenuta, nonostante si ritrovasse faccia a faccia con molti dei suoi aguzzini del ventennio, ebbe la forza morale della non vendetta.
Altri compagni dovettero prendere la via del fuoriuscitismo da Piombino, come Franci Dario, Bacconi, (dirigente della U.S.I.), Agnarelli Smeraldo, e altri ancora. A Torino si trasferirono compagni come Guerrieri Settimo, Baroni Ilio (caduto nelle formazioni GAP), Bellini e Cafiero. I compagni che riuscirono a rimanere a Piombino non rimasero immuni da ammonizioni e minacce e, quando venivano personalità del regime, erano prelevati dalle loro abitazioni e tenuti in carcere per 3 o 4 giorni.

L'anarchico Emilio Marzani, di San Benedetto. Fece parte alla fine della prima guerra mondiale del gruppo "I Nichilisti", che operava nel mantovano. Fra le azioni di questo gruppo ricordiamo l'assalto del deposito militare effettuato alla fine del '19, con la partecipazione della popolazione di San Benedetto. Nel 1920 fu accusato dell'omicidio di due fascisti e nel '21 del ferimento di due carabinieri. Costretto alla clandestinità, fu scoperto dai carabinieri, che presero d'assalto il suo rifugio e che lo ferirono mentre nuovamente riusciva a scappare. Rifugiatosi in Spagna e poi in Francia ebbe modo di conoscere le galere straniere. Nel 1942 fu arrestato dai tedeschi e destinato a morire in un lager: lo salvarono... i fascisti nostrani che ne ottennero l'estradizione e lo confinarono nell'isola di Ventotene. Tornato nel mantovano dopo l'8 settembre 1943, non partecipò alla lotta armata della resistenza perché, dice, convinto che inutile era ormai lottare contro i nazifascisti già sbaragliati dagli eserciti alleati.

Trieste ed Istria
di Clara

Ecco un quadro non completo, anche se documentato, del contributo degli anarchici giuliani all'opposizione al fascismo.
Nel '19 i fascisti triestini avevano l'abitudine di radunarsi al Caffè degli Specchi. Erano circa una trentina e reclutavano i loro componenti più attivi nelle spedizioni punitive fra il sottoproletariato, offrendo come remunerazione denaro e cocaina.
L'elemento trainante di questa banda di camicie nere era Giunta che, dopo il suo fallimento come avvocato a Firenze, si era installato a Trieste dove aveva assunto la carica di segretario del fascio. Da questo primo gradino poi continuò la sua brillante carriera di gerarca (ed è morto pochi anni fa, di morte naturale!).
Sotto il suo incitamento nel 1920 venne bruciato l'Hotel Balkan (Narodni Dom) sede delle organizzazioni slovene. Seguirono poi l'incendio de "Il Lavoratore", organo dei comunisti locali, e quello della Camera del Lavoro.
In quest'ultima occasione il proletariato triestino rispose con l'incendio del cantiere San Marco, la più grande industria della città, al quale partecipò anche la compagna anarchica Maria Simonetti. Assieme ad altri quindici operai, subì un processo che si concluse con l'assoluzione di tutti e fu un ottimo contributo alla propaganda antifascista.
L'attività del Gruppo Anarchico Germinal era ripresa a Trieste subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Essa si concretizzava soprattutto in due settori. Uno era la propaganda (attraverso conferenze, dibattiti e per mezzo del giornale "Germinal") e l'altro l'anarcosindacalismo. I compagni, essendo tutti lavoratori, partecipavano alle assemblee delle leghe, dove venivano discussi i più importanti problemi sindacali. Spesso in tali occasioni essi avevano una funzione determinante, godevano dell'appoggio di molti simpatizzanti e spingevano alla radicalizzazione delle lotte attraverso l'uso dello sciopero generale.
Ben presto però, accanto a queste due attività se ne affiancò un'altra, cioè l'azione diretta contro gli squadristi e l'insorgere del fascismo.
Una delle prime conseguenze fu l'ordine della polizia di sgomberare dalla loro sede per motivi di ordine pubblico, avendo questa più volte attirato l'attenzione delle squadre, con terrore degli inquilini.
Ma se la chiusura del circolo limitò l'attività culturale, la propaganda e l'agitazione continuavano sul luogo di lavoro. Il compagno Volpin apparteneva al Consiglio Direttivo dei fornai, Cartafina a quello dei poligrafici, Frausin di Muggia e Radich di Monfalcone a quello dei metallurgici, Umberto Tommasini a quello dei metallurgici edili.
I compagni, sfrattati, dovettero perciò limitare i loro incontri e si trovarono al Caffè "Union", una cooperativa socialista. Ben presto il ritrovo venne individuato. I fascisti nell'agosto del 1922 tentarono di eliminarli in blocco tirando due bombe nel caffè. Ma le bombe non esplosero. Intervenne la polizia che chiuse il locale per rappresaglia per la durata di un mese. Ormai la vita per gli oppositori del fascismo fu resa impossibile. Gli anarchici, in particolare, vennero braccati ovunque.
Una situazione non migliore c'era anche a Monfalcone dove gli anarchici erano attivissimi soprattutto nel cantiere. Nel marzo 1919 il compagno Frausin fu aggredito dai fascisti. Creduto morto lo abbandonarono in terra; ricoverato all'ospedale di Monfalcone, i fascisti, accortisi dell'errore, tentarono di raprirlo per completare l'opera omicida, ma non vi riuscirono e il compagno fu trasferito a Trieste per sicurezza.
A Muggia, comune di Trieste, una squadra fascista nel 1920 tentò di invadere la casa del compagno Koenig, ma fu respinta a colpi di fucile da caccia.
Sempre nel 1920, i fascisti tentarono in gran numero di invadere la Casa del Popolo di Trieste. Il compagno Pietro Cociancig, assieme ad altri, prese parte alla difesa e gli assalitori dovettero fuggire anche questa volta. Cociancich di Monfalcone si occupava tra l'altro di racimolare armi per la difesa, armi che poi venivano smistate in vari nascondigli in tutta la città. In tal modo si aveva in ogni occasione dei piccoli arsenali vicini che permettevano di agire con estrema rapidità.
Nel luglio 1921 ad esempio tre anarchici, un comunista e un repubblicano gettarono alcune bombe su una squadra di fascisti di ritorno da una spedizione punitiva nel quartiere popolare di San Giacomo. Ventotto fascisti feriti. Nessuno venne riconosciuto né fermato. Queste però erano iniziative individuali e, come gruppo, i compagni si dedicavano a rendere più dura l'opposizione di massa durante gli scioperi generali. Essi si ribellavano contro i crumiri e contro i commercianti che, nonostante la proclamazione della agitazione, continuavano a tenere aperto.
Nonostante l'opposizione armata e di massa, il fascismo riuscì ben presto a controllare Trieste. L'ultima azione organizzata fu quella dello sciopero di agosto, che però non riuscì: i negozi rimasero aperti, ci furono sporadici episodi di lotta ma nulla di decisivo. Da allora non ci furono più né cortei né proteste perché la gente aveva ormai timore di affrontare il fascismo in campo aperto.
Nelle fabbriche si reagì più a lungo per mezzo di scioperi interni, che pur avendo carattere economico erano a sfondo antifascista.
Gli ultimi scioperi a Trieste, prima della promulgazione delle leggi eccezionali, vennero effettuati nella Fabbrica Macchine Sant'Andrea nel marzo 1926. Nella fabbrica esisteva un'efficiente Commissione Interna il cui segretario era l'anarchico Mario Del Bel che venne, per la sua attività, sospeso dal lavoro. Gli operai fecero tre giorni di sciopero di protesta e il Del Bel fu riammesso al lavoro.
Si può dire che gli anarchici giuliani reagirono con tutte le loro forze al fascismo. Dopo i comunisti, ebbero il maggior numero di incarcerati, confinati, esiliati, e se si fanno le dovute proporzioni numeriche furono i più colpiti. Non mancavano nemmeno azioni di affermazione di principio, come affissioni di manifesti in occasione del I Maggio ed esposizione di bandiere per la ricorrenza della rivoluzione russa.
Nel 1926, in occasione dell'anniversario della marcia su Roma, venne attuato un ulteriore fermo di polizia, per motivi di pubblica sicurezza. Vennero arrestati dodici fra socialisti, comunisti e repubblicani e tre anarchici (Umberto Tommasini, Cartafina e Negri). Nel frattempo, in seguito all'attentato di Zamboni a Mussolini, entrarono in vigore le leggi eccezionali e Gunsher e Umberto Tommasini furono tra i primi anarchici confinati. Venne inflitta l'ammonizione a Rodolfo Defilippi, Giovanni Riboli, Nina Montanari, Mery Pahor, Lucia Minor. Per sopravvivere, ad essi e ad altri anarchici non restava che la via dell'esilio.
L'esilio non significò abbandono della lotta; anzi uno dei motivi per cui i compagni lasciarono l'Italia fu proprio l'impossibilità, per gli anarchici notori, di continuare la battaglia contro il fascismo in "patria".
Ad esempio, l'anarchico giuliano Cociancich lanciò una bomba ad Anbagne (Marsiglia) contro la cosiddetta Casa degli Italiani, noto covo di fascisti e di spioni. Arrestato, fu condannato a cinque anni; uscito di galera andò in Spagna a combattere il fascismo. Tornato a Bruxelles, fu arrestato ed estradato in Italia. Morì nel '44, nel carcere di Castelfranco Emilia, durante un bombardamento aereo.
La maggior parte degli anarchici triestini e giuliani esuli partecipò alla rivoluzione spagnola, nella formazione italiana della colonna Ascaso (C.N.T.-F.A.I.). Vi presero parte: Luigi Krizaj di Pola, caduto ad Almudevar nel dicembre del 1936; Giuseppe Pesel di Rovigno, caduto a Carascal (Huesca), nell'aprile 1937; Rodolfo Gunsher di Trieste, morto nel maggio 1938 all'ospedale di Barcellona a seguito di una malattia contratta al fronte; Egidio Bernardini di Trieste, ferito a Carascal nell'aprile 1937; ed inoltre Nicola Turcinovich di Rovigno e Umberto Tommasini, Antonio Mesghez, Guglielmo Scheffer, Lina Simonetti Alpinolo Bucciarelli e Lucia Minor di Trieste.
Molti compagni, sparsi per l'Europa dopo la guerra di Spagna, vennero estradati in Italia e si ritrovarono al confino. Nel '43 si ritrovarono a Ventotene Tommasini, Bucciarelli, la Minor, Turcinovich e Giovanni Bidoli; inoltre si trovarono alle Tremiti Gabriella Zetko e Ludovico Blokar.
A Trieste c'era frattanto stata un'altra vittima del fascismo, il compagno Vittorio Puffich. Nel '38 i rilevatori dell'ACEGAT addetti all'acqua erano in agitazione, Puffich venne individuato come promotore e licenziato. Impossibilitato a trovare altro lavoro e a mantenere la moglie e le due figlie malate, si tolse la vita.
C'erano però nella Venezia Giulia i primi sintomi di ripresa. Non si crearono formazioni partigiane anarchiche indipendenti, ma dei compagni liberati dal confino nel 1943, alcuni rimpatriati e quelli che erano rimasti a Trieste, collaborarono alle formazioni comuniste. Il compagno Bidoli teneva il collegamento con le stesse. Nel 1944 venne arrestato e portato in Germania nei campi di concentramento e non tornò più. Dai lager tedeschi non tornò più nemmeno il compagno Carlo Benussi. Il compagno Defilippi, che era grafico, procurava timbri per compilare documenti. Le case di molti altri erano punti di riferimento per la raccolta di viveri, indumenti e armi, e di rifugio per partigiani in pericolo.
Il compagno Turcinovich, lasciato il confino alla caduta del fascismo, rientrò a Rovigno, suo paese natale e partecipò con le formazioni partigiane slovene alla cacciata dei tedeschi. In seguito ad un feroce rastrellamento dovette fuggire a Genova, dove collaborò a gruppi di combattimento locali. Finita la guerra rientrò a Rovigno e lì venne riconosciuto dagli Jugoslavi quale militante antifascista attivo, ma ben presto entrò in dissidio con i bolscevichi. Un amico d'infanzia, che faceva parte della guardia popolare, lo avvertì che era in pericolo e lo consigliò di andarsene. Turcinovich perciò, suo malgrado, ritornò nella città ligure.
Nel maggio '45 a Trieste cominciarono a ritornare gli ultimi confinati, mentre era ancora in atto l'occupazione slava. Tornarono Tommasini, torna Bruch dal confino in Calabria e si ricostituisce il Gruppo Germinal. Il primo lavoro fu di chiarificazione e si parlò soprattutto della Spagna. Molti compagni, che fino a quel momento avevano collaborato coi comunisti, abbandonarono tale collegamento e furono attivi solo nel gruppo. Con l'occupazione americana riprese il lavoro di propaganda con l'uscita quindicinale del "Germinal", con conferenze nelle varie località confinanti, ma soprattutto con l'attività sul luogo di produzione. Nei sindacati unici, Volpin riprese il suo lavoro fra i panettieri, Cartafina nei cantieri e Umberto Tommasini, come metallurgico, ottenne 1100 voti per presentarsi come delegato al Congresso sindacale europeo, che si tenne a Trieste nel 1947.

Ravenna
di P. O.

Tutti gli anarchici di Ravenna furono in ogni momento in prima fila nella lotta contro il fascismo.
Durante la resistenza vi furono numerosi anarchici nella 28a Brigata Garibaldi. Fra i più attivi ricordiamo:
Bartolazzi Primo, membro del CLN Prov., Merli Ulisse del C. di Liberazione, Bosi Digione, Melandri Giovanni coi figli, Francia, Minghelli, Gatta, Minardi, Zauli, Stinchi, Guberti, Rambaldi, Galvani.
Ricordiamo in modo particolare, a mò d'esempio, nella storia dell'antifascismo anarchico ravennate, Bartolini, Orselli, Spadoni, Rossi.
Guglielmo Bartolini, fin dalla prima giovinezza attivo militante anarchico, condannato a morte per sabotaggio durante la guerra '15-'18 (la pena commutata in ergastolo), uscì dal carcere dopo l'8 settembre 1943; ritornato a Ravenna, partecipò alla Resistenza e fu tra i più attivi. Catturato durante un rastrellamento in montagna dai nazi-fascisti, di nuovo condannato a morte, riuscì con uno stratagemma e con l'aiuto di compagni, ad evadere e continuò la sua attività di partigiano fino alla Liberazione.
Pasquale Orselli, il più giovane dei compagni del ravennate, di famiglia anarchica, fin dalla più tenera età conobbe le angherie fasciste. Durante la liberazione le case degli Orselli furono rifugio dei G.A.P. che operavano nella zona. Pasquale Orselli si distinse in varie azioni di combattimento e fu al comando della prima pattuglia partigiana che entrò in Ravenna.
Angelo Spadoni, generoso, forte come un toro, era un operaio agricolo, privo di cultura ma intelligentissimo. Stimato da tutti per la sua generosità ed intelligenza, fu arrestato diverse volte durante il fosco ventennio e scontò 3 anni di prigione a Volterra per aver picchiato dei fascisti che volevano dare dell'olio di ricino a dei vecchi operai.
Ludovico Rossi, uno dei primi antifascisti di Ravenna (comunista) dovette, con la moglie ed un figlio in tenera età, emigrare in Francia, dove divenne e si mantenne anarchico fino alla morte. Volontario fra i primi in Spagna, assieme alla moglie ed al figlio e malgrado una deformazione fisica, fu un invalido e stimato combattente. Dopo la sconfitta si rifugiò in Francia, dove fu messo in campo di concentramento; tuttavia evase, si ricongiunse con la famiglia, e con documenti falsi rimase in Francia fino alla liberazione.

La Carnia
di Tullio Toniutti

In Carnia, fin dal primo sorgere del fascismo negli anni 1920-22, ci fu resistenza da parte di tutti i movimenti politici di sinistra contro le squadre d'azione.
Il comune più combattivo fu quello di Prato Carnico e a lungo i fascisti non osarono penetrare all'interno della Val Pesarina. Quando ad esempio cercarono di bruciare la Casa del Popolo (sede di tutte le associazioni, partiti popolari e del Gruppo Anarchico) si scontrarono con l'opposizione armata di tutti gli antifascisti, in prima linea i compagni anarchici, tanto che alla fine dovettero rinunciare, constatando che la loro spedizione "costava" troppo. A causa dell'accanita lotta antifascista il comune di Prato Carnico fu denominato dalla questura di Udine il "Comune Rosso".
Nel luglio 1933 morì a Parigi un anarchico. La sua compagna lo fece portare al suo paese natio, cioè a Pesaris, frazione di Prato Carnico. Quando arrivò la salma i compagni anarchici e antifascisti organizzarono un corteo funebre con la fanfare in testa. La mesta cerimonia, svolta in forma civile, ebbe il grande concorso di tutto il popolo e assunse il carattere di dimostrazione antifascista. Il giorno dopo gli sgherri procedettero all'arresto di tre anarchici e di due comunisti che, tradotti alle carceri di Udine, furono poi processati. Gli anarchici vennero condannati a cinque anni di confino; un comunista venne condannato anche lui a cinque anni e l'altro ad un anno da scontarsi tutti all'isola di Ponza. Degli anarchici, Guido Cimador, avendo la cittadinanza statunitense, sotto la pressione delle autorità americane fu rilasciato dopo due mesi. Italo Cristofali e Luigi D'Agaro invece scontarono tutta la pena. Anzi il compagno D'Agaro poco dopo fu raggiunto al confino dalla moglie e da due figli in tenera età, uno dei quali morì a Ponza.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, ben pochi compagni erano rimasti in Carnia, a causa della forte emigrazione, soprattutto verso le due Americhe, e dell'opera di vent'anni di dittatura fascista. Ciononostante, alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, i pochi rimasti si organizzarono per la lotta armata contro il nazifascismo.
Sin dall'8 settembre si costituirono dei piccoli reparti locali e si diede ospitalità ai soldati della Divisione Julia che, per evitare la deportazione in Germania e per sottrarsi al reclutamento, salivano le montagne armati. I molti anarchici di Pradumblis approfittarono del momento di disorganizzazione generale per recuperare le armi delle caserme, dislocate nelle zone alpine, e per nasconderle. Guidava le operazioni l'operaio anarchico Cristofali Italo (detto Aso).
Subito dopo l'8 settembre 1943 i partigiani dell'Alta Carnia si misero in contatto con gli antifascisti friulani per i primi rifornimenti di armi automatiche e per tutti i problemi logistici. In seguito a questi primi collegamenti dell'inverno '43-'44, ai primi di aprile si poté dare l'assalto ad una e poi a tutte le stazioni e caserme dei Carabinieri e della Guardia di Finanza dell'Alta Carnia e delle zone limitrofe dell'Alto Cadore. Lo scopo era di rifornire di armi, divise, materiale radiotelegrafico tutti compagni che man mano aderivano al fronte di Liberazione armata che lentamente si andava estendendo in tutta la regione.
Gli anarchici ed i simpatizzanti, non potendo formare bande autonome, dato l'esiguo numero, si inserirono nei quadri della Divisione Garibaldi-Friuli in cui diedero prova di grande combattività. Gli anarchici ebbero anche posti di responsabilità. Va ricordato Petris di Pradumblis che ebbe il compito di fornire tutto il vettovagliamento alla Brigata Carnica, facente parte della Divisione Garibaldi-Friuli.
Fra i primi, anzi il primissimo fra gli organizzatori fu proprio il nostro compagno Aso che, sia come combattente sia come comandante, collaborò al disarmo di tutte le caserme dell'Alta Carnia e Cadore e che morì nell'espugnare la caserma della gendarmeria tedesca Sappada nel luglio 1944, assaltata per vendicare un compagno garibaldino ucciso in modo atroce. Le informazioni passate da un venduto ai tedeschi davano la gendarmeria per semincustodita. Invece un reticolato alto un metro e mezzo circondava l'edificio e tutte le finestre erano murate ed in esse vi erano solo piccole feritoie. Aso, che guidava l'azione al comando di una quarantina di garibaldini, riuscì ad aprire un varco nel reticolato e si lanciò verso la porta, sotto il fuoco tedesco. Raggiuntala, spaccò il vetro con la canna del mitra ma in quel momento fu raggiunto da una scarica di pistol-machine e cadde morto.
Fu anche con il contributo dei nostri compagni che si costituì la Zona Libera in Carnia che durò dal luglio all'ottobre 1944. In questo territorio liberato, la vita di 80.000 persone era organizzata in forme simili all'autogoverno, e alle necessità dello scontro armato provvedeva direttamente la popolazione. In ogni vallata si formarono dei comitati di liberazione per risolvere i problemi locali, mentre il "potere" centrale dava solo indicazioni sulle questioni generali.
Finita la guerra, purtroppo i nostri sacrifici e le nostre speranze restarono deluse a causa della faziosità di tutte le correnti in lotta e particolarmente del PCI.

Pistoia

Gli anarchici e i militanti del Partito Comunista Libertario (nato a cavallo fra il '39 e il '40) costituirono a Pistoia le prime formazioni partigiane, che dettero inizio alla lotta armata contro il nazifascismo. Tra queste, la formazione che, con la morte del suo comandante il 29-7-1944, prenderà il nome di "Silvano Fedi".
Gli anarchici avevano a Pistoia un retroterra storico di esperienze e di lotte. Durante il biennio rosso 1919-20 il movimento, superata la tradizionale base artigianale, investe nuovi strati sociali. La Unione Sindacale Italiana è presente un po' ovunque ed è particolarmente forte fra i lavoratori del legno e i tipografi. La sua incisività va oltre la sua forza reale: essa costituisce un punto di riferimento per tutto l'arco rivoluzionario, ha una funzione di stimolo e di catalizzatore all'interno del movimento operaio che molte volte mette in crisi l'egemonia della CGL. Su una linea di azione diretta si trova anche il Sindacato Ferrovieri, il cui segretario è l'anarchico Egisto Gori, segretario anche della locale U.S.I.
Il 7 luglio 1920, i ferrovieri pistoiesi si rifiutano di far partire un vagone diretto in Polonia, per solidarietà con la Russia dei Soviet. Dove è presente una forte componente anarcosindacalista, la lotta si radicalizza. Durante la prima fase della lotta, che vedeva gli operai di tutta Italia impegnati nell'ostruzionismo, il prefetto di Firenze, Crivellaro, informa il Ministro degli Interni con un telegramma delle ore 19,40 del 25 agosto che a Pistoia: "gli operai che fanno capo all'U.S.I. hanno talmente ridotto la produzione che industriali hanno dichiarato che ove perdurasse stato di cose sarebbero costretti ridurre paghe base".
Anche a Pistoia le violenze fasciste colpiscono duramente il proletariato e le sue organizzazioni. Con l'avvento del fascismo molti militanti vengono duramente colpiti con la galera e con il confino. Una testimonianza efficace di tale clima ci è fornita dal figlio dell'anarchico Egisto Gori: "... inaspettatamente il babbo, gli zii, li venivano a prendere e poi per mesi si stava ad aspettare... il babbo fu il primo ferroviere del dipartimento di Firenze ad essere licenziato per motivi politici nel giugno del '22... il 21 luglio '22 passò un camion in via Curtatone e Montanara, videro mio zio che lavorava da falegname, lo scambiarono per mio padre e lo ammazzarono...".
Il movimento è costretto a un lavoro sotterraneo di propaganda e di contatti. È un lavoro che darà i suoi frutti nel 1936 quando un gruppo di giovani studenti e operai entrerà nel movimento anarchico. Nel giugno dello stesso anno, 3 compagni partono per la Spagna in appoggio alla rivoluzione, ma vengono fermati alla frontiera italo-francese nei pressi di Clavier (Torino). Il 27 febbraio 1937 i compagni Archimede Peruzzi e Enzo Gozzoli vengono condannati a 5 anni di confino.
Il 25 gennaio 1940, 4 giovani anarchici, fra i quali Silvano Fedi, compaiono davanti al Tribunale Speciale per appartenenza ad "associazione antinazionale e propaganda". Gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove, ma il movimento subisce un nuovo giro di vite. L'agitazione e la propaganda lasciano ora il posto alla preparazione della lotta armata.
Le prime formazioni che a Pistoia passarono alla lotta armata (1943) furono costituite da militanti anarchici e dal Partito Comunista Libertario. La Resistenza pistoiese interessa la XI Zona, comandante Manrico Ducceschi (Pippo) e la XII Zona, comandante Silvano Fedi.
In entrambe le Zone la presenza anarchica e libertaria è preponderante. Nel luglio-agosto 1943 a Piuvica, nella piana di Pistoia, gli anarchici che operano con Silvano Fedi non si limitano alla lotta armata, e si preoccupano di organizzare la popolazione per superare i disagi del momento. Convincono i contadini a battere il grano che essi avrebbero lasciato marcire per mancanza di mercato, impiantano un forno dove lavorano fissi due uomini e il pane viene distribuito gratuitamente alla popolazione del luogo, alla quale si sono aggiunti gli sfollati di Montagnana e di Momigno.
In seguito alla efficace organizzazione, le formazioni anarchiche libertarie aiutano le formazioni di diverso colore politico con rifornimenti di formaggio, riso, zucchero, farina, scarpe e sigarette, e vengono date anche 30.000 lire al C.L.N. locale per l'acquisto di un ciclostile.
Inoltre la formazione "Silvano Fedi", il cui comandante fu delegato del gruppo anarchico di Pistoia nelle riunioni tenute con i compagni fiorentini, sostenne il giornale Umanità-Nova, stampato clandestinamente a Firenze, con 5.000 lire settimanali.
Fu la prima formazione partigiana, guidata dall'anarchico Artese Benesperi, a entrare militarmente a Pistoia. Alle cinque di mattina la bandiera rosso e nera degli anarchici sventola in cima al campanile in piazza del Duomo: alle 10 è sostituita dal tricolore, simbolo dell'ordine repubblicano tuttora vigente, codice Rocco, Concordato e sfruttamento compresi.

Silvano Fedi. Giovane compagno, animatore della Resistenza nel pistoiese, Fedi portò a termine con gli altri partigiani alcune imprese estremamente rischiose. Ricordiamo tre attacchi alla fortezza di Pistoia: il primo con il furto di circa 10.000 colpi di mitraglia (17-10-43), il secondo con un nuovo furto di bombe, caricatori e due casse di munizioni (20-10-43), ed un nuovo definitivo attacco, superando questa volta la vigilanza della guardia tedesca molto numerosa (1-6-44). Il 26 giugno dello stesso anno vari partigiani simularono la traduzione in carcere di Fedi e di un altro compagno. Quando i falsi poliziotti ed i due nostri compagni (ammanettati per l'occasione) furono all'interno del carcere, si fecero consegnare con la violenza le chiavi di tutte le celle e misero in libertà tutti i carcerati, fornendo di moschetto quelli che intendevano raggiungere le formazioni partigiane. Il compagno Fedi fu ucciso il mese successivo in uno scontro a fuoco con una pattuglia tedesca.

Milano

Milano, che prima dell'avvento del fascismo era stato uno dei centri più attivi del movimento anarchico italiano, fu nuovamente centro di lotta e propaganda durante la Resistenza.
Nel 1944 uscirono nel capoluogo lombardo vari giornali anarchici clandestini fra i quali ricordiamo L'adunata dei libertari, L'azione libertaria, e, dal primo dicembre, Il comunista libertario (organo della Federazione Comunista Libertaria Lombarda).
Figura di particolare spicco per la sua lunga militanza nel movimento (che risaliva ai primi anni del secolo) fu quella di Pietro Bruzzi; studioso ed abile polemista, efficace propagandista rivoluzionario, Bruzzi era stato in Russia nel '21, quindi in esilio a Parigi dove diresse il Comitato Pro Vittime Politiche. Durante la rivoluzione spagnola del '36 militò nelle Brigate anarchiche dando prova di grande coraggio; ritornato in Francia fu deportato in Italia e confinato per 5 anni nell'isola di Ponza. Alla caduta del fascismo fu trattenuto nel campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo) per volontà della dittatura militare di Badoglio. Fuggito insieme con altri anarchici, riprese le fila della lotta clandestina guidando una formazione partigiana anarchica operante nel milanese e curando la redazione e la diffusione de L'adunata dei libertari. Catturato su delazione di una spia fascista, pur essendo stato torturato per cinque giorni con tale violenza da averne il volto sfigurato, non rivelò nessuna informazione ai nazifascisti, che quindi lo fucilarono: prima di morire ebbe ancora la forza di gridare: "Viva l'anarchia!".
Dopo la sua morte gli anarchici milanesi costituirono le formazioni "Errico Malatesta" e "Pietro Bruzzi" che avevano la loro sede nello stabilimento Carlo Erba. Il 25 aprile 1945 le brigate anarchiche disarmarono una colonna tedesca in fuga, e fecero cadere in possesso del popolo insorto tutta la zona industriale senza pericolo di sabotaggi né di nuove violenze.
Nel popolare quartiere di Porta Ticinese gli anarchici furono gli animatori della lotta e qui prima che altrove nella città l'intero quartiere fu in mano agli insorti.
Con una serie di abili e coraggiose manovre, le brigate anarchiche giunsero a controllare le arterie che conducevano a Porta Sempione e a Porta Garibaldi, occuparono la caserma Mussolini e protessero la centrale elettrica. Inoltre espugnarono molti fortilizi fascisti, e perfino la stazione della Radio fu occupata dalle brigate della formazione Malatesta in cooperazione con altre brigate.

Piacenza: Emilio Canzi

Nato nel 1893, Emilio Canzi combattè sin dall'inizio contro il fascismo militando negli Arditi del Popolo. Costretto all'esilio in Francia, accorse in Spagna all'inizio della rivoluzione. Combattè nelle file della Divisione Ascaso e quale ufficiale, successivamente, nella Divisione Garibaldi. Tornato in Francia fu arrestato nel 1940 dalla polizia nazista, chiuso nel carcere della "Santé" a Parigi, e quindi trasportato in Germania e rinchiuso nel campo di concentramento di rigore di Hinget. Restituito all'Italia venne confinato a Ventotene e, dopo l'8 settembre 1943, assegnato al campo di Renicci D'Anghiari. Fu successivamente l'organizzatore delle prime bande armate nel piacentino, fu fatto prigioniero dai fascisti e scambiato con ostaggi. Ripreso il suo posto di lotta fra i partigiani, per il suo valore divenne comandante di ben tre divisioni e 22 brigate (oltre diecimila uomini!). Partecipò nel contempo all'attività clandestina di riorganizzazione del movimento anarchico fino alla sua morte (17-11-'45) avvenuta in seguito alle gravi lesioni riportate in uno "strano" incidente motociclistico. Come altre volte in quell'epoca, fu infatti un autocarro alleato ad affiancarglisi e ad investirlo: e proprio il fatto che una simile meccanica dell'incidente sia stata riscontrata in incidenti stradali mortali per altri anarchici ha sempre lasciato aperto il dubbio di un premeditato assassinio da parte dello Stato e degli "alleati".

Lucca

Premettendo che nessuna formazione partigiana anarchica ha operato nella zona di Lucca, possiamo solo mettere in rilievo l'impegno militante rivoluzionario di alcuni compagni che tanto hanno fatto durante la lotta partigiana a Lucca.
Luigi Velani, militante anarchico, di professione avvocato (morto nel 1973); nella primavera del 1944 svolse importanti incarichi informativi a Lucca per conto delle forze della resistenza. Quando fu scoperto, si sottrasse all'arresto e raggiunse i compagni sui monti nella zona della Val di Serchio. Fu aiutante maggiore della XI Zona, in cui agivano anche molti partigiani anarchici.
Questa formazione partigiana composta da 1000 compagni, a capo della quale si trovarono il famoso "Pippo" ed il compagno anarchico Luigi Velani ebbe tra le sue fila 300 caduti e fece prigionieri 8000 nazi-fascisti.
Emanuele Diena, militante anarchico di professione prima elettricista nelle ferrovie e dopo impiegato, fu arrestato a Taranto nel 1943 durante il lavoro in ferrovia e fu mandato al confine a Pisticci (provincia di Matera). A Milano durante la Liberazione fece parte della guardia rossa come comandante responsabile della Tramvia Municipale a Porta Vittoria.
Ferruccio Arrighi, militante anarchico, di professione rappresentante (morto nel 1956), e Vittorio Giovannetti, militante anarchico, di professione scultore in legno (morto nel 1968) svolgevano importanti attività di coordinamento all'interno della città per mettere in contatto gli antifascisti con le formazioni partigiane che operavano nella Garfagnana (monti nella vicinanza di Lucca).
Tutti questi compagni hanno aderito durante la Liberazione ai comitati cittadini antifascisti.

Torino: un episodio

Il 24 aprile 1945 il compagno Ruju, partigiano della 23a Divisione autonoma "Sergio De Vitis", fu inviato ad Avignana per organizzare la resistenza e la difesa di alcuni stabilimenti industriali.
Giunto sul posto, mentre cercava di contattare alcuni giovani antifascisti si imbattè in una pattuglia tedesca e riuscì ad approfittare di un attimo di (...) nazisti e condurli a Giaveno (dove già si trovavano alcuni tedeschi catturati). Quando tornò ad Avignana gli si fece incontro il parroco che lo implorò di restituire i tre prigionieri perché altrimenti la città sarebbe stata distrutta alle due del pomeriggio di quella stessa giornata.
Recatosi subito al comando tedesco accompagnato da due pubblici funzionari, il compagno Ruju ebbe modo di parlare con il comandante; questi lo pregò di rendere i tre soldati catturati perché, altrimenti, sarebbe stato costretto ad ordinare la distruzione della città secondo gli ordini ricevuti dalla 5a divisione Alpina. Il nostro compagno gli fece notare che 10.000 partigiani circondavano il centro e che allo scadere di 30 minuti sarebbero passati all'attacco; non solo, ma gli eventuali tedeschi superstiti sarebbero stati considerati criminali di guerra e quindi passati per le armi.
Tutto ciò era un "bluff", ed i 10.000 partigiani esistevano solo nella mente di Ruju. Ma il comandante gli credette e si arrese con i 500 uomini del suo presidio, consegnando tutte le armi ai partigiani.
Per questo episodio lo stato "democratico" volle decorare Ruju di una croce al valor militare, ma il nostro compagno rifiutò l'inutile decorazione come fecero altri partigiani anarchici per testimoniare nuovamente la loro fede anarchica.

Carrara

La resistenza anarchica nel centro apuano tradizionalmente libertario

Fin dal suo sorgere, il movimento operaio locale era stato fortemente influenzato dal socialismo libertario, a tal punto che Carrara divenne fin dai primi anni del secolo un importante centro di propaganda anarchica.
Furono soprattutto le lotte anarcosindacaliste dei lavoratori delle cave - che organizzati dall'anarchico Alberto Meschi ottennero per primi in Italia le sei ore e mezza di lavoro - ad indicare ai lavoratori la validità dell'attività politica degli anarchici: e così Carrara fu sempre in prima linea nelle lotte di popolo contro il militarismo, contro la tracotanza padronale, contro la repressione di stato e quindi oppose fin dall'inizio decisa resistenza al fascismo. L'intera provincia del carrarino, con quelle vicine di La Spezia, Pisa e Livorno, fu uno degli epicentri del terrorismo squadrista. Basti ricordare la sparatoria contro un gruppo di anarchici da parte di una squadraccia fascista appoggiata dai carabinieri, a Carrara (giugno 1921). E poi lo sciopero generale nella stessa città in risposta all'aggressione fascista contro il compagno Alberto Meschi, allora segretario della Camera del Lavoro (18 ottobre 1921), ed il ferimento, sempre da parte delle camicie nere, dell'anarchico Bonnelli a Berizzano (Carrara). Tanti simili episodi costellano l'opposizione antifascista dei lavoratori della zona, che sempre portarono il loro aiuto anche agli altri centri vicini assaliti dai fascisti, come durante i fatti di Sarzana, in seguito ai quali una cinquantina di anarchici furono processati sotto l'imputazione di "associazione a delinquere" (19 gennaio 1922).
Durante il ventennio della dittatura fascista l'opposizione popolare al fascismo si mantenne viva, anche se non vi furono episodi clamorosi a testimoniarla (a parte il fallito attentato al duce degli anarchici carrarini Lucetti e Vatteroni, di cui parliamo in altra parte.

la formazione "Lucetti"

Quando, all'indomani dell'8 settembre 1943, seppero che i tedeschi stavano disarmando i soldati italiani nella caserma "Dogali" di Carrara, molti anarchici (fra cui Del Papa, Galeotti, Pelliccia, ecc.) si recarono sul posto e riuscirono ad impossessarsi di molte armi, formando squadre di partigiani.
La partecipazione degli anarchici alla Resistenza propriamente detta assunse proporzioni determinanti nel carrarino, più che in qualsiasi altra zona d'Italia. Non si trattò infatti né della presenza di singole individualità né fu caratterizzata dall'adesione degli anarchici a formazioni partigiane non anarchiche, in maniera disorganica. Fu veramente un fenomeno di massa, che coinvolse la grande maggioranza della popolazione è che vide in prima fila sempre formazioni anarchiche.
Dal settembre 1943 i compagni stesero una valida rete di contatti che comprendeva anche Sarzana ed altri centri, ed il primo rastrellamento operato dai carabinieri e dalla milizia fu appunto attuato contro i primi tentativi organizzati di resistenza anarchica. Ma l'azione repressiva non sortì l'effetto sperato, poiché il movimento di resistenza era saldamente radicato; furono compiuti alcuni arresti fra gli anarchici, dopo meno di due mesi, comunque fu rapito il figlio del direttore delle carceri di Massa, ed in cambio della sua liberazione fu ottenuta la scarcerazione dei compagni arrestati.
Ricostituita la sua piena organicità, il movimento anarchico si sviluppò ulteriormente sia in città sia nei piccoli centri, prendendo contatti con gli altri raggruppamenti antifascisti. La formazione anarchica "Gino Lucetti" si trovò ad operare nella stessa zona di altre formazioni; si stabilì di costituire un comando unificato della Brigata Apuana, pur lasciando autonomia alle singole componenti politiche (anarchici, comunisti, ecc.). Questa decisione fu conseguente alla necessità, fortemente sentita, di coordinare tecnicamente le operazioni belliche contro i nazifascisti, che - con il progressivo stabilizzarsi della Linea Gotica - si erano fatti ancora più numerosi e più spietati nel reprimere il movimento partigiano. In generale i rapporti fra la "Lucetti" e le altre formazioni erano buoni, anche se la recente traumatizzante esperienza della guerra di Spagna spingeva ad una grande diffidenza nei confronti dei comunisti, ed in particolare della loro formazione "Giacomo Ulivi".

l'episodio di Casette

Quanto questa diffidenza non fosse infondata lo dimostra l'episodio di Casette, finora assolutamente inedito, e sconosciuto al di fuori della cerchia di coloro che vi parteciparono. Si avvicinava l'inverno del '44, e la situazione era veramente difficile sia a causa della crescente repressione nazifascista sia per il mancato arrivo degli aiuti alleati. In compenso Radio Londra continuava a trasmettere inviti ai partigiani a tornarsene a casa, per trascorrervi l'inverno. Ma le vendette nazifasciste attendevano chi fosse tornato a casa dai monti e dalle valli, per cui i partigiani preferirono restare alla macchia, preparandosi alla prossima primavera. Fu stabilito di cercare di superare la linea Gotica attraverso i monti, e di cercare di riparare a Lucca, città tenuta dagli alleati.
In un'unica colonna si trovarono a marciare partigiani della "Lucetti" e quelli comunisti della formazione "Giacomo Ulivi", con i rispettivi comandanti Ugo Mazzucchelli (che ci ha narrato questo episodio di casette) e Guglielmo Brucellaria. Quando giunsero nei pressi di un ponte che, vicino al paesino di Casette, congiunge due vallate, i comandanti comunisti chiesero con insistenza agli anarchici di prendere la testa della colonna, e di passare per primi sul ponte. Era notte fonda, e quando Ugo Mazzucchelli per primo si accinse a traversare il ponte, il cupo silenzio dell'oscurità fu rotto dal crepitare infernale di una mitraglia, che, posta in una casa-matta antistante il ponte, poteva fortunatamente colpire solo una parte del ponte.
Così il nostro compagno, ed altri anarchici, poterono mettersi in salvo, contrariamente a quelle che certamente erano le speranze dei comunisti. La loro precedente insistenza fece subito sorgere gravissimi interrogativi fra gli anarchici, che stesero un duro rapporto al comando unificato della Brigata Apuana: questi interrogativi ebbero una precisa risposta quando si venne a sapere con certezza che i dirigenti comunisti sapevano con anticipo della presenza di una mitraglia in quella casa-matta, ma sul tutto venne subito steso il silenzio più assoluto, con la solita giustificazione della necessità dell'unità (sic!) antifascista.

la difesa di Carrara

Oltre alla "Lucetti", operarono nel carrarino la formazione anarchica "Michele Schirru", parallela alla "Lucetti", la divisione "Garibaldi Lunense", formata soprattutto da anarchici e la formazione "Elio Wockievic", il cui vice-comandante, l'anarchico Giovanni Mariga, fu talmente valoroso da vedersi concessa la medaglia d'oro al valor militare, che naturalmente rifiutò per restare coerente alle idee anarchiche.
Sia sulle Apuane sia nella pianura costiera operarono costantemente numerosi raggruppamenti anarchici, che ovunque si trovarono ad affrontare la criminale repressione nazifascista.
Il carrarino fu infatti teatro di alcune delle stragi più efferate commesse dai tedeschi e dai loro servi repubblichini: basti pensare alla distruzione delle popolazioni del paesino di Sant'Anna di Stazzena (560 morti, 12 agosto 1944), di Vinca (173 morti, 24 agosto 1944) e di San Terenzo Monti (163 morti, 19 agosto 1944). E l'elenco non finisce certo qui. In questa tragica realtà di guerra, distruzioni e rappresaglie, gli anarchici del carrarino ebbero il grande merito di organizzare e di difendere la vita della popolazione nella città di Carrara. Soprattutto i compagni si incaricarono di assicurare il regolare flusso degli approvvigionamenti, e di far funzionare l'Ospedale, continuando nel contempo la lotta armata contro il nemico.
Indispensabili erano i fondi, ed il loro reperimento resta una delle pagine più belle scritte dagli anarchici carrarini. Il metodo adottato fu quello di convocare i ricchi possidenti, e di obbligarli a versare ingenti somme ai partigiani, sotto la minaccia delle armi e dietro regolare... ricevuta di versamento! Di questa anzi venivano stilate tre copie, una per il versatore, una per il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) ed una per il compagno Ugo Mazzucchelli, comandante della "Lucetti", presso la cui sede avvenivano queste convocazioni.
Così fu possibile aiutare le famiglie più bisognose, finanziare le formazioni partigiane e l'Ospedale, rinsaldando quella forte unità fra popolo e partigiani anarchici, che resta la lezione più importante della resistenza anarchica nel carrarino.

Genova
di A. B.

Fra gli anarchici più attivi nella resistenza ligure ricordiamo Marcello Bianconi (membro del C.L.N. di Pontedecimo), Emilio Grassini (combattente nella formazione anarchica "Malatesta", Emilio Caviglia, Adelmo Sardini, Giuseppe Pasticcio, Antonio Pittaluga. Quest'ultimo morì a Genova il 24 aprile 1945, durante le ultime fasi della lotta per la liberazione della città. Quel giorno Pittaluga, già distintosi in numerose azioni armate, si imbattè nelle preponderanti forze tedesche asserragliate nell'albergo "Eden", ed all'invito ad arrendersi rispose con il lancio di una bomba a mano, prima di cadere ucciso sotto i colpi dei nazi-fascisti.

Anarchici ammazzati dai nazifascisti durante la resistenza

Questo elenco, che riprendiamo dal periodico libertario "L'Impulso" (15 aprile 1955) è, come avvertono i curatori, assolutamente incompleto. Esso non comprende i nomi di numerosi compagni dei quali non sono riusciti a raccogliere dati sufficienti. Non comprende altresì i nomi di tanti compagni caduti nella mischia talvolta senza lasciare una traccia.

Nel Veneto

ALFREDO MUNARI, già volontario in Spagna, partigiano sull'Altipiano dei 7 Comuni, ucciso a Valgallania il 5 settembre 1944.
GIOVANNI DOMASCHI, attivo militante anarchico e antifascista, condannato a 15 anni di reclusione durante il fascismo, poi confinato, nel 1943 partecipa alla fondazione del C.L.N. di Verona. Arrestato e torturato dalle SS fu successivamente fucilato.

A Trieste

GIOVANNI BIDOLI, già perseguitato e confinato, militante della resistenza triestina, arrestato dai tedeschi, deportato in Germania, morì in campo di concentramento.
CARLO BENUSSI, originario di Zara, perseguitato, esule, arrestato a Trieste dai tedeschi, deportato, morì in campo di concentramento.

In Piemonte

SPARTACO ERMINI, attivo elemento di una formazione partigiana, cadde nelle Langhe.
GIACINTO REPOSSI, di Torino, militante della resistenza, deportato in Germania ed ucciso a Mathausen.
GIULIO GUERRINI, comandante di formazioni partigiane in Val Pellice, preso prigioniero nel corso di un combattimento, deportato in Germania, morì a Leitmeritz, in Cecoslovacchia nel maggio 1945.
DARIO CAGNO, già confinato, arrestato per complicità nell'esecuzione del seniore Giardina, venne fucilato nel cortile della Caserma Monte Grappa il 22 dicembre 1943.
ILIO BARONI, militante attivo della resistenza torinese, cadde nel corso dei combattimenti per la liberazione di Torino.

A Milano

PIETRO BRUZZI, vecchio militante, più volte esule in Francia, Russia, Germania, Spagna; confinato, redattore di pubblicazioni clandestine anarchiche, fu arrestato, torturato e fucilato dai tedeschi nel 1944.

A Roma

GIOVANNI GALLINELLA, già confinato, tornato a Roma dopo la caduta del fascismo, fece parte di una banda partigiana libertaria; arrestato, fu deportato a Mathausen dove morì.
ALBERTO DI GIACOMO, già confinato, arrestato nel febbraio 1944 per la sua attività partigiana; deportato in Germania morì a Mathausen.
LELLO LOTTI, perseguitato politico, fece parte di una banda partigiana libertaria; arrestato, deportato in Germania, morì a Mathausen.
GIULIO RONCACCI, militante della resistenza romana, operante con le squadre del Partito d'Azione, ucciso alle Fosse Ardeatine.
ALDO ELOISI, partigiano, catturato durante un conflitto a fuoco, torturato alla Pensione Jaccarino, quindi fucilato alle Fosse Ardeatine.
UMBERTO SCATTONI, partigiano, catturato da poliziotti italiani al servizio dei tedeschi, condotto a Via Tasso, quindi fucilato alle Fosse Ardeatine.
RIZIERO FANTINI, già esule nel Nord e nel Sud-America, collaboratore di periodici nostri, operò in formazioni partigiane del Partito Comunista. Arrestato, torturato nella propria casa, quindi incarcerato con i propri figli. Fucilato a Forte Bravetta il 31 dicembre 1943.

Nelle Marche

ALFONSO PETTINARI, prima elemento attivo della Resistenza a Roma, poi commissario politico di una formazione partigiana nelle Marche, cadde nella zona di Macerata il 14 luglio 1944.
CRISTOFANO GIORGIANI, militante della Resistenza, arrestato per la sua attività, fucilato insieme a suo figlio diciottenne a Fermignano (Pesaro) il 2 agosto 1944.

In Toscana

GINO MANETTI, perseguitato ed esule, arrestato a Firenze nel 1943, venne fucilato per rappresaglia al Poligono di Tiro delle Cascine.
ORESTE RISTORI, vecchio militante, incarcerato a Firenze nel 1943, venne fucilato per rappresaglia al Poligono di Tiro delle Cascine.
RENATO MACCHIARINI, carrarese, esule e combattente in Spagna, deportato dai tedeschi in Italia dopo l'occupazione della Francia, confinato, viene paracadutato dagli alleati in Toscana: fatto prigioniero dai tedeschi ad Altopascio, è deportato in Germania ed ivi soppresso in un campo di concentramento.
SILVANO FEDI, comandante partigiano nel pistoiese, cadde in un'imboscata nel luglio 1944.

In Romagna

FABIO MELANDRI, di Ravenna, già redattore del giornale anarchico "L'Aurora", fucilato dai tedeschi insieme alla figlia, a Villa dell'Albero nel novembre 1943.
FILIPPO PERNISA, militante di Massalombarda, venne ucciso da elementi di una "brigata nera" sulla pubblica via il 24 ottobre 1943.

In Emilia

ATTILIO DIOLAITI, di Bologna, fucilato il 1 aprile 1944 alla Certosa insieme ad altri compagni.
EMILIO ZAMBONINI, perseguitato ed esule, già volontario in Spagna, fucilato al Poligono di Reggio Emilia il 29 gennaio 1944.

In Liguria

RENATO OLIVIERI, dopo aver scontato molti anni di carcere e di confino, prese parte alla lotta partigiana in Lunigiana; fatto prigioniero durante uno scontro, venne torturato e fucilato a La Spezia.
ANTONIO PITTALUGA, attivo partigiano nella zona di Genova-Nervi, cadde il 24 aprile 1945, nell'assalto all'Albergo Eden dove si trovavano asserragliate forze tedesche.
UMBERTO RASPI, originario di Volterra, già combattente in Spagna, comandante delle Squadre d'Azione anarchiche nella zona Genova-Arenzano, arrestato e deportato in Germania, fucilato a Buchenwald il 4 aprile 1945.
MARIO COLANDRO, arrestato dalle SS tedesche e deportato in Germania nel gennaio del 1944, fucilato a Dachau il 22 marzo 1945.
EMANUELE CAUSA, membro delle Squadre d'Azione della Federazione Comunista Libertaria, militante attivo nel periodo della cospirazione a Genova-Sestri, fucilato dalle Brigate Nere a Portofino nell'agosto 1944 e gettato a mare.
DOMENICO DI PALO, arrestato e fucilato dalle Brigate Nere a Portofino nell'agosto 1944.
BRUNO RASPINO, originario di Govone d'Asti, componente delle formazioni della Federazione Comunista Libertaria a Sestri, arrestato e fucilato dalle Brigate Nere a Portofino il 29 agosto 1944. Aveva diciotto anni.
CIPRIANO TURCO, arrestato il 20 luglio 1944 e deportato in Germania dove morì due mesi dopo.
MARIO BISIO, membro delle squadre d'azione. Arrestato nel 1944 e fucilato in un forte di Genova.
CARLO RAVAZZANI, membro dei GAP. Arrestato nell'ottobre 1944, venne fucilato nel successivo dicembre a Portofino.
EMANUELE SCIUTTO, membro dei GAP dal gennaio 1944. Arrestato nel novembre e fucilato a Portofino nel dicembre dello stesso anno.
RINALDO PONTE, membro dei GAP per tutto il periodo cospirativo; cadde il 25 aprile 1945, assieme al comunista Raffaele Pieragostini.
CATANI GIACOMO, nato il 24 dicembre 1923. Membro delle Squadre d'Azione. Disperso. Non si è più avuta alcuna notizia di lui.
PARODI ATTILIO, nato il 15 ottobre 1889, cadde in combattimento in Val Bronda (Cuneo) il 19-4-1945.
DACCOMI MARIO, nato il 2 novembre 1924. Caduto in combattimento a Rocchetta (Modena) l'11 agosto 1944.
STANCHI DARIO, nato il 21 agosto 1923. Membro della FCL e partigiano. Arrestato e fucilato il 17 marzo 1944 a Ceva (Cuneo).
NATALINO CAPECCHI arrestato nell'agosto 1944 e trasferito alla Casa dello Studente di Genova, in seguito deportato in Germania dove morì.
ERNESTO ROCCA, membro dei GAP, arrestato una prima volta e poi rilasciato, arrestato nuovamente nell'agosto 1944 e deportato in Germania nel campo di Flossemburg dove morì.
Walter Stanchi, fece parte di una formazione partigiana, cadde in combattimento a Pian Casotto nel 1944.
PIETRO BIGATTI, arrestato nell'agosto 1944 dalle SS tedesche, deportato in Germania dove morì nel dicembre 1944.
OTELLO GAMBELLI, arrestato dalla polizia fascista e fucilato a Portofino, nel 1945.

Dopo il '45

La lotta degli anarchici italiani al fascismo non si è fermata al '45. È continuata, soprattutto in termini di solidarietà internazionale rivoluzionaria con i compagni spagnoli. Il nostro breve ed incompleto panorama storico però si vuole fermare alla cosiddetta liberazione. Citiamo solo tre episodi del dopoguerra.
L'8 novembre del 1949, tre giovani anarchici, Busico, De Lucchi e Mancuso, irrompono armati nel consolato spagnolo a Genova; riuniscono il personale presente in anticamera, con le mani alzate, poi espongono una bandiera anarchica al balcone e danno fuoco all'archivio. Processati nel giugno e nel novembre del '50, si trasformano da accusati in accusatori del fascismo iberico, riuscendo ad avere pene relativamente lievi (da due a tre anni, condonati).
Il 30 agosto del 1957, a Barcellona, il giovane anarchico carrarino Goliardo Fiaschi viene arrestato assieme al compagno spagnolo Luis Vicente. Essi con Josè Facerias trucidato dagli sbirri quello stesso giorno, fanno parte di un commando italo-spagnolo di "guerriglieri urbani". Condannato a vent'anni, sconterà solo una parte della pena in Spagna, perché nel '65 viene estradato in Italia, dove nel frattempo è stato condannato dalla "giustizia" italiana a tredici anni e sette mesi per una rapina che il commando avrebbe compiuto a Casale Monferrato nel '57 per finanziare l'azione antifranchista.. È ancora in carcere, a Lecce.
Nel settembre del 1962, quattro giovani anarchici, Amedeo Bertolo, Gianfranco Pedron, Luigi Gerli, e Aimone Fornaciari, con l'aiuto di tre giovani socialisti rapiscono il vice console spagnolo di Milano e chiedono, per la sua liberazione, la revoca della condanna a morte inflitta a Barcellona pochi giorni prima al giovane anarchico Jorge Conil Valls. La condanna a morte viene revocata e dopo tre giorni di prigionia il vice console viene liberato. Tutta la vicenda ed il successivo processo a Bertolo e compagni (conclusosi con pene lievi) è una grande occasione di propaganda antifranchista e libertaria.

 

Hanno collaborato alla redazione di questo numero speciale dedicato agli anarchici contro il fascismo molti compagni, gruppi e federazioni:
Antonio Ruju (Torino)
Ivan Guerrini (Brescia)
Clara Germani (Trieste)
Gino Ganese e Vincenzo Toccafondo (Genova)
Federazione Anarchica Spezzina
Mario Marenghi (Piacenza)
Michele Reggio (Reggio Emilia)
Pio Turroni (Cesena)
Giampiero Landi e Nello Garavini (Castelbolognese)
Piero Orselli (Ravenna)
Centro Studi Sociali "Malatesta" (Imola)
Gino Cerrito (Firenze)
Sergio Ravenna (Carrara)
Alfredo e Ugo Mazzucchelli (Carrara)
Renzo Vanni (Pisa)
Organizzazione Anarchica Lucchese
Gruppo "Azione Anarchica" di Pistoia
Federazione Anarchica di Livorno
Federazione Anarchica di Piombino
Renzo Zuccherini (Perugia)
Remo Franchini (Ancona)
Giuseppe Galzerano (Casalsavino Scalo - SA)
Giuseppe Sallustro (Torre del Greco)
Achille Maccioni (Romana - SS)
Pietro Montaresi (Bruxelles)